CAPITOLO VII

L'influenza dell'ambiente
che circonda la mamma

Coloro che allattano e coloro che lottano affinché l’allattamento venga di nuovo considerato la norma nell’alimentazione infantile, lo fanno non perché non vi siano alternative, ma perché le alternative sono tutte inferiori”, afferma Jan Riordan. E prosegue: “Sfortunatamente, sapere che allattare è il modo ottimale di nutrire un bambino non basta. È necessario conoscere le regole giuste per allattare e inoltre è di fondamentale importanza che la società accetti queste regole. (…) Affinché le donne che desiderano allattare possano farlo senza ostacoli, la sfida che ci attende è che le conoscenze sull’allattamento ritornino di dominio pubblico e che tale pratica venga reinserita nel tessuto sociale1.” L’autrice è riuscita a sintetizzare in poche parole il nocciolo del problema: com’è possibile che le mamme allattino, se poche di loro possono avere accesso alle informazioni giuste e ad assistenza e sostegno adeguati prima, durante e dopo il parto?


Secondo la Riordan i tassi di allattamento di una società riflettono l’importanza che tale società dà a questa pratica, la quale a sua volta si misura sul grado di approvazione che godono nella società le madri che allattano. Noi viviamo in una cultura in cui il ricorso al biberon è considerato normale, mentre continuare la propria vita sociale insieme al bambino, portandoselo con sé e allattandolo a richiesta fa ancora parte di un modo cosiddetto ‘alternativo’ di vivere la maternità. Inoltre, dopo anni in cui la normalità era rappresentata dal bambino alimentato artificialmente, si può dire che oggi non viene in fondo recepita la differenza sostanziale fra le due scelte – seno o biberon – e, di solito, fra due possibilità non tanto diverse, la gente opta non tanto per la migliore quanto per quella più diffusa e socialmente accettata.


Partendo da queste considerazioni, nei prossimi paragrafi cercheremo di delineare una parte importante degli ostacoli alla diffusione dell’allattamento, quelli appunto dovuti a un ambiente culturale che promuove il ricorso al biberon.

La mamma “incompetente”

Non è certo un caso che il declino dell’allattamento, a vantaggio della diffusione dei latti artificiali, sia avvenuto di pari passo con il passaggio delle competenze di puericultura dalle donne agli “esperti”, con la medicalizzazione e la “industrializzazione” della gravidanza e del parto, e alla diffusione di nuove teorie, secondo cui i bambini potevano soffocare se tenuti nel letto dei genitori2, o sarebbero cresciuti viziati se tenuti in braccio e non lasciati piangere nelle culle. Tutto questo ha comportato l’accettazione come norma culturale del fatto che la mamma non possiede le capacità di accudire un bambino, non può fidarsi dei messaggi non verbali che questo le invia né del proprio istinto, ma deve affidarsi a qualcuno più esperto di lei che le dica cosa deve fare, in modo standardizzato. Questo tipo di approccio, che implica la delega ad altri delle modalità di accudimento del proprio figlio, genera insicurezza e spesso frustrazione nelle madri, che spesso giungono a prendersi cura di un neonato con aspettative molto poco realistiche su quali siano i suoi reali bisogni.


Inoltre, focalizzare l’attenzione non più sull’allattamento visto nel suo significato più ampio e complesso (ossia di relazione), ma sul semplice trasferimento di cibo e anticorpi dal seno materno alla bocca del bambino (valore del latte materno come prodotto), ha fatto sì che molte madri si sentano ancora raccomandare di non superare un certo numero di poppate giornaliere, o di non riattaccare il bambino al seno prima che sia passato un certo periodo di tempo. Ci si aspetta che i bambini prendano presto “un ritmo”, intendendo con questo termine che con il passare dei mesi dovrebbero richiedere meno frequentemente il seno, specialmente di notte, cosa niente affatto scontata.


