Conclusioni

di Maria Giovanna Iavicoli

Il cibo come percorso sensoriale di piacere, conoscenza e indipendenza1 nei primi anni di vita

Una sensorialità diffusa e vitale


Fin dai primi giorni di vita il bambino integra ogni nuova esperienza sensoriale in un processo di “ordine” e di conoscenza che orienta il progressivo adattamento all’ambiente esterno.


Spesso questo impegno così precoce non è riconosciuto dagli adulti che tendono ad agire sul bambino, invece che con il bambino. Di fatto non si tiene conto delle enormi differenze che caratterizzano i due diversi ambienti vissuti l’uno prima e l’altro dopo la nascita. Nulla sembra essere fatto per accogliere il nuovo nato, tutto è concepito per le comodità degli adulti: le luci sono abbaglianti, rigide le superfici di appoggio, l’aria stessa non offre il sostegno del liquido amniotico in cui il nascituro era immerso e abituato a muoversi con facilità, a una temperatura costante.


Le prime cure, se svolte in maniera frettolosa, imprimono sensazioni sgradevoli su un corpo completamente esposto, indifeso e subito costretto da indumenti che provocano altre sensazioni su tutta la pelle, limitano il movimento, senza alcuna continuità con il vissuto corporeo precedente. Il neonato piange ma nessuno sembra cogliere ciò che sta vivendo: si nega l’“insulto” sensoriale che il bambino subisce (dopo il passaggio tumultuoso) e il conseguente smarrimento.


A un’osservazione attenta e sistematica è facile accorgersi quanto l’allattamento e le cure quotidiane, condotte in modo adeguato alle sue necessità, costituiscano un campo importante di esperienze sensoriali ed emotive.


Per favorire questo processo è necessario offrire al bambino una relazione stabile e continuativa, un contesto ambientale quieto, ritmi regolari e ripetitivi che assicurano un “ordine” di riferimento e un primo orientamento in un mondo sconosciuto.

Le reazioni del bambino alle nuove esperienze sensoriali si articolano in risposte via via più differenziate, leggibili nei movimenti delle braccia, delle gambe, della testa, nella mimica facciale che accompagna ogni esperienza: il riconoscimento di una sensazione già provata, l’ascolto di una nuova, la risposta a uno stimolo dell’ambiente… L’osservazione attenta di questi segnali guida noi adulti (responsabili del suo benessere) ad azioni consapevoli, adeguate ai veri bisogni. Si prende nota dei ritmi individuali, dei risvegli, della fame, del sonno, consolidando le esperienze che risultano piacevoli e rassicuranti.


Fin dall’inizio il bambino è partecipe e attivo nella costruzione del proprio ambientamento.


L’attività del succhiare il primo alimento al seno materno viene da lui esercitata e modificata sulla base dell’esperienza per migliorare il movimento di suzione. La conoscenza del primo “cibo” è così la prima occasione importante per scoprire come ottenere un risultato migliore, trovando un proprio ritmo nella modalità di suzione, per esprimere il tempo nella durata e nelle soste per riposare, appropriandosi in modo attivo e partecipe di questa funzione basilare.


Chiediamoci quante volte il piccolo bambino venga rispettato nel bisogno di effettuare una sosta, di riposare dalla fatica di succhiare durante una poppata. Quante volte vediamo l’adulto sollecitare con pizzichi sulle guance la ripresa immediata della suzione, imponendo al neonato una velocità e un tempo a lui estranei. Se lo osserviamo senza pregiudizi, possiamo trovare altre risposte, scoprendo come vivere la relazione con il bambino in una modalità rispettosa della sua unicità di persona umana che sa esprimere i suoi bisogni e guidare l’adulto.


Il sapore del latte tiepido e dolce, il contatto con il corpo materno morbido e avvolgente, la voce della madre, il suo odore costituiscono un insieme inscindibile, fonte di sicurezza e appagamento. Il riconoscimento quotidiano di queste sensazioni e l’ordine in cui si svolgono rappresentano un primo indispensabile “orientamento” per il bambino che manifesta il piacere rassicurante di ritrovarle, di acquisire fiducia nel circolo virtuoso dello scambio fra sé e il nuovo ambiente, rappresentato in primo luogo dalla madre.


