di Daniele Novara

“Educatori senza frontiere”:
un’intervista a Renilde Montessori

Riproduciamo qui di seguito un’intervista raccolta da Daniele Novara175 per la rivista “Marcondiro”, ottobre 1999, (casa editrice La Meridiana), in occasione di un’Assemblea che si è svolta alla Villa “La Montesca”, a Città di Castello (Perugia) dall’11 luglio al 21 agosto 1999 per lanciare – per iniziativa di Renilde Montessori – “un nuovo capitolo dell’AMI” e “rinvigorire il movimento Montessori”: una sorta di “cattedra ambulante della riforma educativa di Maria Montessori”, chiamata Educateurs sans Frontières.


Lo scopo è di diffondere ulteriormente, oltre i centri di formazione per i futuri docenti e le stesse scuole, l’idea centrale di Educazione come aiuto alla vita.

Nel 1940 la Montessori scrisse alle sue nipoti in una lettera dall’India queste parole176 :

Noi abbandoniamo tutto e viaggiamo per il mondo, come quelli che in tempi andati, seminavano e proseguivano il cammino. Questo è il nostro destino: seminare! Seminare ovunque, senza fermarsi, nemmeno al raccolto…

Il concetto è stato ripreso da Renilde Montessori per lanciare il suo progetto. Seminare conoscenza, consapevolezza e comprensione delle leggi naturali dello sviluppo umano oltre le formali frontiere tra gli Stati. Come dice il dépliant dell’incontro, “le frontiere più pesanti sono quelle psicologiche, ideologiche, religiose, razziali, oppure economiche che dividono artificiosamente l’umanità, ancora inconsapevole dell’unità intrinseca della propria specie. Superarle significa davvero lavorare per la pace.


A tale scopo si cercano persone – che abbiano già una formazione AMI o che desiderino farsela – di varia età ed esperienza, forti e con idee chiare. Ma lasciamo la parola a Renilde Montessori che in questa intervista presenta le ragioni del nuovo progetto e insieme delinea della sua nonna un ritratto vivace e autentico, di grande efficacia.


DN Vuoi dirci, Renilde, qualcosa su queste due Associazioni, l’AMI e gli “Educatori senza Frontiere”?


RM Maria Montessori ha fondato l’AMI perché il suo nome, già nel ’29, non essendo protetto, era esposto a un utilizzo improprio. Quando cominciò a divulgare il suo lavoro, una parte della gente che era andata a sentire le sue conferenze, si mise ad aprire scuole e sedicenti “associazioni Montessori”. Com’è noto, questa è una pedagogia molto sottile, molto profonda; non si capisce dopo un solo corso. Molte persone, dopo aver assistito alle sue conferenze, con quel che avevano capito, cominciarono a lavorare dappertutto, spacciandosi per divulgatori del metodo.


Il primo corso si tenne proprio qui alla “Montesca” nel 1909. Nel 1913 c’erano già scuole in Giappone e in Olanda, nel ’14 in Australia …


Il movimento si è diffuso molto presto. Tanta gente ha preso quella piccola parte che aveva capito e l’ha applicata arbitrariamente. Risultava impossibile proteggere il nome Montessori. Nel 1929 Maria Montessori fondò, assieme ad alcuni amici, l’AMI per dare una struttura al suo lavoro e per assicurarsi che, dopo la sua morte, ci fosse un gruppo in grado di continuare l’opera secondo le sue direttive.


Mentre Maria Montessori era ancora in vita, il movimento divenne mondiale, un movimento sociale, orientato verso i bambini e la pace. Dopo la sua morte, non so per quale ragione, l’AMI si è limitata – anche se ci sono state persone che hanno usato i riconoscimenti Montessori in molti lavori differenti – alla formazione dei maestri e alla formazione dei formatori. L’aspetto di movimento mondiale per il bambino è passato in secondo piano.


Per questo abbiamo deciso di creare, sempre all’interno dell’AMI, una nuova associazione, gli Educatori Senza Frontiere, nome ispirato ovviamente a “Medici Senza Frontiere” (Médecins Sans Frontières).


DN Quali fini si propone la nuova Associazione?


RM Si propone di lavorare secondo i principi pedagogici e filosofici di Maria Montessori, al di là delle scuole, con tutti i bambini che ne hanno bisogno.


Noi montessoriani di vecchia data, viaggiando per il mondo, ci rendiamo conto che in molte situazioni si potrebbe fare moltissimo per i bambini. Per esempio nei gruppi culturali che in questo momento hanno perso la loro identità, nei ghetti, con i bambini di strada, con i figli dei prigionieri, nei campi profughi.


C’è moltissimo da fare, ma non c’è un’organizzazione in grado di coordinare i vari interventi. Nei miei intenti, preparando gli insegnanti a lavorare fuori dalle scuole, creando collegamenti con le innumerevoli organizzazioni educative già esistenti in tutto il mondo, si dovrebbero gettare le basi di una rete internazionale. Il potenziale insito nelle organizzazioni già esistenti è enorme. Il curioso è che, quando ho cominciato a parlare degli Educatori Senza Frontiere, molti montessoriani non hanno capito la portata del mio progetto, mentre altre associazioni come l’UNICEF, si sono mostrate subito molto interessate.