In un’ottica simile, rispondere offrendo il seno ai segnali di richiesta del neonato non viene considerato un’opzione auspicabile, se il bambino “ha già mangiato”. Ancora oggi, la maggior parte delle mamme è quindi restìa ad allattare a richiesta nel reale significato del termine, cioè senza contare il numero delle poppate né di notte né di giorno, mentre l’attenzione è focalizzata, più che sulla crescita o sullo stato generale del bambino, su “quanto latte ha preso” e sul numero delle poppate giornaliere. Questo forse è anche il motivo per cui nelle società industriali è più diffusa la depressione post-partum fra le mamme che allattano, in quanto si trovano ad affrontare la realtà con pochi strumenti e magari con aspettative irrealistiche sul comportamento del bambino. Nella realtà, una mamma che allatta davvero a richiesta non sempre gode di approvazione e sostegno da parte di chi le sta intorno, soprattutto dopo i primi mesi. Talvolta può venire addirittura considerata fanatica oppure “schiava” del bambino, reputato un piccolo tiranno che mangia secondo i propri capricci, si addormenta quando vuole lui, e magari pretende pure di stare sempre in braccio… questi atteggiamenti di disapprovazione, più o meno espliciti, possono pesare come pietre sul cuore di una neo-mamma, facendola sentire inadeguata perché non all’altezza del compito che si trova ad affrontare. Quando si è madri da poco, più che in altri momenti della vita, il bisogno di essere accettate, sostenute, approvate da chi ci circonda è forte e tangibile, quasi indispensabile per il benessere e la tranquillità. Quanto è più facile allora passare al biberon, con pasti che avvengono a orari prestabiliti, in dosi prestabilite non dalla mamma ma dal pediatra, e il bello è che si vede la bottiglia che si vuota sotto gli occhi, così si è sicure che il bambino ha mangiato e non morirà di fame! I bambini improvvisamente diventano più buoni, dormono di più, e anche le nonne sono più contente, perché possono dare loro il latte al bambino lasciando la mamma libera di dedicarsi a cose più importanti…

LATTE MATERNO COME ALIMENTOO ALLATTAMENTO COME NUTRIMENTO?

 

LATTE MATERNOCOME ALIMENTO

ALLATTAMENTOCOME NUTRIMENTO

Credenze e valori

Regole rigide, timore di viziare il bambino, voglia di renderlo più possibile e prima possibile indipendente, difficoltà nel rispondere ai suoi bisogni di contatto, attenzione al numero di poppate e alla quantità di latte.

Neonato e madre come una diade inseparabile, il lattante con bisogni e non vizi, bambino come membro della famiglia a tutti gli effetti, soddisfazione nell’accudire il lattante, attenzione alla crescita del bambino e al suo stato generale.

Strumenti

Succhiotto, biberon, culla e sdraietta (uso abituale), carrozzine, passeggini.

Fascia (uso assente o limitato di culle, carrozzine, passeggini, succhiotto, biberon).

Pratiche

Allattamento ad orario, lasciar piangere il bambino, tenere il bambino in braccio il minimo indispensabile, far dormire il bambino da solo, vita sociale nonostante il bambino.

Allattamento a richiesta, rispondere ai bisogni del bambino, contatto fisico frequente e duraturo, sonno condiviso per tutta o parte della notte, vita sociale con il bambino.

Il vissuto circa l’allattamento

Piacevole ma faticoso, complicato, vincolante.

Impegnativo ma appagante, facile, comodo.

Cibi solidi

Introduzione cibi solidi in sostituzione delle poppate.

Introduzione cibi solidi in base ai segnali del bambino, continuando ad allattare come prima.

Durata allattamento

Fine precoce.

Fino a quando desiderano vicendevolmente mamma e bambino.

In questo schema, vediamo rappresentati due modelli molto diversi, per non dire antitetici, di allattamento. Spesso prima di diventare madri si pensa che il modello normale sia il primo, mentre il secondo è sconosciuto o si crede contribuisca a creare vizi nel bambino. Poi molte madri si accorgono che assecondare la natura con l’allattamento funziona molto bene ed è più gratificante per loro stesse e per i loro bambini. Non sempre è facile superare i pregiudizi culturali e i conflitti interiori nello spostarsi dal primo al secondo modello.

Una coppia molto affiatata

L’accudimento della prole da parte dei genitori, che esiste in tutti i mammiferi e che prende il nome di “cure parentali”, ha significati ben precisi nella nostra specie così come nelle altre, e il come queste cure avvengono avrà delle conseguenze a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute psicofisica dell’individuo. È noto che l’essere umano è, fra i mammiferi, quello che nasce più immaturo dal punto di vista neurologico, e che come molti primati partorisce cuccioli non autosufficienti, che nel passato (e ancora oggi in molte popolazioni), venivano portati in braccio, solitamente sul fianco dell’adulto, e allattati più o meno di continuo, sicuramente per anni piuttosto che per mesi. In più, abbiamo visto che il latte umano ha un basso contenuto di proteine ed è estremamente digeribile, composizione ideale per un ritmo frequente di piccoli pasti. Per tutti questi motivi, il bebè – ogni bebè –, quando nasce si aspetta da parte della madre prima di tutto molto contatto fisico e poi poppate frequenti e regolari (secondo la propria regola!), sia di giorno sia di notte; e questo non perché nasce viziato ma perché nasce predisposto dalla natura a questo tipo di accudimento. Oggi sappiamo che, oltre a favorire un sano sviluppo dal punto di vista psico-emotivo, il contatto fisico prolungato con la madre promuove anche la maturazione dell’apparato neurologico e del sistema immunitario del lattante.