La bocca è l’organo che definisce una “soglia” interno-esterno e chiede un’attenzione delicata, ad esempio nell’offrire il capezzolo che deve essere accolto attivamente dalla bocca del bambino e non “infilato” dall’esterno. Attraverso questi primi accorgimenti, il piccolo elabora un linguaggio di scambio e di intesa; l’adulto scopre come evitare gesti automatici.


La pelle è un altro fondamentale organo di relazione: contiene e riveste l’intero corpo, è sensibile al tatto, alle carezze, al modo di essere toccata. È con esso che le nostre mani “parlano”, imprimendovi un messaggio di presenza affettuosa o, al contrario, di indifferenza e ostilità.


Il bambino è coinvolto in questo insieme di sensazioni che si ripetono e si rinnovano ogni giorno. Rappresentano il suo “cibo” per un nutrimento totale: fisico, psichico, relazionale.


Questi aspetti sono inseparabili. Spesso un bambino inquieto, spaventato, smarrito, mangia malvolentieri staccandosi dal seno o, all’opposto, lo ricerca continuamente nel tentativo di trovare un’ancora di stabilità e di rassicurazione in suzioni frequenti.

Il nutrimento, quindi, non può essere separato da una buona relazione. Vorrei riportare a questo proposito parte di un bellissimo brano scritto dal famoso ostetrico Frédérick Leboyer nel suo libro Shantala. L’arte del massaggio indiano per far crescere i bambini felici2.


“I piccoli hanno bisogno di latte, sì. Ma più ancora di essere amati e di ricevere carezze.

[...] nel bambino piccolo la pelle viene prima di ogni altra cosa.

È il primo senso.

È lei che sa.

Nel neonato come si infiamma facilmente!

Rossori, eritemi, foruncoli...

Microbi? Infezioni?

No, no.

Toccato male.

Retto male.

Portato male.

Mal guidato.

Male amato. Ah sì, questa pelle, bisogna prenderne cura, nutrirla.

Con amore. Non con le creme.

Essere portati, cullati, carezzati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti per i bambini piccoli.

Se viene privato di tutto questo

E dell’odore, del calore

E della voce

Che conosce bene,

il bambino, anche se gonfio di latte, si lascerà morire di fame”.


Osservare l’espressione di un bambino dopo una poppata al seno vissuta nella quiete di una relazione intensa con la mamma è un’esperienza forte, che rende evidente l’interrelazione fra aspetti della vita che non possono essere trattati separatamente.


Tutto esprime l’appagamento, l’abbandono pieno di fiducia: il corpo rilassato, i lineamenti del viso distesi, il respiro regolare, lo sguardo dentro lo sguardo materno, un lento e piacevole abbandono al sonno. Questa esperienza ripetuta ogni giorno, consolidata in un regolare “ordine” di tempo e possibilmente di luogo, diventa centrale per ogni madre consapevole dell’importanza del momento e dell’attenzione che essa richiede.


È un rituale che non solo sazia la fame: insieme alle cure amorevoli svolte con movimenti garbati e lenti che si accordano alle risposte del bambino, infonde sicurezza e costruisce la base per cominciare a esplorare il mondo.


Tutto in natura ha un tempo e, presto, questa simbiosi idilliaca madre bambino, necessaria nei primi mesi ad assicurare le condizioni di sopravvivenza e di reciproco attaccamento, si avvia a un cambiamento per l’inevitabile svolgersi del progetto vitale, come in ogni vivente.


Con meraviglia notiamo come, già dopo i primi mesi di vita, gli aspetti dello sviluppo si supportino intersecandosi e costituendo un “tessuto” evolutivo. Di qui ogni filo concorre a determinare la trama che rivela progressivamente un disegno, quello di ciascun bambino come essere unico.


Tale processo, apparentemente chiaro, esige un ambiente preparato, pronto a rispondere ai bisogni che il “disegno” esprime per compiersi. Occorre essere vigili, perché è facile interferire, reprimere, deviarne il percorso.

Sensi e movimento, strumenti di conoscenza

Nel primo anno di vita il bambino è impegnato a scoprire, attraverso l’esperienza diretta, le proprie capacità di autocostruzione: il complesso sviluppo sensoriale e motorio, il linguaggio verbale e l’uso delle mani per conoscere. Come un esploratore tenace, va alla scoperta del mondo con i mezzi che ha a disposizione.


Tutto indistintamente è oggetto della sua curiosità conoscitiva: toccare, afferrare, portare alla bocca, spostarsi, collocare, raggiungere carponi un oggetto, sono attività progressive che lo impegnano e al contempo rivelano le sue risorse per individuare oggetti, spazi e relazioni.


