capitolo 5

Il silenzio

Il silenzio è il grande assente della nostra società, dominata dalla parola, una parola che lascia poco spazio al vissuto interiore e all’ascolto dell’altro. Eppure, il silenzio inteso non solo come sospensione della parola, ma anche come ascolto, è condizione necessaria affinché possiamo dialogare, ovvero vivere una relazione verbale autentica con altri interlocutori.

Nella società occidentale questa dimensione è stata poco considerata da parte della stessa pedagogia, la quale ha centrato il suo interesse piuttosto sull’articolazione della parola, scritta e parlata, senza rivolgere particolare attenzione, salvo rare eccezioni, al silenzio e alla sua valenza educativa. Né adulti né bambini sono più avvezzi al silenzio come occasione di conoscenza di sé e di comprensione del mondo. Per opposto, la parola viene percepita come massima e più elevata espressione della propria identità personale e della propria razionalità e quindi come prima e privilegiata modalità di porsi in relazione con il mondo e con gli altri. Eppure, senza il silenzio, la parola autentica non potrebbe esistere e senza il silenzio, inteso come momento di ascolto di sé e degli altri, non può avere luogo una reale comunicazione.

Oltre a questa valenza spirituale del silenzio, di cui si parlerà a breve, si può tuttavia sostenere che esso possiede anche un suo valore empirico, indagato e comprovato da alcuni studi scientifici.
Il silenzio ha fatto la sua comparsa nella ricerca scientifica come fattore di controllo negli esperimenti sugli effetti del rumore e della musica sull’organismo umano. Il medico Luciano Bernardi indagò quali potessero essere gli effetti benefici della musica classica, rilevandone le reazioni fisiologiche prodotte sull’organismo1. Da questi studi riscontrò come la musica classica rilassasse la persona, riducendo per esempio la pressione sanguigna o la quantità di anidride carbonica presente nel sangue. Tuttavia, nelle pause di silenzio tra un brano musicale e l’altro, si constatò come questi benefici fisiologici aumentassero, arrivando alla conclusione che il silenzio era molto più rilassante di un qualsiasi brano di musica classica. Fu evidente come il silenzio influisse positivamente sul nostro benessere fisico.

Negli ultimi anni, sulla base di numerosi studi, i ricercatori hanno messo in evidenza la capacità del silenzio non solo di rilassare il nostro corpo, ma anche di favorire la persona sul piano cognitivo, in particolare in relazione all’apprendimento del linguaggio, alla capacità mnemonica e alla capacità di concentrazione2. All’interno di contesti silenziosi i bambini imparano più facilmente, riescono a memorizzare meglio e si concentrano con maggiore intensità.
Un ambiente rumoroso spinge l’individuo, impegnato in un contesto di apprendimento, a orientare parte del suo sforzo per creare delle vere e proprie barriere al fine di ridurre al minimo l’effetto disturbante dei rumori, diminuendo in tal modo l’intensità dell’attenzione richiesta per imparare. Una situazione silenziosa favorisce al contrario l’attenzione e consente di impegnare pienamente le proprie energie mentali, senza distrazioni.

Il valore del silenzio riguarda quindi sia la dimensione fisiologica, sia quella cognitiva dell’individuo. Tuttavia, esso possiede anche un’ulteriore valenza, più strettamente legata all’interiorità dell’individuo e alla sua capacità di mettersi in relazione con l’altro.

La parola permette di descrivere il mondo, di organizzarne le rappresentazioni intellettuali e, al contempo, consente di cogliere la propria interiorità; essa esercita un ruolo fondamentale nella comprensione del reale e di se stessi. Eppure anche il silenzio, inteso come raccoglimento in se stessi favorito dalla sospensione della parola, ha un ugual valore e rende per tal motivo auspicabile una pedagogia del silenzio.