Di fatto, allattare in modo naturale, e cioè a richiesta e a lungo, implica di per sé un tipo di interazione fra madre e figlio che risponde in maniera perfetta a tali bisogni fisiologici e psicologici di intimità e scambi reciproci continui. Abbiamo già accennato a come gli ormoni prodotti durante la lattazione aiutino la madre a vivere con serenità il rapporto così esclusivo che si forma fra lei e il lattante, rapporto che dura con quest’intensità per i primi sei mesi, e poi si evolve con ulteriori modalità via via che il bambino cresce.


In realtà, la scienza riconosce da tempo che la mamma e il bebè costituiscono un insieme inscindibile dal punto di vista fisiologico. Sono cioè programmati dalla natura per stare a stretto contatto anche dopo la nascita almeno per i primi nove mesi di vita ma anche oltre, mesi durante i quali la mamma rappresenta per il bambino inizialmente una parte di sé stesso, e in seguito la mediatrice attraverso la quale inizia le proprie esperienze e costruisce la propria autostima e l’amore di sé, prerogative necessarie per imparare ad amare il mondo e rispettare gli altri.


Allo stesso modo, tenere il bambino in braccio o dentro una fascia acquista un significato educativo profondo. Più che in una culla o in un passeggino, in braccio alla mamma il bambino ha infatti modo di imparare a conoscere il mondo esterno da una posizione privilegiata, potendo contare sul contenimento e la sicurezza che scaturisce dalla presenza e dal calore del corpo di mamma o papà, vale a dire coloro che lo conoscono e lo amano più di qualunque altra persona. Al papà spetta anche l’importante ruolo di proteggere la coppia madre-figlio, sostenendo psicologicamente la mamma, incoraggiandola e dandole, quanto possibile, un aiuto pratico.

L’importanza delle cure prossimali

Questo modello di cure parentali, basato sul tenere i bambini addosso o comunque vicini, rispondendo al loro bisogno di contatto e di essere allattati spesso, sia di giorno che di notte, viene chiamato cure prossimali, ed è quello che la scienza considera la norma fisiologica per il bebè umano3. È un vero peccato che nella realtà oggettiva la maggior parte delle madri non si sente a proprio agio a rispondere ai bisogni di contatto dei figli piccoli, magari perché hanno paura di viziarli, complici anche tutta una serie di manuali ed esperti che teorizzano la validità di cure basate sul distacco e sull’imporre ai bambini a una indipendenza prematura. Tutto questo senza però alcuna base scientifica, cosa che è facilmente verificabile consultando la bibliografia di riferimento che spesso è scarsa o manca del tutto.


Spesso le madri che offrono ai figli un modello di cure basato sul contatto fisico e sull’allattamento a richiesta sono oggetto di disapprovazione da parte delle persone che hanno intorno, e anche questo è un fattore che contribuisce al mantenimento delle cure basate sul distacco e l’inevitabile ricorso a tutta una serie di oggetti come ad esempio culle, sdraiette e – guarda caso – biberon e succhiotti. È immediato il fatto che questi ultimi sono adibiti ad occupare, nella bocca del bambino, il posto del seno: conseguentemente, il loro uso, specie se abitudinale e prolungato, è legato a una minore frequenza delle poppate e spesso alla prematura cessazione dell’allattamento. È noto infatti che quando si introduce il biberon o si fa uso massiccio del succhiotto, potrebbe verificarsi in parallelo un calo di produzione di latte e talvolta si arriva anche al rifiuto da parte del bambino di poppare dalla mamma. I bambini che si abituano a succhiare il latte dal biberon, che richiede un meccanismo di suzione completamente diverso da quello del seno, possono poi succhiare allo stesso modo dal seno, ottenendo così soltanto una parte del latte di cui hanno bisogno per crescere, e provocando anche in questo caso, per il meccanismo di feedback negativo, un calo nella produzione del latte materno. Non è un caso che le madri, dopo la scarsità di latte, indichino come motivo per la cessazione dell’allattamento il fatto che il bambino non voleva più succhiare o non ci riusciva4.