Anche il cibo, che dopo alcuni mesi integrerà e poi gradualmente sostituirà il latte materno, è indispensabile per rinnovare le energie impegnate nelle incessanti attività motorie, finché diventa esso stesso oggetto di esplorazione. Quindi, attraverso le sue molteplici qualità, offrirà proprie attrattive sensoriali: colore, odore, sapore, consistenza, peso, forma.


Come vedremo, sono informazioni che concorrono ad arricchire le conoscenze infantili, oltre che a favorire il piacere di mangiare.


Fra i 4 e i 6 mesi, portare alla bocca con la propria mano ed esplorare con lingua e labbra ciò che un oggetto può “dire” sensorialmente è una delle attività preferite, da esercitare nelle diverse posizioni che via via conquista purché non sia legato e costretto, ma libero di muoversi su un ampio tappeto, per afferrare, raggiungere strisciando un oggetto, promuovere l’intenzionalità del movimento.


Le mani, che maturano la capacità di afferrare e “mantenere” un oggetto, concorrono a rendere quest’attività più lunga e articolata: portare alla bocca una carota fresca, con il suo bel colore arancio, succhiarne il dolce succo, o una costa liscia e bianca di finocchio, con il suo intenso profumo, o una foglia verde di lattuga è molto più interessante del solito manico di plastica del monotono sonaglino. È un’esplorazione attiva e indipendente che coinvolge sensi, mani, bocca, lingua e lo prepara ad accettare nuovi gusti. Tutte abilità utili all’inizio del divezzamento per il progressivo distacco dal seno materno.


Come suggerisce Maria Montessori, dobbiamo leggere in ogni momento “critico” un’evoluzione che è parte integrante dello sviluppo ed esprime la necessità di acquisire nuove capacità indipendenti. Così il divezzamento (che arriva nel tempo giusto come aiuto alla separazione dal seno materno) è contemporaneo all’andare carponi (che consente al bambino di allontanarsi fisicamente dalla mamma e tornare a lei con un atto di volontà e di desiderio), all’uso delle mani come organi di conoscenza, all’eruzione dei primi denti incisivi.


Il divezzamento rappresenta una crisi evolutiva che va facilitata organizzando nuove esperienze nutritive con attenzione e sensibilità, una fase che investe non solo la scoperta di nuovi sapori, ma anche la relazione con la mamma in tutti i suoi particolari.


Nell’imboccare le prime volte con il cucchiaino, si aspetta che il bambino abbia inghiottito e apra spontaneamente la bocca per accogliere un altro boccone. All’inizio le consistenze sono cremose e il bambino impara con l’esercizio a ingoiarle secondo il proprio ritmo. Le prime volte la lingua (abituata al movimento del succhiare) può spingere all’infuori facendo uscire un po’ di cibo: non è un rifiuto, solo una tecnica da migliorare. Basta incoraggiare questa esperienza, mantenendo il sorriso e la calma, senza tradire fretta né disappunto.


Un consiglio è quello di dare anche al bambino un cucchiaino da tenere in mano, affinché familiarizzi con questo nuovo oggetto duro e freddo che entra nella sua bocca e cominci a sperimentarne l’uso.

Cambiamenti nella crescita

Verso gli 8 mesi, la posizione seduta, maturata nei tempi fisiologici, senza mai imporla in anticipo, è divenuta stabile. Questa conquista consente l’uso delle due mani in modo complementare e più efficace nell’esplorazione degli oggetti. Tutti i sensi informano “contemporaneamente” delle diverse qualità di un oggetto e accrescono il desiderio esplorativo. Scopre di poter provocare effetti sonori nuovi battendo gli oggetti sul pavimento o percuotendoli fra loro, osservare con lanci vigorosi le traiettorie nello spazio, far cadere oggetti che non tornano nelle sue mani senza l’aiuto di un adulto.


In questa fase il bambino, stando seduto, può esplorare nuovi sapori dati separatamente, ad esempio su di un crostino di pane raffermo, facile da afferrare e da trattenere fra le mani: è preparato per una nuova “conoscenza” sensoriale e non come sostituto del pasto. Il crostino da succhiare, condito con un po’ di olio d’oliva (o un sughetto di pomodoro o una composta di frutta), gli permette di scoprire nuovi gusti con i suoi ritmi, familiarizzando con le “proprie” sensazioni interne: “mi piace” / “non mi piace” / “ne voglio ancora” / “non lo voglio”.