L’AMI è un’associazione non governativa riconosciuta dall’UNESCO e dall’ONU. Noi speriamo di rafforzare i legami con l’UNESCO, poi starà agli educatori stessi trovare gli spazi adatti alla collaborazione.


DN Vorrei tornare a Maria Montessori. Alla sua morte avevi già ventitré anni. Conservi quindi molti ricordi di lei. Che cosa vorresti in particolare raccontare ai nostri lettori?


RM È difficile trovare un episodio tra tanti. Ho vissuto con Maria Montessori fino alla sua scomparsa. Si badi bene: non era lei a vivere con la mia famiglia e con me; piuttosto eravamo noi a vivere con lei. Per noi, era il centro del mondo. Me la ricordo sempre al lavoro. Un americano mi chiese una volta quale fosse il suo “orario lavorativo”. La domanda mi fece sorridere: Maria Montessori lavorava notte e dì, senza fermarsi mai.


Una delle cose che la gente dimentica è che Maria Montessori era una donna di scienza. Non era una cara signora che ha inventato un metodo per insegnare ai bambini. Era antropologa, era dottore in medicina, era biologa e non le mancavano le specializzazioni in altri campi, come ad esempio la matematica.


Già nella scuola secondaria fu una delle due ragazze che scelse l’indirizzo matematico. Benché potessero restare con i ragazzi in classe durante le ore di lezione, a loro era vietato restare assieme ai loro compagni nel corso della ricreazione; quindi venivano rinchiuse in una stanza. All’epoca le chiavi erano grandi e i ragazzi potevano comodamente spiarle dal buco della serratura. Stufa di vedere i loro occhi, Maria chiese in prestito alla madre la spilla del suo cappello… che ovviamente la madre negò! Anche se a questo episodio non ho assistito di persona, credo lasci comprendere l’indole di mia nonna.


Io la ricordo costantemente assorbita dal lavoro. Quando eravamo in India nel 1947, scrisse La mente del bambino. Tutti ci alzavamo molto presto, ma la trovavamo già intenta a scrivere dalle sei del mattino.


La prima cosa che si ricorda di lei è la sua incredibile intelligenza. Poi la sua energia e il senso dell’umorismo, la sua sana risata. Aveva anche un carattere difficile: la gente ne aveva una soggezione terribile. Era anche una donna dura, severa, sempre immersa nei suoi pensieri.


Mi ricordo che una volta, poco prima di morire, era molto nervosa a causa di una conferenza universitaria che doveva tenere. Non lo diceva chiaramente, ma si lamentava dell’età avanzata (aveva 82 anni) e della lingua in cui avrebbe dovuto parlare (l’inglese) che non le piaceva e che padroneggiava poco. L’aveva imparato tardi, in India; si sentiva più a suo agio con altre lingue che aveva sempre parlato: italiano, francese, spagnolo. Mentre l’aiutavo a vestirsi, cercava un borsellino nero che sembrava essersi perduto. Le suggerii di cercarlo nel cassetto in cui stava di solito, ma lei mi disse che aveva già controllato e lì non c’era. Più tardi lo trovai, invece, proprio in quel cassetto. Quando tornò dalla conferenza, glielo mostrai e lei mi chiese dove lo avessi trovato. “Nel cassetto in cui sta sempre” le risposi. “Ma io ti avevo detto che non era lì e tu hai osato guardarci?”.


Questa era mia nonna. Impossibile contraddirla. Le piaceva molto fare il solitario e giocare alle carte. Sia mio padre che tutti noi nipoti imparammo a lasciarla vincere senza che lei se ne accorgesse…


Il senso umoristico non l’abbandonava mai ed era sempre interessante, perché sempre interessata a tutto. I bambini che frequentano le scuole montessoriane hanno una caratteristica in comune con Maria Montessori ed è la curiosità: per loro la vita intera è interessante. Questo è il dono più grande che un educatore possa fare ai bambini. Molti montessoriani di lunga data mi hanno chiesto come oso paragonare la grande Montessori a qualcun altro. Come, non posso paragonarla a nessuno? Nemmeno ai bambini?


DN In Italia c’è una certa difficoltà a mantenere una continuità nell’insegnamento condotto con metodo montessoriano. Secondo te, come si spiegano le alterne fortune delle scuole montessoriane?


RM Con motivazioni politiche, anzitutto. All’inizio del fascismo, Mussolini era entusiasta del metodo; poi è venuto il momento in cui Maria Montessori è stata costretta a lasciare l’Italia. Un regime totalitario non vuole scuole dove i bambini diventano individui pensanti, perché è un pericolo per il sistema. Per la stessa ragione in Spagna durante la dittatura franchista e nella Germania di Hitler non ci sono state scuole montessoriane.


