CAPITOLO 3

I genitori come guide

Abbiamo parlato dei genitori-guardie e di come cercano di cambiare un comportamento inopportuno dei figli attraverso il controllo e il dominio. L’alternativa sono i genitori-guida che, invece di reprimere i comportamenti indesiderati, lavorano per incoraggiare quelli che vogliono vedere nei propri figli. Questi genitori partono dal presupposto che i loro figli si comportano in maniera adeguata perché vogliono far parte del nostro mondo, perché vogliono aiutarci e perché comprendono il valore dei comportamenti che hanno scelto. Per questi genitori il comportamento indesiderato è più che altro dovuto ad abilità non ancora sviluppate. Su questa base decidono quali passi intraprendere per aiutare il proprio figlio ad apprendere come adattarsi meglio al nostro mondo. Come guide, aiutano i bambini a sviluppare la motivazione interna per fare ciò che è giusto perché è giusto, piuttosto che fare ciò che è giusto per evitare di essere puniti.


Il mondo tecnologico è un mondo come tutti gli altri – che siano la scuola, la famiglia o gli amici – e dobbiamo guidare i nostri futuri adulti alla sua scoperta con la pazienza, il supporto e l’amore che dovrebbero caratterizzare ogni aspetto della genitorialità e dell’educazione. Dobbiamo guidare questi giovani per aiutarli a decodificare il loro futuro in un mondo tecnologico e a dare un senso alle loro esperienze. Conosciamo tutti il motto che riassume l’intera proposta di Maria Montessori: Aiutami a fare da solo. Questa è la richiesta che ogni bambino espone silenziosamente agli adulti, da sempre, affinché lo sorreggano nello sviluppo delle capacità che sono dentro di lui, senza sentirsi costretto di continuo dalla volontà dell’adulto a fare cose estranee alle sue scelte. Il bambino e il ragazzo ci chiedono quindi di intervenire solo fino al momento in cui possono fare da soli e non oltre. Come intervenire lo spiega Christelle Schläpfer1 , attiva in Svizzera nella formazione dei genitori, con un paragone a mio avviso molto calzante: “I media digitali sono un po’ come il traffico stradale. Non possiamo vietare ai nostri figli di attraversare la strada. Dobbiamo mostrare loro come si fa”. Quindi non dovremmo mai consegnare semplicemente un tablet o uno smartphone ai figli. Non lo facciamo dando l’automobile di grossa cilindrata al figlio neopatentato, perché invece con la tecnologia non ci poniamo problemi?


Una persona al di sopra di ogni sospetto, uno degli artefici della moderna rivoluzione digitale, Steve Jobs, ci apre gli occhi su cosa è veramente importante quando si parla di tecnologia. In un’intervista2 ha dato una risposta per me illuminante. L’intervistatore chiese se, secondo lui, la tecnologia avrebbe risolto i problemi della scuola. Jobs rispose che per lui la tecnologia non è la cosa più importante perché “la cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e alimenta la vostra curiosità; e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”. Ed è la curiosità del bambino il vero motore della crescita e dell’apprendimento. Curiosità che, lasciata funzionare senza interferenze, porterà il bambino a sviluppare al massimo tutto lo spettro delle proprie capacità. La tecnologia potrà quindi essere un aiuto, non la causa dello sviluppo. Un altro esempio? Sulla rete abbiamo tutte le informazioni del mondo a portata di mano, una fantastica ricchezza, ma se ai ragazzi manca la curiosità che li spinga a esplorarle allora divengono completamente inutili.