Questa possibilità di ascolto favorisce la percezione del “sé” e aiuta nella vicenda della separazione.


Offrire il crostino o il biscotto, porgendoglielo su un piattino in modo che sia il bambino a prenderlo, è un atto d’invito ad essere partecipe, riconoscendo la sua capacità di agire e di controllare in senso intenzionale i movimenti della mano.


In seguito, quando il bambino avrà ripetuto più volte questa esperienza, si potranno offrire due o tre crostini con sapori diversi per consentirgli una nuova scelta, ulteriore conquista nell’indipendenza e nella fiducia in se stesso.

Prerogativa importante nel preparare i primi piattini è quella di mantenere i sapori integri, separati e riconoscibili, evitando miscugli indistinti, monotoni e poco interessanti per il gusto.


Intorno ai 10 mesi, quando mantiene a lungo la posizione seduta, si può utilizzare un tavolino basso e una seggiolina bassa, meglio se a braccioli, in modo che, toccando il pavimento, non rischi di scivolare all’indietro.


Una proposta pratica: l’adulto che nutre il bambino e utilizza un cucchiaino, ne offra un altro al bambino, ponendogli di fronte un piattino su cui mettere una piccola quantità dello stesso cibo che intende dargli. Può darsi che cominci a prenderlo con le dita, a schiacciarlo un po’ per sentirne la consistenza, forse a battere il cucchiaino sul piatto, tutte azioni accompagnate da sguardi rivolti all’adulto per sentirsi rassicurato e sostenuto nelle nuove iniziative. Lasciamolo provare, senza reprimere o preoccuparsi!


Seduto al tavolino, il piccolo ha modo di osservare i movimenti delle mani dell’adulto nell’uso del cucchiaino e tenta di riprodurli. Al tempo stesso cerca di prendere con le mani ciò che gli viene messo nel piattino. Ha bisogno di toccare, di prendere da solo per scoprire un modo corretto di nutrirsi attraverso tentativi e spontanee autocorrezioni. Quindi non dobbiamo intervenire guidando la sua mano dall’esterno o vietando.


Rispettare i tempi di masticazione e deglutizione, attendere che sia pronto ad accogliere il boccone successivo aprendo spontaneamente la bocca, non imporre un ritmo veloce, sgradevole e improprio, sono modi che rendono ogni pasto un’esperienza di relazione, oltre che sensoriale e nutritiva.

Il gusto di fare da sé

Il cibo come conoscenza si arricchisce del piacere dell’indipendenza. Quando, verso l’anno, il bambino può mangiare molte cose da solo durante il pasto, l’adulto sensibile che tiene conto di questo bisogno naturale preparerà alimenti in cotture e formati adatti all’età (ovvero alle capacità digestive maturate) e alla dentizione, in forme che facilitino la presa con le mani. Di sicuro saranno apprezzate dal bambino, appagato nel suo bisogno di essere attivo e di gustare cibi buoni e variati.


In questa fase, se il bambino (tranquillo e appagato) prova a mangiare da solo, accetta comunque l’aiuto di cui ha bisogno per mangiare, ad esempio, una minestrina liquida (per favorire l’indipendenza prepariamo dapprima minestrine più dense).

Le conquiste si “intersecano” dando vita a nuove indipendenze

Nel corso del secondo anno di vita, la crescita dei primi premolari permette di modificare il taglio dei cibi, non solo nelle dimensioni ma anche nelle consistenze, per esercitare al meglio la triturazione e la masticazione che produce nuove percezioni sotto i denti e nella bocca.


La capacità di coordinare e controllare i movimenti funzionali a queste prime indipendenze richiede un incessante impegno costruttivo da parte dei bambini in questa fase dello sviluppo. Purtroppo non sempre è facilitata dagli adulti che, mal sopportando i tentativi infantili e la relativa lentezza, si sostituiscono alla loro azione rendendoli passivi e insoddisfatti.


Al contrario, grazie all’autocorrezione spontanea, i movimenti diventano via via più efficaci, rafforzando la fiducia nelle proprie capacità.