Inoltre i bambini che ricevono cure di tipo “non prossimale” hanno spesso più alti livelli di stress e piangono di più. Che le cure prossimali contribuiscano a ridurre il pianto e i livelli di stress dei lattanti lo confermano le ricerche5 e soprattutto l’esperienza di molte famiglie. Addirittura uno studio6 ha paragonato i vari sistemi di accudimento e ha notato che i bambini londinesi, le cui madri usano molto culle, sdraiette e allattamento a orario, soffrono di più di coliche e piangono fino al 50% in più rispetto ai coetanei danesi, le cui madri praticano un accudimento sul modello delle cure prossimali.


Anche le madri che per qualche motivo non hanno potuto iniziare ad allattare, o hanno smesso prima del tempo, dovrebbero essere informate dell’importanza di cure che rispondano ai bisogni del bambino di essere tenuto in braccio, nutrito dalla mamma, coccolato e tenuto vicino “pelle-a-pelle” (bisogni ancora maggiori in questo caso). Seguendo il loro istinto, molte madri continuano ad attaccare i bambini al seno per consolarli e addormentarli, o anche per nutrirli con un dispositivo che consente di dare l’aggiunta al seno, e li tengono vicini durante il sonno. Queste abitudini dovrebbero essere incoraggiate, come anche l’abbandono dell’aggiunta e la rilattazione.


Allattamento e cure prossimali sono tanto più preziosi per quelle famiglie in cui la madre deve riprendere presto il lavoro dopo il parto, in quanto possono aiutare sia lei sia soprattutto il bambino a sopportare meglio la separazione durante la giornata.

Il succhiotto


Il succhiotto è uno strumento usato dalla maggior parte delle mamme. I sostenitori del suo uso affermano che esistono studi che non trovano collegamenti fra uso del ciuccio e fine prematura dell’allattamento.


Di fatto, è chiaro che il succhiotto viene usato con lo scopo di consolare il bambino al posto del seno, o perché la madre non è fisicamente presente (lattanti ricoverati, prematuri) o perché non può materialmente prendere il bambino (come ad esempio se sta guidando). Talvolta si ricorre al ciuccio perché il bambino non accetta il seno per consolazione, come in alcuni casi di sovrapproduzione di latte o rifiuto del seno7. Ma il caso più comune è quello in cui la madre offre il ciuccio quando desidera posticipare la poppata, o non desidera riattaccare al seno il neonato che ha succhiato da poco tempo.


In letteratura diversi studi collegano l’uso del succhiotto a una minore durata dell’allattamento esclusivo8, anche se non si esclude l’effetto inverso, cioè che siano le madri che hanno problemi con l’allattamento o vogliano interromperlo a usare di più il succhiotto. Il suo uso durante le prime 6 settimane di allattamento è sconsigliato perché può interferire con l’apprendimento da parte del bambino di una corretta pratica di suzione al seno, e con la produzione di latte, visto che l’uso del ciuccio va a sostituirsi alle poppate, disturbando l’allattamento a domanda.


Oggi tuttavia i genitori si sentono dire che l’uso del succhiotto può aiutare a prevenire la SIDS, e questo viene dichiarato su ogni pubblicità di ciuccio, che quindi è dipinto come strumento di salute.


Ma sarà davvero così?


In effetti, le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria9 sostengono questa raccomandazione, basandosi su uno studio che mostrava come fosse un fattore di rischio per la SIDS il fatto di dimenticare di mettere il ciuccio anche per una sola notte a quei bambini che ne facevano uso abituale all’ora della nanna. È però anche evidente che i bambini allattati sono protetti dalla morte in culla, e questo forse indipendentemente dal fatto che usino o meno il succhiotto (non esistono studi precisi in merito). Il buon senso suggerisce che il bambino che può succhiare al seno della sua mamma non ha alcun bisogno del succhiotto, un oggetto che, a fronte di qualche possibile vantaggio (la comodità di calmare il bambino senza doverlo prendere e allattare), presenta però anche alcuni rischi, accresciuti anche dal fatto che è facilissimo, una volta iniziato a farne uso, abusarne.


