CAPITOLO XII

Lo svezzamento

Lo svezzamento è stato vittima di un grave problema semantico.

In spagnolo destetar significa, chiaramente, togliere il seno1. “Far sì che il bambino smetta di poppare”, dice il dizionario. Può essere uno svezzamento brusco (“ieri ho svezzato mio figlio”), anche se evidentemente è sempre meglio uno svezzamento graduale (“è da due settimane che sto svezzando mio figlio”).


In teoria, in inglese svezzare si dice to wean. Ma non è la stessa cosa. Etimologicamente, to wean significa abituare, e i dizionari lo definiscono come: “Abituare un bambino ad alimenti distinti dal latte materno”. Pertanto, non si svezza in un giorno o in un mese, ma in diversi mesi o anni. Il weaning inglese non corrisponde al destete spagnolo (o allo slattamento italiano), ma è il lungo periodo che comincia con la prima pappa e si conclude quando il bambino lascia definitivamente il seno.


Quando diciamo cominciare con l’alimentazione complementare, gli inglesi a volte dicono to start weaning. Se qualcuno lo traduce come “cominciare il destete2, i lettori penseranno che, entro un mese, il bambino dovrà essere svezzato. Allo stesso modo, gli inglesi a volte definiscono gli alimenti complementari weaning foods. E qualcuno lo traduce come alimenti del destete,3 disastro totale! La traduzione letterale sarebbe alimenti di assuefazione, un’espressione orribile; le traduzione elegante potrebbe essere alimentazione complementare, pappe, primi alimenti … ma, allora, non ha niente a che vedere con lo svezzamento.


Una madre inglese che dice “ho iniziato a svezzare il mese scorso” magari ha intenzione di continuare ad allattare per altri tre anni.

Svezzamento spontaneo

Tutti i bambini lasciano il seno, prima o poi. Lo crediate o no, vostro figlio lascerà il seno. Se una madre mi dicesse: “Voglio battere il Guinness d’allattamento, mi piacerebbe allattare per quindici anni, come posso farlo?”, dovrei risponderle: “Mi dispiace, non credo che esista alcun modo per riuscirci. Qualsiasi cosa lei faccia, suo figlio si staccherà dal seno molto prima”.


Non esistono studi ben fatti sull’età dello svezzamento spontaneo. Sembra che la maggior parte dei bambini lasci il seno tra i due e i quattro anni. Alcuni poppano fino a sei o sette. Personalmente, non ho mai visto nessun bambino che abbia poppato per più di sette anni. Una volta lo domandai a una delle fondatrici della Lega del Latte, una persona che ha visto allattare migliaia di madri in quarant’anni; mi disse che aveva visto due bambini che avevano poppato fino agli otto anni. Alvar Núñez Cabeza de Vaca, nel suo Naufragios [Naufragi], parla di una tribù che viveva in quella che oggi è la Florida, in cui i bambini poppavano normalmente fino ai dodici anni; ma erano circostanze molto particolari: vivevano in un ambiente molto ostile, soffrivano spesso la fame, e Núñez è convinto che senza un allattamento così prolungato non sarebbero sopravvissuti.


Ci sono anche bambini che si staccano spontaneamente dal seno prima dei due anni; specialmente se è stata introdotta l’alimentazione complementare in grande quantità fin dall’inizio, saltando le poppate.


Le donne che allattano per più di un anno si scontrano spesso con l’incomprensione e il rifiuto di familiari, amici e professionisti della salute. Accadde la stessa cosa mezzo secolo fa con le prime che portarono i pantaloni. Non importa, si abitueranno.


Non esiste nessun limite all’allattamento materno. Non c’è alcuna motivazione medica, nutrizionale o psicologica per svezzare obbligatoriamente a una certa età. Esistono invece medici, nutrizionisti e psicologi che pretendono di imporre tali limiti: “Il tuo latte non alimenta”; “Gli stai creando dipendenza”… Sono affermazioni che non si basano su nessun dato scientifico; sono pregiudizi. Non siete obbligate a condividere le opinioni del vostro medico sull’allattamento, allo stesso modo in cui non dovete per forza tifare per la stessa squadra di calcio o votare lo stesso partito.


Alcune mamme decidono di allattare fino a che il bambino non si stanca e lascia spontaneamente il seno. Altre preferiscono prendere l’iniziativa e svezzarlo prima. Decidete voi.