Si potrebbe dire che esso ponga le basi della parola sotto più aspetti.
Il primo riguarda l’autenticità della parola stessa. Un linguaggio che sgorga da un’autentica interiorizzazione di quanto viene enunciato è un linguaggio profondo, ponderato e preciso, con una sua ragione, diversamente dalla parola immediata, che non nasce da una riflessione personale e che quindi può risultare superficiale, approssimativa, inadeguata e conformista. L’interiorizzazione che si compie quando ci si sofferma in silenzio su qualcosa ne permette una diversa visione e quindi una più accurata costruzione e organizzazione dei propri pensieri, aprendo la via a un’espressione più profonda e più autentica di se stessi.Una parola immediata, impulsiva, precipitosa, che non nasce dalla silenziosa riflessione, denuncia un irrefrenabile desiderio di agire sulla realtà esterna, di affermare se stessi in modo incondizionato e al contempo l’incapacità di osservare con attenzione, di permanere su qualcosa senza lasciarsi travolgere dalla pulsione del fare, di ascoltare l’altro senza prima esprimere e imporre il proprio giudizio personale.

Il silenzio invece consente all’individuo di distaccarsi, di prendere le distanze da ciò che accade intorno a lui per coglierne le ragioni, interiorizzarle e quindi comprenderle. La parola che si origina dal silenzio non è parola vuota, ma significativa e ricca di contenuto, differentemente dalla parola avventata, lanciata senza ponderazione come un sasso nell’acqua che nulla lascia dietro di sé se non qualche superficiale onda che presto si disperde.

In secondo luogo, la parola che nasce dal silenzio e che vive nel silenzio, ovvero la parola interiore, porta a una maggiore consapevolezza. Il continuo parlare non consente quel raccoglimento in se stessi a cui solo il silenzio dà accesso. L’individuo silenzioso impara ad ascoltarsi di più, a sondarsi in profondità e ad affrontare il proprio cammino di vita in modo più veritiero. Ascoltarsi vuol dire fare spazio dentro di sé, sgomberando tutto ciò che accade intorno a noi, per cogliere con più luce ciò che siamo realmente. Solo a partire da un profondo e silenzioso ascolto di sé si impara a riconoscere e a rispondere agli appelli della propria interiorità e poi della vita.

In tal senso, il silenzio apre anche all’altro, poiché solo ascoltando se stessi si apprende ad ascoltare l’altro. Ecco la terza dimensione della parola che si origina dal silenzio, ovvero l’apertura all’altro.

Il silenzio è un momento di sospensione personale, in cui si lascia spazio all’altro affinché avvenga la relazione e quindi anche quel dialogo capace di accogliere con pari dignità, all’interno di un unico orizzonte, più punti di vista, anche se fra loro profondamente diversi. Il silenzio illumina la relazione con gli altri, nella misura in cui equivale a un ascolto non giudicante, ma che accoglie con umiltà l’altro nella sua autenticità.

È proprio nel silenzioso autentico ascolto che affonda le sue radici un dialogo reale, in cui mi apro all’altro senza pregiudizi per costruire la parola felice di condivisione e comprensione reciproca. La parola che nasce dal silenzio è condizione per un dialogo vero e proprio, poiché nasce dall’ascolto dell’altro e dal tentativo di intenderlo.

L’incontro con l’altro, all’interno di una relazione verbale, può avvenire solo nella misura in cui mi pongo in silenzioso ascolto. Se manca questo ascolto, la mia parola diventa monologo superficiale e violento, poiché intende in qualche modo negare l’altro. Il silenzio è quindi condizione della parola autentica, consapevole e aperta alla relazione.

Il silenzio acuisce infine i nostri sensi, sopraffatti normalmente dal dominio della parola. Esso favorisce nell’individuo la capacità di ascoltare con maggiore attenzione i suoni, di percepire con maggiore intensità odori e gusti, di cogliere con maggiore ricchezza di varietà ciò che tocchiamo. Dà spazio a quella dimensione umana che in parte abbiamo dimenticato, poiché sopraffatta dall’immagine e dalla parola, e che invece ci appartiene profondamente e ci permette di cogliere con più intensità ciò che ci sta intorno.
Ma il silenzio non ha ugual valore sempre e ovunque. Non è sufficiente non parlare affinché abbia luogo un autentico silenzio. Lo scrittore Francesc Torralba Roselló3 distingue due tipi di silenzio.