Chi suggerisce l’uso del succhiotto, del resto, raccomanda di introdurlo soltanto ad allattamento ben avviato, di usarlo casomai soltanto all’ora della nanna, di non usarlo se vi sono problemi di allattamento, e infine di smettere presto per minimizzarne i potenziali effetti negativi.


Il succhiotto infatti è un fattore di rischio per problemi di tipo ortodontico, che possono portare anche a conseguenze per la salute10.


Il succhiotto può rappresentare un fattore di rischio per la candida orale e per l’otite, e può interferire nel rapporto fra madre e lattante. L’uso del succhiotto è inversamente proporzionale allo sviluppo del linguaggio.


Lo dice anche chi lo produce, come si può leggere in una guida alla puericoltura di una nota marca, che suggerisce di: non usare il ciuccio come veicolo di sostanze dolci; di ridurne l’uso in caso di otiti ricorrenti e malocclusioni evidenti; di usarlo solo ad allattamento avviato e interromperne l’uso se si nota una diminuzione di latte; di offrirlo al bambino “quando è evidente il suo bisogno di succhiare” ma che “va evitato quando il piccolo mostra il suo bisogno di contatto fisico11.


Se vi sono casi particolari in cui, per l’impossibilità da parte della mamma di offrire il seno, il succhiotto potrebbe essere uno strumento utile, usato con moderazione – e ci riferiamo ad esempio a bambini separati dalla madre per motivi di salute, prematuri, gemelli – in tutti gli altri casi in genere può anche essere evitato, o per lo meno va introdotto dopo la sesta settimana per permettere un’adeguata calibrazione del seno e usato con molta cautela e parsimonia, tenendo sempre presente che se il bambino chiede il succhiotto, ci sta chiedendo in realtà di essere tenuto in braccio e/o allattato.

Le aspettative culturali sul sonno dei bambini piccoli: una barriera all’allattamento?

Si è affermato che, nella nostra cultura, il bambino è considerato più come un fattore di disturbo per la mamma, piuttosto che come parte di una coppia che ha il bisogno fisiologico di stare insieme. Dopo la classica domanda: “Ce l’hai il latte?” rivolta alla mamma, la seconda cosa che viene chiesta ad ogni coppia di neo-genitori è “Vi dorme la notte?”. Dietro questa domanda c’è la pretesa di tutta la società occidentale di concepire il sonno dei genitori come un diritto sacrosanto e quello dei neonati come un dovere! Ma se si affronta la cosa da un’altra prospettiva, meno egoista, ci si accorge che stiamo considerando il problema da un’ottica forse un po’ ingenua e certo poco scientifica, e che questa pretesa è a dir poco strana.


La composizione del latte umano (un liquido a basso tasso di soluti) riflette la conclusione che la nostra specie è fatta per poppate frequenti. Lo stretto contatto fra madre e figlio di giorno e di notte è necessario per lo sviluppo ottimale del neonato e per il mantenimento di una produzione di latte adeguata. In più, l’ossitocina (ormone rilasciato durante le poppate) può indurre il sonno. Tutto questo porta a concludere che il sonno condiviso si è sviluppato come un adattamento del comportamento nutritivo notturno di mamma e bambino.


Invece, i dati su come “dovrebbe essere” il sonno di neonati e bambini furono stabiliti negli USA e nel Regno Unito, negli anni in cui i tassi di allattamento erano ai loro minimi storici e quando per i neonati era normale dormire da soli nelle culle. Questi dati sono quindi basati su pochi bambini e non rappresentano una situazione normale, bensì una condizione artificiale e falsata dall’uso di un cibo innaturale e non fisiologico. Nondimeno questi sono i dati ancora citati negli attuali testi di pediatria e costituiscono lo standard su cui viene valutato lo sviluppo del sonno infantile di tutti i bambini occidentali! Risulta quindi che la loro diffusione, e il fatto di averli accettati come norma di riferimento, ha contribuito a creare confusione e false aspettative nei genitori. Ma c’è dell’altro. Infatti è noto che la necessità fisiologica del bambino allattato di svegliarsi spesso e alimentarsi sovente, sia di giorno sia di notte, costituisce nei Paesi occidentali industrializzati una barriera all’allattamento.