Le nuove importanti indipendenze motorie sono favorite durante la giornata da attività esplorative, come quelle offerte dal gioco euristico3 o dalla manipolazione della pasta di pane, che allenano la manualità, così come dalle attività di riempire e vuotare contenitori o carrettini e comporre le prime torri. Sono movimenti minuti che migliorano il controllo dei polsi e delle mani, gli stessi con i quali il bambino può usare sempre meglio il cucchiaio voltandolo verso la bocca, anziché accostarlo lateralmente, oppure bere correttamente e posare sul tavolino il bicchiere senza rovesciarne il contenuto, a condizione che il bicchiere sia piccolo, a base larga, più stabile, e che la quantità di acqua sia poca; accorgimenti di cui l’adulto deve tener conto per favorire il controllo e il successo delle azioni infantili, evitando ostacoli inutili.


Aumenta ora l’interesse, comune a tutti i bambini in questa fase dello sviluppo, per i travasi di materiali diversi per forma e colore: ad esempio grossi tappi o pasta di grandi dimensioni, in piccole quantità fra due o tre contenitori riuniti su un vassoio.


Questa attività, non sempre permessa in famiglia per paura di sporcare, stimola l’osservazione dei fenomeni: le materie cadono, rotolano, si raggruppano, si dividono. Indirettamente, il bambino è portato a calibrare e a correggere i propri movimenti via via che si mette alla prova con contenitori differenti e materiali che variano: si passa a formati più piccoli fino alle semole, alla sabbia e infine, verso i 3 anni, all’acqua. Si aggiunge qualche accessorio come un cucchiaino o un mestolino oppure un piccolo imbuto.


Provare con strumenti diversi aumenta la precisione dei gesti, favorisce la concentrazione e rende il bambino quieto, attento e appagato nella sua azione e naturalmente questo ha effetto immediato sull’abilità dei movimenti necessari al pasto. Per favorire il risultato, si indica fin dove riempire i contenitori4 (brocchette, bicchieri, scodelle con la minestrina) perché non siano troppo pieni. Il bambino potrebbe non riuscire a controllare le oscillazioni del liquido, né a prevederne gli effetti (conoscere un limite lo rassicura). Anche l’adulto versi di regola l’acqua fino a metà del volume di bicchieri e brocche.5


Piatti, scodelle e bicchieri (ovviamente in ceramica o vetro come quelli degli adulti, ma in dimensioni ridotte) devono essere rigidi e stabili per facilitare presa e tenuta (la fragilità di questi materiali indurrà di per sé maggiore attenzione). Da escludere bicchieri e piatti in plastica usa e getta: si rovesciano facilmente e non offrono possibilità di autocorrezione poiché il limite è nel materiale stesso.

L’importanza del vocabolario quotidiano

La conoscenza dei cibi e dei sapori deve essere accompagnata dalla conoscenza dei loro “nomi”. Nel periodo sensitivo del linguaggio6 il bambino assorbe una grande quantità di vocaboli prima ancora di riuscire a pronunciarli correttamente, l’adulto deve ripeterli lentamente, in ogni occasione, scandendo bene l’esatta pronuncia, senza derisioni o correzioni, perché il bambino ha in mente la parola esatta e sa correggersi da solo.


Il bambino acquista così un’ulteriore indipendenza rispetto agli alimenti, può finalmente indicarli, chiederli, riconoscerli nel frigorifero, nei negozi, a casa della nonna, al bar o al mercato.


Tutto concorre a rendere il bambino partecipe della vita quotidiana e il suo coinvolgimento, ad esempio durante la spesa, lo rende felice. Portare piccoli pesi per controllare e adattare ogni volta un nuovo equilibrio. Gli basta avere un piccolo incarico, anche solo quello di portare un pacco di pasta o di mettere nel carrello la frutta, per sentirsi incluso nella vita degli adulti e soddisfare un bisogno evolutivo naturale. È questo il vero piacere dell’esperienza, provare nuove sensazioni e cercare nuove soluzioni.


Non è forse più costruttivo coinvolgere il bambino facendosi aiutare piuttosto che ingaggiare una lotta scandita da continue noiose ammonizioni: “Stai fermo!”, “Non toccare!”, “Ti ho detto di stare qui e non muoverti”? Quante volte assistiamo a scene del genere nei supermercati: mamme estenuate e bambini umiliati, offesi da una continua esclusione?