Quello passivo, quello imposto, non partecipato è il silenzio della paura, delle dittature, della censura, dei castighi, delle minacce. È il silenzio imposto dalla forza che lascia la persona completamente impotente. È il silenzio della schiavitù, comandato da una forza predominante, da un’autorità che incute timore. È il silenzio imposto incondizionatamente dall’adulto al bambino, senza alcuna possibilità di replica da parte di quest’ultimo.
Non è un silenzio voluto né desiderato, è un silenzio che nasce dalla violenza e dalla paura. Il silenzio imposto è un silenzio umiliante perché priva la persona della libera iniziativa e nega la sua possibilità di riscatto davanti a un problema. Eppure, come afferma Torralba Roselló, questo tipo di silenzio, che nasce dalla violenza e dalla sopraffazione, non ha futuro poiché può temporaneamente limitare l’azione dell’individuo, ma non lo priva della sua più autentica e profonda libertà, innata in ognuno di noi. Così, ecco che il silenzio delle dittature viene presto o tardi spezzato dalla rivolta e… i bambini, costretti al silenzio dalla paura o dal castigo (se non state in silenzio non usciamo in giardino), ricominceranno a parlare!

Questo silenzio non solo è di breve durata, ma è profondamente involutivo per il bambino. Comprime, schiaccia le sue energie, i suoi slanci vitali, senza invece saperli orientare affinché impari a utilizzarli in modo costruttivo.

Esiste poi un silenzio attivo ovvero desiderato, voluto e intimamente esercitato; il silenzio interiore che germoglia nella persona, spontaneamente. Esso è frutto di un atto di volontà e libero poiché sgorga dalla più profonda interiorità del soggetto.

Nel silenzio attivo ci si mette completamente in gioco e si crea un profondo legame con se stessi. Il silenzio che non è assenza di parole, ma soprattutto ascolto. Un silenzio voluto, intenzionale che apre a una realtà nuova, al mistero più intimo di se stessi, della realtà, dell’esistenza.

Quest’ultimo è il silenzio autentico. Esso non arriva da lontano, ma nasce dentro di noi, dalla nostra capacità di inibire gli impulsi, di guidare la volontà e raccoglierci in noi stessi. Si potrebbe dire che esso è una consuetudine virtuosa, poiché nobilita l’individuo, e come tale sussiste in quanto frutto di esercizio personale e di abitudine.
Come il bambino può raggiungere questa capacità, senza che essa sia oggetto di imposizione? Il silenzio non implica solo il non parlare; esso richiede anche il controllo di sé, delle proprie pulsioni, della propria corporeità. Maria Montessori afferma che esso è frutto di un cammino che si compie progressivamente e che presuppone che il bambino diventi capace di ordinarsi e ascoltarsi, attraverso libere esperienze guidate e orientate dall’adulto, con amore e pazienza, all’interno dell’ambiente4.

Il silenzio imposto non consente al bambino di imparare a esercitare l’autentico silenzio inteso come padronanza di sé. Ha un effetto temporaneo che a breve svanisce e che non aiuta il bambino nella sua evoluzione personale. Risulta unicamente un atto di forza orientato al risultato immediato nel tempo, ovvero all’ottenimento dell’ordine acustico, e non invece alla crescita dell’individuo.

Solo attraverso un lungo esercizio personale, liberamente condotto in un ambiente adeguato, il bambino sarà in grado di autentico silenzio.

Il silenzio del bambino nasce in modo spontaneo dalla concentrazione, ovvero da quel raccoglimento personale che indirizza l’attenzione su un’attività o un oggetto e che a sua volta si origina dall’interesse5.

Quando vediamo un bambino spontaneamente silenzioso? Quando è concentrato nel fare qualcosa che suscita il suo interesse . Come favorire allora il silenzio attivo? Permettendo al bambino di concentrarsi spontaneamente attraverso esperienze per lui interessanti e liberamente scelte. Il bambino che ha il tempo di osservare l’ambiente, che può scegliere cosa fare ascoltando il proprio interesse e ha la possibilità di dedicarvisi per tutto il tempo desiderato, riesce a esercitare la sua capacità di concentrazione e progressivamente costruisce anche la capacità del silenzio autentico.

E questo è un cammino personale, una graduale conquista che consente al bambino di diventare padrone di sé e dei propri atti, di essere consapevole e capace di rispondere alla voce della propria interiorità. Il bambino, nel silenzio, ascolta le proprie emozioni, riflette sui propri pensieri, riconosce il proprio interesse e le proprie preferenze, percepisce con maggiore chiarezza il proprio agire, i propri errori e successi.