Dettwyler KA, A time to wean. The hominid blueprint for the natural age of weaning in modern human populations, in Stuart-Macadam P, Dettwyler KA, eds, Breastfeeding. Biocultural perspectives, “Aldine de Gruyter”, New York, 1995.


Sugarman M, Kendall-Tackett K, Weaning ages in a sample of American women who practice extended breastfeeding, in “Clinical Pediatrics”, num. 34, 1995, pp. 642-647.

Svezzamento guidato

Alcune madri a un certo punto provano un forte desiderio di svezzamento. O meglio, più che un desiderio, a volte è come una sorta di ripugnanza fisica, che può andare contro il desiderio di allattare. Razionalmente la madre vuole offrire il seno, ma farlo le risulta sgradevole. Questa sensazione è stata chiamata “agitazione dell’allattamento”. Forse è più diffusa quando la madre è di nuovo incinta. È una sensazione del tutto naturale e normale, non si tratta di un problema mentale, non significa che non volete bene a vostro figlio o che siete una cattiva madre: semplicemente, il vostro corpo vi sta dicendo che è giunta l’ora di svezzare. Perché in natura sono le madri a svezzare i propri figli. Non è obbligatorio continuare ad allattare fino a che il cucciolo lasci spontaneamente il seno. Spesso è la madre la prima a negarglielo. Perché un animale lo fa? Non pensa, non sa contare, non ha un calendario, quindi non può dire: “Il mio cucciolo è ormai grande abbastanza da lasciare la tetta”, perché di fatto non sa quanti anni ha il suo cucciolo. È una reazione fisica: la stessa femmina che fino al giorno prima si sdraiava tranquilla per lasciare che i suoi piccoli poppassero, adesso non vuole più farlo, perché le provoca fastidio. Beh, pare che alcune (o forse molte?) donne provino la stessa identica sensazione.


Qualunque sia il motivo, se volete svezzare vostro figlio, è meglio che lo facciate poco a poco, riducendo il numero di poppate nell’arco di varie settimane, o come minimo in più giorni. Lo svezzamento brusco è molto duro per il bambino, per la madre e per tutta la famiglia (che deve subire i pianti del bambino).


Ricordate che il seno non è solo cibo, ma anche affetto, contatto, conforto, rapporto umano… Proprio per questo motivo devo scrivere un capitolo sul modo di svezzare. Se l’allattamento fosse solo cibo, la domanda: “Come posso svezzarlo?” avrebbe una risposta ovviamente ridicola: “Beh, ogni volta che chiede il seno, invece del seno dategli un bicchiere di latte, o un panino al prosciutto”. Ma non è così facile.


Per svezzare un bambino bisogna dargli tutte queste cose, affetto, contatto, conforto… attraverso altri mezzi. Non pensate neanche per un momento che svezzare significhi riposare. Molte mamme scoprono che il seno è, in realtà, una delle maniere più comode per soddisfare i bisogni del bambino. Per svezzarlo bisogna giocare di più con lui, leggergli più favole, insegnargli più canzoni, guardare di più i suoi disegni, ascoltare con più pazienza i suoi ragionamenti, fargli più coccole, dargli più baci… Un bambino non rinuncia al seno se non ottiene niente in cambio. Certamente tutto questo, a differenza che allattare, può farlo anche il padre; ma anche così la madre dovrà fare più cose di prima.


E tutte queste cose bisognerà dargliele prima che chieda il seno. Bisogna prendere l’iniziativa e prestargli attenzione anche se è impegnato e non dà fastidio. Perché nel momento in cui si stancherà e chiederà attenzioni, probabilmente non vorrà che voi giochiate con lui o che gli raccontiate una favola; chiederà il seno, che è quello che è abituato a chiedere. Per esempio, se papà porta il bambino al parco, e sta giocando con lui (non semplicemente leggendo il giornale mentre il bambino si annoia), è molto difficile che il bimbo chieda: “Andiamo a casa papà, che voglio la tetta”. Ma se il bambino si annoia a casa mentre i genitori sono occupati a fare altro, e chiede il seno, la cosa migliore da fare è darglielo subito. Troppo tardi per: “Mario, porta il bimbo al parco, che sta chiedendo ancora il seno”; il bambino se ne renderebbe subito conto e chiederebbe il seno con maggior entusiasmo. Quando chiede il seno, è meglio darglielo senza discutere.