Come ultimo esempio, vediamo che cosa fa una maestra Montessori. Lo sapevate che la Dottoressa – Maria Montessori veniva spesso chiamata così – a un certo punto le aveva chiamate direttrici? Le aveva chiamate in questo modo perché danno la direzione al bambino, creano gli stimoli giusti e preparano l’ambiente perché poi è il bambino che si auto-educa. Oggi, per non creare confusione, si preferisce chiamarle registe, che poi è la stessa cosa. Una maestra-regista guida il bambino e ha fiducia nelle sue capacità, nel suo “maestro interiore”, quell’impulso imperscrutabile che lo spinge verso l’apprendimento in modo da realizzare il massimo potenziale dell’uomo che diverrà. Invece troppo spesso, a scuola ma anche in famiglia, consideriamo i bambini solo dei vasi vuoti da riempire, in cui l’adulto è “causa” della formazione e il bambino il “prodotto”, così pretendiamo che il modo di comportarsi nel mondo virtuale lo apprendano attraverso lezioni teoriche che impartiamo noi, scordandoci che hanno bisogno di sviluppare un modello mentale del territorio, prima di fare il primo passo.


Dov’è la difficoltà in tutto questo? A mio avviso noi genitori spesso non riusciamo a definire quel confine sottile che c’è fra l’incoraggiare e lo spingere per superare le pigrizie contro l’imporre le proprie scelte. In questo ci viene in aiuto l’osservazione. Mettiamo da parte le idee preconcette (“non ha voglia di impegnarsi”, per esempio) e guardiamo oggettivamente la situazione (“ha forse bisogno di staccare un po’ dall’impegno scolastico prima di fare i compiti”). Certo, dei paletti devono esserci sempre perché credere che nostro figlio possa crescere “libero”, cioè senza nessuna guida, significa abbandonarlo a condizionamenti casuali provenienti dall’ambiente. Questo vale a maggior ragione nel mondo digitale dove un atteggiamento permissivo significa solo che sarà qualcun altro a guidare nostro figlio.

Il rispetto

La premessa necessaria affinché il bambino possa esprimere tutte le sue potenzialità è il rispetto. Nelle parole di Maria Montessori3: “I bambini sono esseri umani ai quali è dovuto rispetto, superiori a noi per la virtù della loro innocenza e per le più grandi possibilità del loro futuro”.


Sembra scontato, vero? Ma pensiamo alle volte in cui abbiamo esibito nostro figlio come un trofeo perché, magari ancora in fasce, utilizzava con perizia un tablet! Oppure quando compriamo un videogioco o un pezzo di tecnologia per i figli, sapendo bene che sotto sotto è un modo per realizzare un nostro desiderio insoddisfatto, pretendendo pure che lo usino a un livello di perfezione che non abbiamo mai chiesto a noi stessi.


Rispetto vuol dire convincersi che non esiste il bambino medio. Non tutte le bambine sono follemente innamorate delle principesse Disney e non tutti i maschietti sono appassionati di camion giocattolo: ogni bambino è unico. Invece la pubblicità, e a volte le scuole, ci propongono modelli di bambini con lo smartphone o con qualche altro gadget tecnologico in mano. Siamo sicuri che nostro figlio debba crescere necessariamente così?


Dal rispetto scaturisce la libertà, che non è “faccio quel che voglio”, ma “lo faccio perché voglio e non perché il genitore mi obbliga”. Racconta Montessori4 : “Una signora della buona società visitava un giorno la nostra scuola e, con la sua forma di mentalità antiquata, disse a un bambino: «Così, questo è un posto dove fate quello che volete, non è vero?» E il bambino: «No, signora, noi non facciamo quel che vogliamo, vogliamo quel che facciamo»”. Assieme alla libera scelta, il bambino o il ragazzo compie anche un’assunzione di responsabilità perché non c’è crescita senza responsabilità. Fidiamoci, questa responsabilità non è proprio il “fare ciò che voglio” nel solito senso prepotente e ambiguo della frase. Per questo la libertà che deriva dal rispetto non ha nulla a che fare col trasformare la prole in principini e principessine dispotiche e capricciose, in esseri urlanti quando viene loro tolto lo smartphone.