A tavola insieme al Nido

Già verso i 14-16 mesi il bambino ama mangiare con i coetanei. Si apparecchia su bassi tavolini con una bella tovaglia in tinta unita per vedere meglio posate, piatti, bicchieri. Si comincia con due bambini alla volta per prestare attenzione a ognuno di loro; poi si possono aggiungere altri due bambini a mano a mano che i primi controllano i movimenti delle braccia nello spazio circoscritto del tavolino e mangiano da soli con le manine e con il cucchiaio.


Dopo questa prima fase possiamo aggiungere un cestino per il pane in cui preparare pezzetti che ogni bambino sceglierà da sé. Quando l’eruzione dei premolari permetterà una masticazione efficace, sarà in grado di usare una piccola forchetta per infilare bocconcini di carne, di formaggio o di frittata, raccolti nel piatto (o in una scodellina).


Verso i 2 anni, quando i bambini sono capaci di controllare più oggetti contemporaneamente e riconoscerne la funzione, si può aggiungere sulla tavola anche la piccola brocca per l’acqua.


Non è consigliabile mettere più di quattro bambini seduti allo stesso tavolino perché devono avere l’agio di muovere bene braccia e mani senza urtarsi e darsi fastidio, potersi guardare a vicenda, parlare tra loro come possono, senza dover alzare la voce e creare confusione. In questa fase, è l’adulto a mettere nel piatto il cibo in piccole quantità, passando una seconda volta per coloro che esprimono il desiderio di averne ancora.


È importante invece che dopo i 2 anni-2 anni e mezzo, in base all’esperienza, i bambini comincino a servirsi da soli dal piatto di portata; essere protagonisti anche nella scelta della quantità è un’esperienza di valutazione del proprio bisogno. Possono riprenderne ancora se il cibo è gradito, ma si abituano a non lasciare gli avanzi nel piatto. Lo spreco non è certo educativo.

Evitiamo gli aiuti inutili

Il pasto deve essere preparato con cura anche nei dettagli dell’apparecchiatura, evitando disordine e sovrapposizione di voci. I sapori si apprezzano meglio nel silenzio e sta all’adulto realizzare questa condizione: sedersi, parlare poco e a bassa voce per non distrarre i bambini dal loro pasto, avvicinarsi ad ognuno piegandosi sulle ginocchia per essere alla loro altezza, senza urlare a distanza... come si può pretendere che i bambini parlino piano se siamo noi i primi ad alzare il volume per sovrastare tutti?


Preparare l’ambiente significa mettere i bambini nelle condizioni di fare da soli tutto ciò che è loro possibile, sentendosi rispettati nei loro movimenti. Devono poter svolgere con i loro tempi le azioni che vedono fare da noi adulti, ad esempio aiutare a sparecchiare la tavola con la nostra guida, con calma, mettendo via prima i tovaglioli sporchi, disporre sul carrello bicchiere, piatto, posate adoperati. In un secondo tempo potranno apparecchiare, guidati lentamente da un adulto, incarico importante che piace a ogni bambino e segna un momento di ordine e di partecipazione.


La scoperta di sé nel piacere di essere capace e indipendente passa anche nel rapporto con il cibo. La fiducia nelle proprie abilità rende ogni azione appagante e rinforza il desiderio di agire.


Nel corso del terzo anno di vita il bambino diviene un vero buongustaio: ormai in grado di mangiare da solo tutti i cibi, esprime le sue preferenze, accrescendo la percezione di sé.


Oltre ai sapori e ai nomi dei singoli alimenti, il bambino è interessato a classificare i sapori secondo le loro qualità sensoriali (dolce, salato, aspro, amaro, acido) e le temperature, (caldo, freddo, tiepido). Si offrono piante aromatiche come basilico, origano, anice, cannella, menta, per acuire l’olfatto.

Queste attività sensoriali sono molto importanti per arricchire il linguaggio e, più in generale, affinare i sensi come strumenti utili per conoscere le qualità degli oggetti, metterle in relazione, confrontarle, cogliendo uguaglianze e differenze.


Tutto concorre alla conoscenza: noi adulti siamo abituati a suddividere i saperi, mentre i bambini ci mostrano la loro modalità di apprendere, collegando le esperienze in modo libero e originale in ciascuno di loro.


La dentizione ormai completa di premolari e canini permette di masticare cibi diversi e quindi il menu è più ricco e variato. La cucina regionale italiana è una vera miniera di ricette sane e saporite. Non è necessario aggiungere il sale per apprezzare il gusto dei cibi genuini e dei buoni condimenti, come l’olio extravergine di oliva, il sugo di pomodoro, il parmigiano grattugiato.