Dipende poi dalle correnti sociali e pedagogiche. Ci sono momenti in cui il metodo viene accettato e altri in cui viene rigettato. C’è sempre stato questo flusso e riflusso dell’interesse attorno al metodo. Credo che soltanto oggi si cominci a capirne veramente il valore. Se in passato veniva considerato adatto ai bambini handicappati o riservato ai bambini ricchi o ai superdotati, criticato a fasi alterne perché troppo rigido o troppo lassista, oggi si comincia a capire che non si tratta di un metodo d’insegnamento, ma di una via per agevolare il normale sviluppo del bambino. Finora era considerato alla stregua di una tecnica scolastica, anche se particolarmente attraente, perché permette ai bambini di apprendere la scrittura e l’aritmetica quando sono ancora piccoli. Per molti genitori questa è ancora oggi la ragione principale per cui mandare i propri figli in una scuola montessoriana: dare loro un vantaggio nel mondo consumista in cui viviamo.


DN Qual è stata l’evoluzione del metodo negli anni successivi alla morte di Maria Montessori, a livello mondiale?


RM Il metodo è rimasto sempre lo stesso. Quello che è variato è l’entusiasmo suscitato dal metodo. Molti genitori fanno la stessa domanda, cioè chiedono se i “giocattoli utili” inventati da Maria Montessori all’inizio del secolo non siano un po’ antiquati, a confronto con i progressi che la specie umana sembra aver compiuto da allora. La risposta è no. I materiali sono il frutto di scelte compiute dai bambini con cui Maria Montessori ha lavorato per cinquant’anni e i bambini non sono cambiati.


È molto difficile spiegare ai genitori che la specie umana è immutata da migliaia di anni e che il bambino universale non cambia, malgrado i cambiamenti esteriori.


Questo vale per i bambini dai tre ai sei anni.

Nella fascia che va dai sei ai dodici anni il discorso è completamente diverso, perché i bambini (a questa età), hanno una capacità mentale straordinaria: sono in grado di comprendere tutti i concetti esistenti. Per loro il campo di studi è l’universo intero.


DN Sono state pubblicate alcune biografie che scavano nelle vicende personali di Maria Montessori, in particolare nel rapporto con il figlio, tuo padre. Le ritieni attendibili? Pensi che sia utile che si sappia qualcosa di più della biografia di Maria Montessori?


RM Quando è uscito il libro di Rita Kramer, ero molto contenta perché la storia di mio padre vi era esposta senza farne una tragedia. La prima parte del libro è molto buona, mentre la seconda risulta deludente perché l’autrice mostra di avere una scarsa conoscenza del metodo. E poi, ho sempre avuto l’impressione che avesse un’antipatia postuma per Maria Montessori. Ma potrei sbagliarmi.


Mi sembra giusto che si sappiano i fatti, ma non trovo accettabili le congetture. Preferisco, se qualcuno vuole indagare sulla vita di Maria Montessori, che aspetti che muoiano almeno le nipoti. Per rispetto.

MONTESSORI: PERCHÉ NO?
MONTESSORI: PERCHÉ NO?
Grazia Honegger Fresco
Una pedagogia per la crescita.Che cosa ne è oggi della proposta di Maria Montessori in Italia e nel mondo? Un testo fondamentale, corretto, ampliato e riproposto a distanza di anni, per chiunque si interessi alla vita e alle opere di Maria Montessori. Montessori: perché no? è un testo fondamentale per chiunque si interessi alla vita e alle opere della celebre pedagogista. Sull’onda del recente rinnovato interesse per la figura e il pensiero di Maria Montessori, il testo, già edito da Franco Angeli in 7 edizioni ed esaurito da anni, è stato curato da Grazia Honegger Fresco, corretto e ampliato con uno scritto della stessa Montessori relativo all’Educazione Cosmica e uno sull’apprendimento della nostra lingua per adulti migranti. Il bambino che ha sentito fortemente l’amore all’ambiente e agli esseri viventi, che ha trovato gioia ed entusiasmo nel lavoro, ci fa sperare che l’umanità possa svilupparsi in un senso nuovo. La nostra speranza per la pace futura non risiede negli insegnamenti che l’adulto può dare al bambino, ma nello sviluppo normale dell’uomo nuovo.Maria Montessori Conosci l’autore Grazia Honegger Fresco (Roma, 6 Gennaio 1929 - Castellanza, 30 Settembre 2020), allieva di Maria Montessori, ha sperimentato a lungo la forza innovativa delle sue proposte nelle maternità, nei nidi, nelle Case dei Bambini e nelle Scuole elementari. Sulla base delle esperienze realizzate con i bambini e i loro genitori, ha dedicato molte delle sue energie alla formazione degli educatori in Italia e all'estero.È stata presidente del Centro Nascita Montessori di Roma dal 1981 al 2003 e ne è stata Presidente onorario. È stata consulente pedagogica di AMITE (Associazioni Montessori Italia Europa) e nel 2008 ha ricevuto il premio UNICEF-dalla parte dei bambini.Ha pubblicato numerosi testi di carattere divulgativo.