Mettersi nei loro panni

Per essere una guida per i propri figli e per osservarli senza sostituirci a loro è essenziale cercare di mettersi nei loro panni. Questo atteggiamento mentale ci aiuterà a capire come i comportamenti difficili che a volte riscontriamo, siano spesso correlati alle emozioni o a un deficit di abilità. Questo non vuol dire che accettiamo tutti i comportamenti come validi e corretti, significa capire che c’è un motivo dietro a ogni comportamento che stiamo osservando.

Mettersi nei panni di nostro figlio ci rende più flessibili nei suoi confronti. Ove possibile dobbiamo dargli la possibilità di scegliere evitando di controllarlo, a meno che non ci sia una buona ragione per non offrire alternative come la sicurezza o la legalità. Incoraggiamolo a fare le cose per la sua crescita personale, per la salute, per creare relazioni significative e contribuire alla propria comunità e non per ottenere successo finanziario, popolarità, potere o per l’immagine. I primi sono obiettivi intrinseci, che nascono da loro stessi, mentre gli altri sono obiettivi estrinseci, impostici dall’esterno, spesso da mode o da suadenti proposte di commercianti tecnologici. Studi dimostrano tra l’altro che le persone con obiettivi intrinseci sono più felici e si impegnano in un comportamento più sociale5. Avere un obiettivo intrinseco poi è una delle condizioni per entrare in Flow6, quello stato di profonda concentrazione che spesso è assente nelle attività dei nostri nativi digitali. Questo sarà il tema del capitolo 7.

Non vietare, ma rafforzare lo spirito critico e la consapevolezza

Lo ripeto. I nostri figli vogliono trovare in noi una guida per navigare nel mondo e soprattutto nel mondo tecnologico di oggi. Non dobbiamo quindi limitarci a divieti e proibizioni. Facciamo un esempio. Gli strumenti di controllo parentale, come Net Nanny7, che bloccano l’accesso a contenuti e siti web e che danno ai genitori visibilità e un controllo completo sull’attività online dei loro figli, hanno sì una loro utilità ma non fanno crescere e non aiutano a rafforzare il carattere del bambino. Penso invece sia più sensato aumentare le sue difese immunitarie piuttosto che farlo vivere in un ambiente sterile. Per esempio, se nostro figlio finisce su un sito inadatto quando si trova a casa di un amico, se non capisce che non deve entrarci perché ha acquisito a casa sua la capacità critica per comportarsi così, non ci sarà blocco efficace, gli rimarrà la curiosità di esplorare simili pagine web.


Divieti e blocchi come questi poi sono assolutamente inutili per proteggere nostro figlio da un’altra subdola minaccia. Il mondo virtuale ci lusinga e ci vuole consumatori e si rivolge soprattutto ai più giovani, perché sa che non hanno ancora sviluppato gli anticorpi per proteggersi e sa che un cliente catturato da giovane poi lo sarà a vita. Quello che come educatori possiamo fare è rafforzare lo spirito critico nei nostri futuri adulti e aumentare la loro consapevolezza riguardo a questi lati ambigui della tecnologia, magari semplicemente guardando assieme a loro la pubblicità e commentando tecniche e stranezze.


Un altro campo in cui tendiamo a eccedere con divieti, controlli e proibizioni è quello delle reti sociali o social che dir si voglia. Focalizziamoci su un’attività apparentemente innocente, come quella di mettere i mi piace o i like a post e foto. Anche questa attività all’apparenza banale può creare problemi di autostima ai più giovani, problemi che possono portarli ad avere un carattere fragile. Se un ragazzo non è conscio di quanto vale, se l’ambiente famigliare non lo aiuta a capire che il suo valore non dipende dal numero di follower o like che riceve, o, peggio, se i genitori finiscono per controllare i loro figli sui social, togliamo loro lo spazio per crescere.