I bambini possono osservare in cucina i diversi tipi di cottura o di preparazione di un alimento e contribuire con piccole mansioni, come sgranare fagioli o piselli dal loro baccello e raccoglierli in un piatto, tagliare frutta o verdure cotte.


Verso i 3 anni la conoscenza degli alimenti si arricchisce di nuovi particolari. Si possono osservare le parti di un frutto esaminandone le caratteristiche diverse e dandone il nome (bucce, spicchi, polpa, semi, foglie, picciolo), metterle a confronto secondo la vista, il tatto, l’olfatto, guardare attentamente i semi nascosti dentro la polpa d’una mela e confrontarli con quelli di un’arancia o (secondo la stagione) d’una pesca o d’una ciliegia.


Sbucciare insieme la frutta e prepararla sul piatto per la merenda, fare una macedonia insieme ai compagni del Nido o con la mamma in cucina sono attività ricche di significati affettivi e relazionali, oltre che esperienze sensoriali e cognitive.


In questa fase i bambini amano anche preparare tortine, biscotti e pizzette con la pasta di pane manipolata, stesa con piccoli mattarelli e tagliata con le formine. Partecipano il più possibile alla cottura dei cibi e si interessano ai nomi delle azioni e degli oggetti necessari.


Nel conoscere gli alimenti in tanti diversi aspetti fin dalla prima infanzia, non abbiamo mai separato sensorialità, piacere, esperienza indipendente per proporre una nutrizione destinata allo sviluppo globale dell’individuo.


Abbiamo così delineato un percorso di attività e di conoscenze, attuato in modo ordinato e graduale. Le proposte vengono sempre preparate in modo da consentire ai bambini la possibilità di scegliere e di agire, di essere protagonisti nel loro continuo bisogno di esplorazione.

Aiutami a mangiare da solo!
Aiutami a mangiare da solo!
Centro Nascita Montessori
L’alimentazione dei bambini da 0 a 3 anni.Quali preziosi consigli darebbe Maria Montessori sull’alimentazione dei bambini?Una guida per rendere il momento del pasto un’occasione per aiutare i più piccoli a “fare da soli”. Quali preziosi consigli darebbe Maria Montessori a genitori e operatori della prima infanzia sull’alimentazione dei bambini?Quali suggerimenti per facilitare l’introduzione del cibo complementare e far sì che i più piccoli vivano questo momento come un piacere, piuttosto che un dovere?L’osservazione e il rispetto delle competenze e dei tempi di ciascun bambino dovrebbe essere la norma anche a tavola. Aiutami a mangiare da solo!, curato dal pediatra Franco De Luca, partendo dalle linee guida dell’OMS e dalle raccomandazioni delle più importanti società scientifiche pediatriche, raccoglie i contributi degli operatori del Centro Nascita Montessori e vuole essere una guida per tutti coloro che credono che il momento del pasto sia un’occasione per aiutare il bambino a “fare da solo” e scoprire il piacere dell’esperienza sensoriale che deriva dal gusto e dal piacere di mangiare. La madre che imbocca il bambino senza compiere lo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio non lo sta educando, lo tratta come un fantoccio. Insegnare a mangiare, a lavarsi, a vestirsi è un lavoro ben più difficile che imboccarlo, lavarlo e vestirlo.Maria Montessori, Educazione alla libertà Conosci l’autore Il Centro Nascita Montessori di Roma si occupa di ricerca sullo sviluppo e sul mondo relazionale del bambino nei primi anni di vita, organizza corsi di formazione per operatori della prima infanzia e promuove la cultura di una buona nascita, accompagnando le coppie verso il nuovo ruolo genitoriale. L’operato del Centro è guidato dal pensiero montessoriano, in un costante confronto di idee, eventi ed esperienze a livello nazionale e internazionale. Franco De Luca ha svolto l’attività di Pediatra di Comunità dal 1978 presso il consultorio familiare di Campagnano di Roma, dove, dal 2012 al 2016, è stato Direttore dell’Unità Operativa Complessa “Tutela Salute della Donna e Medicina Preventiva in età evolutiva”.Attualmente in pensione, affianca alla libera professione l’impegno nella promozione, protezione e sostegno dell’allattamento al seno, come formatore e tutor valutatore per l’UNICEF delle iniziative Comunità e ospedali Amici dei bambini. Dal 2003 è presidente del Centro Nascita Montessori.