So di madri con bambini un po’ più grandi che hanno negoziato una data, per esempio “fino ai tre anni”, e mi hanno raccontato di un bambino che il giorno del suo compleanno ha chiesto: “Un’ultima volta, mamma”, poi ha poppato, ha dato un bacino alla tetta, le ha detto addio e non l’ha mai più cercata. Mi hanno raccontato anche di un altro che ha detto: “Va bene, ancora un anno e poi basta”, e invece ha continuato. Tutti noi che abbiamo promesso di iscriverci in palestra a gennaio capiamo benissimo che anche un bambino di tre anni può fare fatica a mantenere la parola data.


Altre madri patteggiano per continuare l’allattamento, ma solo in determinati luoghi e momenti, o per un dato numero di volte al giorno.


Il bimbo svezzato prima dell’anno dovrebbe prendere il latte apposito per bambini (latte artificiale). Dopo l’anno, può bere latte vaccino intero. Il latte materno contiene più grasso del latte vaccino intero, per questo non ha senso dare latte scremato o parzialmente scremato a un bambino piccolo.


Lo svezzamento graduale, cioè quando non si offre, ma nemmeno si nega il seno, può durare settimane o addirittura mesi. In certi casi è necessario svezzare in maniera più rapida, a volte persino con urgenza a causa di problemi medici. E quando si ha fretta, per quanto si cerchi di dissimularlo, si finisce col dire: “No!” al bambino che chiede la tetta. Penso che in un caso del genere sia meglio usare il metodo delle nostre bisnonne che cospargevano il capezzolo con un po’ di pepe. L’equivalente moderno sarebbe quel liquido che vendono in farmacia per smettere di mordersi le unghie, che è progettato apposta per avere un sapore disgustoso senza essere tossico. Ovvio, al bambino non piacerà affatto, ma questo è un male minore. Perché nel primo caso è la madre stessa a dire di no, a negare il seno quando il bambino è ancora troppo piccolo per capirne i motivi. Nell’altro caso, invece, la madre non nega niente, è il bambino che dice: “Bleah, la tetta ha un sapore orribile”. “Un sapore orribile, tesoro? Che strano! Vuoi l’altra?”. Altre mamme sono arrivate a mettersi dei cerotti sul capezzolo per far credere al bambino che avessero una ferita e che non era più possibile poppare; no, non si tratta di ingannare il bambino, ma di spiegargli attraverso un simbolo concreto, che il bambino è in grado di comprendere, un problema più complesso. Un bambino può capire “ho la bua al seno” molto più facilmente di “provo un senso di angoscia quando ti allatto”.

Un dono per tutta la vita - 2a edizione
Un dono per tutta la vita - 2a edizione
Carlos González
Guida all’allattamento materno.Un vademecum indispensabile, con tante informazioni pratiche per aiutare le madri che desiderano allattare a farlo senza stress e con soddisfazione. Dopo i bestseller Bésame mucho e Il mio bambino non mi mangia, Carlos González, in una seconda edizione ampliata e aggiornata, con Un dono per tutta la vita torna a parlare di una delle sue grandi passioni: la difesa dell’allattamento materno.Il suo obiettivo non è convincere le madri ad allattare, né dimostrare che allattare al seno sia meglio, bensì offrire informazioni pratiche per aiutare quelle mamme che desiderino allattare a farlo senza stress e con soddisfazione.Nel seno, oltre al cibo, il bimbo cerca e trova affetto, consolazione, calore, sicurezza e attenzione.Non è solo una questione di alimentazione: il bimbo reclama il seno perché vuole il calore di sua madre, la persona che conosce di più.Per questo motivo, la cosa importante non è contare le ore e i minuti o calcolare i millilitri di latte, ma il vincolo che si stabilisce tra i due, una sorta di continuazione del cordone ombelicale.L’allattamento è parte del ciclo sessuale della donna; per molte madri è un momento di pace, di soddisfazione profonda, in cui riconoscono di essere insostituibili e si sentono adorate.È un dono, sebbene sia difficile stabilire chi dia e chi riceva. Conosci l’autore Carlos González, laureato in Medicina presso l’Università Autonoma di Barcellona, si è formato come pediatra presso l'ospedale Sant Joan de Déu.Fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per l’Allattamento Materno, tiene corsi sull’allattamento per personale sanitario e traduce libri sul tema. Dal 1996 è responsabile del consultorio sull’allattamento materno e da due anni cura la rubrica dedicata della rivista Ser Padres.È sposato, padre di tre figli e vive a Hospitalet de Llobregat, in provincia di Barcelona.