I nostri figli crescono attraverso prove ed errori, sperimentando e facendo esperienze, creando quegli anticorpi che li aiuteranno a rispondere a emozioni e sfide inattese nel mondo reale e nel mondo virtuale, ma sempre con noi al fianco come guide.

Dialogo aperto

Il principale strumento che abbiamo a disposizione per guidare i nostri figli non è propinare lezioni teoriche o proibire certe esperienze. Nel mondo tecnologico essere guide vuol dire per prima cosa stabilire un dialogo aperto con i nostri figli su ciò che vedono online e ascoltano dai loro pari. Dobbiamo riuscire a prenderci del tempo per avere una conversazione adatta alla loro età e aiutarli a capire per prima cosa che non tutto quello che trovano in rete è reale. Invece ci sono genitori ansiosi che li spiano di nascosto usando account mascherati sui social e spesso vanno nel pallone anche per del materiale fondamentalmente innocuo.


È comune non rendersi conto che bambini e adolescenti mettono in atto strategie volte a prevenire ciò che ritengono rischioso, ad esempio evitando di cliccare sui link che hanno identificato come maligni, o cercano di rispondere ai problemi con i quali si confrontano, magari ricorrendo al supporto degli amici. Più raramente invece i ragazzi si rivolgono agli adulti di riferimento. Invece, se i nostri figli capiscono che possono parlare con noi e che non li giudichiamo per quello che fanno in rete, ci consulteranno se trovano qualcosa che non li convince. Se proprio non ci riusciamo e abbiamo paura di perderli di vista quando visitano un social, non spiamoli di nascosto, ma decidiamo assieme a loro in maniera trasparente le modalità per stare anche noi sullo stesso social.

Diamo loro fiducia

La visione proiettata nel futuro di Maria Montessori ci scuote dandoci un altro, forte motivo per guardare i nostri figli con occhi diversi. “Il nostro mondo è stato lacerato ed ha ora bisogno di essere ricostruito. […] Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo, e di conseguenza la società”8. Una visione per me entusiasmante. Lo vedete, non ci prospetta solo un lavoro di preparazione perché divengano adulti, non si ferma alle piccolezze di un addestramento tecnologico. Ci dice che se c’è una speranza per l’umanità, questa riposa proprio su di loro.


Detto questo, siamo sicuri di conoscerli bene i nostri giovani? A parte casi patologici, questi hanno un profondo rispetto per l’autorità online e non sono così gonzi come crediamo. Guidiamoli, ma diamo loro fiducia. In fin dei conti Montessori si fidava del bambino più che dell’adulto. E se i ragazzi hanno imparato a rapportarsi con gli altri in una scuola e in una famiglia non giudicante e non competitiva saranno ben allenati per affrontare la complessità di una rete sociale.


Un esempio concreto lo troviamo nelle fake news, le bufale in rete. Risulta che ci credono più gli adulti dei ragazzi, soprattutto dei Millennials, i nati alla fine del XX secolo, che apprezzano l’autenticità più di ogni altra cosa quando consumano notizie. Per primi dovremmo quindi essere noi ad acquisire la capacità di prendere le notizie che leggiamo sulla rete con un sano spirito critico. Solo così potremo guidarli a capire.


Quale sarà il risultato di questa fiducia? “Il bambino costituisce insieme una speranza ed una promessa per l’umanità. Curando dunque questo embrione come il nostro tesoro più prezioso, noi lavoriamo alla grandezza dell’umanità. Gli uomini che così educheremo, potranno usare i fulmini divini per vincere gli uomini di oggi, che affidano la loro sorte alle macchine. Ciò che occorre è la fede nella grandezza e nella superiorità dell’uomo. Se egli ha saputo impadronirsi delle energie cosmiche vaganti nell’etere, dovrà comprendere che il fuoco del genio, il valore dell’intelligenza, la chiarezza della coscienza, sono pure energie da organizzare, da disciplinare, da valorizzare effettivamente nella vita sociale umana”9 . Un programma non da poco in cui si ribalta il tradizionale modello educativo: non è la generazione più anziana a dover impartire lezioni, ma quella più giovane che finirà per insegnarci come utilizzare la tecnologia in maniera più saggia.