Questa capacità di ascolto interiore rende il bambino disponibile a riconoscere e a rispondere alla sua chiamata personale. La capacità di ascoltarsi, controllando le proprie dimensioni più istintive, porta infine a saper riconoscere e gestire il proprio tempo interiore. Il bambino che guida liberamente, in modo ordinato e positivo i propri atti a partire dall’ascolto dei suoi interessi, sa cogliere e seguire il proprio tempo personale. Non si affretta in modo convulso e disorganizzato ad agire, ma sa orientare il proprio muoversi nello spazio per realizzare ciò che desidera, affermando in tal modo il valore delle proprie scelte e della propria persona.

Questa competenza permette nel contempo all’individuo di saper ascoltare l’altro e di riconoscerne e rispettarne il tempo, portandolo a vivere appieno all’interno di una dimensione comunitaria di relazione autentica e di ascolto. Nel relazionarsi a un altro individuo, il bambino che parte dalla consapevolezza di sé, sa attendere, ascoltare, comprendere e rispondere in modo adeguato.

Il silenzio interiore che permette di rispondere agli appelli della propria interiorità predispone l’individuo ad ascoltare e a saper rispondere alle chiamate degli altri. Il silenzio è quindi anche educazione all’ascolto e alla relazione.

Sulla base di quanto scritto, una pedagogia del silenzio non solo è possibile ma anche fortemente auspicabile. Sarà fondamentale quindi concedere al bambino l’opportunità del silenzio in quanto preziosa pratica nel suo cammino di crescita personale e di conquista della propria umanità. Il silenzio è dimensione abitabile dall’essere umano e per lui feconda. Occorre tenerne presente anche nel nostro cammino a fianco dei bambini.

Il linguaggio del bambino piccolo e il pensiero Montessori
Il linguaggio del bambino piccolo e il pensiero Montessori
Isabella Micheletti
Come favorire l’uso della parola nei primi anni di vita.Un piccolo libro che suggerisce idee pratiche per sviluppare il linguaggio, partendo dal pensiero di Maria Montessori e di altri rinomati studiosi dell’infanzia. L’apprendimento del linguaggio avviene nei primissimi anni di vita del bambino, grazie all’utilizzo di competenze innate che necessitano di essere esercitate quotidianamente. Per favorire questo ricco processo di sviluppo, è importante predisporre un ambiente che consenta esperienze di qualità, ma è altresì essenziale che l’adulto instauri una relazione di comprensione e rispetto con il bambino: imparare a parlare, infatti, non equivale solo ad apprendere parole nuove o a costruire frasi, ma significa porsi in relazione con l’altro, donando una parte di sé. È consigliabile, dunque, offrire al bambino non solo un linguaggio chiaro e corretto, ma anche la propria attenta presenza, sapendo regalargli momenti di ascolto, senza scordarsi che anche il silenzio rappresenta un prezioso tempo di raccoglimento e di costruzione personale. Isabella Micheletti nel suo libro Il linguaggio del bambino piccolo e il pensiero Montessori (ma non solo!) affronta questi temi con chiarezza e semplicità, suggerendo idee pratiche da sperimentare in famiglia. Seguire nel bambino lo sviluppo del linguaggio è studio di un immenso interesse e tutti coloro che vi si sono dedicati concordano nel riconoscere che l’uso di parole e nomi, dei primi elementi del linguaggio, cade in un determinato periodo della vita come se una precisa regola di tempo sovrintendesse a questa manifestazione dell’attività infantile. Il bambino sembra seguire fedelmente un severo programma imposto dalla natura, e con tale puntuale esattezza che nessuna scuola, per quanto sapientemente diretta, reggerebbe al confronto.Maria Montessori Conosci l’autore Isabella Micheletti è educatrice Montessori e formatrice nei corsi dell’Opera Nazionale Montessori. Specializzata nel metodo Montessori, lavora da anni in questo ambito educativo con esperienza sia in Italia che all’estero.È co-fondatrice del progetto educativo e sociale “Spazio Montessori, uno spazio per la famiglia”, rivolto ai bambini della prima infanzia e alle loro famiglie.Scrive articoli di settore ed è appassionata ricercatrice nell’ambito del pensiero pedagogico.