La fiducia insegna l’autonomia

La fiducia rende possibile l’autonomia, ed è nell’autonomia che il bambino e l’adolescente costruiscono se stessi, si rendono conto delle proprie forze e le mettono alla prova allargando così di giorno in giorno i confini delle proprie capacità. Dall’autonomia deriva la motivazione: faccio qualcosa che io voglio fare che non mi è stata imposta dall’adulto o dal genitore. Lo stesso vale anche nel campo tecnologico. Ci fa bene allora ripensare al famoso motto di Montessori e a come spesso lo tradiamo. Scrive Daniele Novara10 : “L’impostazione montessoriana, così famosa nel mondo anche per la frase «aiutami a fare da solo», rappresenta un modello pedagogico che si allontana definitivamente da due esiti dannosi. Da un lato l’adulto domatore che impone una sua logica, un suo confezionamento didattico ed educativo in termini spesso indifferenti al tipo di risposta infantile, dall’altro viceversa, l’adulto servizievole che specularmente soffoca l’iniziativa, la capacità all’autonomia infantile, precludendo di fatto l’esperienza dei più piccoli e la possibilità di farcela da soli”.


E così ci sostituiamo ai nostri figli e lo facciamo senza accorgercene. Lo facciamo quando non lasciamo che si vestano da soli, quando rispondiamo al posto loro mentre li aiutiamo con i compiti, quando ci scappano frasi come “Non sei capace, lascia fare a me” oppure “Faccio io, che siamo in ritardo”. Parlando di tecnologia, ci è mai capitato di decidere noi quali App installare o quali siti si possono visitare senza consultare i diretti interessati? Essere genitori sembra trasformarsi in un tornado di “dovrebbe” (“dovrebbe comportarsi così”, “dovrebbe sapere queste cose”) alimentato dalla pressione per fare il bene dei nostri figli. Ciò che noi genitori non capiamo, tuttavia, è che più cerchiamo di ottimizzare lo sviluppo del bambino, più interferiamo con esso.


Soprattutto in questo campo autonomia non vuol dire assenza di regole, lo abbiamo già visto, ma consentiamo loro di mettere alla prova le loro capacità in attività che promuovono l’autonomia e la fiducia in sé stessi? Anche lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi11 pone come una delle condizioni per entrare in quello stato di profonda concentrazione che chiama Flow la presenza di regole chiare. E se il giovane si imbatte in contenuti non adatti alla sua età? A casa non avevamo mai messo tutte quelle sicurezze ai cassetti o alle porte che possiamo trovare, per esempio, nel reparto mobili per bambini dell’IKEA. Un giorno nostro figlio si è chiuso le dita in un cassetto, ma poi non è accaduto una seconda volta. Fuor di metafora, se succedesse qualcosa del genere, riusciremmo a non farne una tragedia e a parlarne con loro?


La seconda occasione mancata in cui avremmo potuto mostrare che possono farcela da soli è quando non rispettiamo i loro tempi e la loro concentrazione, perché è attraverso la lentezza che il bambino costruisce la sua personalità. A noi sembra che sprechi tempo, ma così ci dimentichiamo che il fine del bambino non è quello di terminare l’attività nel minor tempo possibile per poi passare ad altro, ma piuttosto quello di svolgerla con tutto se stesso per il puro piacere di compierla. Questo è un insegnamento particolarmente attuale di fronte al fenomeno del bambino “accelerato”, quel bambino inquadrato troppo presto in una organizzazione mentale e quotidiana di tipo adulto, obbligato a seguire una rigida programmazione per rispondere alle necessità e ai progetti dei genitori e degli insegnanti12 . La tecnologia digitale mette a disposizione tante applicazioni di produttività, indispensabili in un ambito lavorativo, che troppo spesso però vengono imposte a chi è in formazione con lo stesso fine, quello di essere più efficienti. Ci dimentichiamo così che il bambino e il ragazzo non lavorano a cottimo, non sono pagati in base alla quantità di lavoro che hanno svolto. Il loro lavoro è “costruire” ogni giorno se stessi, nelle loro conoscenze, capacità e abilità, attraverso lo svolgimento di attività e compiti che trovano nel loro ambiente.

Pratica!

1. Stabiliamo un dialogo. Prendiamoci del tempo per farci spiegare che cosa fanno e che cosa trovano in rete.


2. Non sprechiamo le curiosità dei figli. Non liquidare le domande dei figli, non solo riguardanti il campo tecnologico e soprattutto non schivarle se non ne conosciamo la risposta. Cerchiamola assieme a loro.


3. Commentiamo assieme le pubblicità. È un’occasione per non essere dei consumatori passivi, ma per porre attenzione ai trucchi utilizzati per ammaliarci e alle stranezze di questo mondo artificiale.


4. Siamo consapevoli di quando non ci comportiamo come delle guide? Difficile e più ampio del solo campo tecnologico. Magari tenere un piccolo diario può aiutarci a capire quando siamo dei genitori-guida e quando ci riduciamo a essere dei genitori-guardie.


5. Conosciamo sempre il significato delle parole che utilizziamo? Quando ne incontriamo una di cui ignoriamo il significato non perdiamo l’occasione per accrescere il nostro vocabolario assieme ai figli.

Le tecnologie digitali in famiglia
Le tecnologie digitali in famiglia
Mario Valle
Nemiche o alleate? Un approccio Montessori.Come risponde il cervello di un bambino alle sollecitazioni di un mondo tecnologico e che cosa possiamo fare per consentire un uso appropriato dei dispositivi tecnologici? Il mondo dei nostri figli è dominato dalla tecnologia: tablet, smartphone e computer costituiscono ormai parte integrante della loro vita; compito di noi genitori è quello di “prepararli al futuro” e educarli all’uso delle nuove tecnologie. Ma come?Mario Valle, esperto di supercomputer, nel libro Le tecnologie digitali in famiglia si rifà al pensiero di Maria Montessori (grande ammiratrice delle tecnologie del suo tempo e profonda conoscitrice della mente del bambino) per provare a delineare questo futuro: come risponde il cervello di un bambino alle sollecitazioni di un mondo tecnologico e che cosa possiamo fare per consentire un uso appropriato di questi dispositivi?Non si tratta, quindi, di demonizzare o idolatrare la tecnologia, ma di analizzare il presente per prepararsi al futuro. A questo punto si impone una riflessione: la civiltà ha dato all’uomo, per mezzo delle macchine, un potere molto superiore a quello che gli era proprio ma, perché l’opera della civiltà si sviluppi, bisogna anche che l’uomo si sviluppi. Il male che affligge la nostra epoca viene dallo squilibrio originato dalla differenza di ritmo secondo il quale si sono evoluti l’uomo e la macchina: la macchina è andata avanti con grande velocità mentre l’uomo è rimasto indietro. Così l’uomo vive sotto la dipendenza della macchina, mentre dovrebbe essere lui a dominarla.Maria Montessori, Dall’infanzia all’adolescenza Conosci l’autore Mario Valle lavora da oltre trent’anni nei campi più disparati della scienza e dal 2003 è al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano, a stretto contatto con scienziati e ricercatori, utilizzando quotidianamente supercomputer e tecnologie di punta.Tramite suo figlio, che ha frequentato una scuola Montessori, si è avvicinato a questo mondo e si è appassionato alla concreta scientificità delle idee della Dottoressa Montessori. Ora studia e approfondisce questi temi e condivide le sue riflessioni in pubblicazioni, corsi e presentazioni pubbliche.