Negli ultimi tempi alcuni studi hanno dimostrato che i bebè non allattati iniziano in anticipo ad acquisire ritmi di sonno (es. a dormire senza risvegli da mezzanotte alle 5 del mattino). Queste differenze sono soprattutto dovute alla minore digeribilità del latte vaccino, e ai pasti più abbondanti. Dormire più a lungo e più profondamente è una caratteristica tipica dell’adulto, la cui maturazione del cervello è già completa, mentre non riflette i bisogni fisiologici del neonato e del bambino piccolo, i quali tendono appunto ad avere più risvegli e a mangiare poco e spesso.


Per questo motivo, le mamme con esperienza di allattamento e le consulenti professionali riconoscono che minimizzare l’interruzione del sonno durante le poppate notturne è un fattore importante per il proseguimento della relazione di allattamento per molti mesi. Una delle possibili strategie consiste nel tenere il bambino vicino, in una culla posta accanto al letto matrimoniale o anche condividendo il letto: diversi studi documentano l’esistenza di una forte e chiara relazione fra allattamento e sonno condiviso, e di fatto questa sembra la soluzione a cui prima o poi tutte le mamme che allattano arrivano! È accertato infatti che dormire con il bambino, anche se non per tutta la notte, sia collegato a un aumento della durata dell’allattamento, e questo avviene non solo perché rende le poppate notturne meno faticose (specialmente nei casi in cui deve riprendere presto il lavoro fuori casa), ma anche perché viene favorita la produzione di latte.

Sembra proprio chiederselo, questo bambino!
Foto tratta dalla guida Chicco.

Sonno condiviso

Il sonno condiviso, o co-sleeping, ovvero trascorrere insieme al figlio piccolo tutta o parte della notte, è un argomento molto dibattuto nel mondo occidentale (e sottolineiamo solo in quello) perché carico di significati emotivi. Provoca sensazioni forti nei sostenitori e negli oppositori in quanto va a toccare convinzioni profonde e contrappone i sostenitori della guida basata sui bisogni del bambino a coloro secondo cui è indispensabile una disciplina rigida e schemi fissi fin dalla più tenera età, se si vogliono crescere bambini obbedienti e indipendenti. A questo proposito sono nate tutta una serie di pubblicazioni rivolte ai genitori allo scopo di “insegnare” ai propri figli a dormire da soli (sottintendendo che se non si fa qualcosa noi genitori, loro senza aiuto non impareranno mai!); il più celebre di questi libri è Fate la nanna del pediatra spagnolo Eduard Estivill. Egli, e con lui tutti gli autori di testi simili, non fa cenno al fatto che, storicamente, i genitori hanno sempre dormito con i figli fino a tempi recenti, e continuano a farlo in quasi tutto il mondo, senza che i loro bambini siano per questo meno indipendenti dei nostri (anzi, forse è vero il contrario). Non esiste alcuna base scientifica a queste teorie, e lo conferma il fatto che la bibliografia di questi testi è solitamente molto povera o addirittura inesistente, ma viceversa esistono evidenze sul fatto che applicare questi metodi rigidi può avere a lungo termine conseguenze negative sullo sviluppo del bambino. Ad esempio, l’Associazione Australiana per la salute mentale infantile (AAIMHI) mette in guardia i genitori dall’usare il metodo Estivill e metodi simili, poiché potenzialmente pericolosi per lo sviluppo emotivo del bambino, e li esorta ad approfondire le loro conoscenze sulla fisiologia del sonno dei bambini piccoli suggerendo inoltre la condivisione del letto, quando possibile e – sottolineiamo – mutualmente desiderata, come metodo per assicurarsi al tempo stesso un sonno più tranquillo e una più facile gestione dei normali risvegli dei bebè12.


Dormire vicini al proprio bambino piccolo significa non doversi alzare per allattarlo durante la notte, e non privare lui e i genitori di almeno 8 ore di contatto fisico che, ricordiamo, contribuisce alla sua salute: perché le mamme che desiderano dormire con i loro bambini non vengono incoraggiate a farlo, se questa pratica fa parte, a tutti gli effetti, dell’accudimento prossimale che si ritiene così utile per la salute?


Oltre al timore di viziare i bambini, un ulteriore ostacolo al sonno nello stesso letto è rappresentato dal fatto che alcuni studi lo collegano al rischio maggiore di SIDS, soprattutto per neonati molto piccoli (sotto le 8-14 settimane). Questo ha indotto alcune organizzazioni e ministeri della salute a includere nelle linee guida per una nanna sicura la raccomandazione di tenere i figli neonati vicini ma non nello stesso letto con i genitori13. In molti tuttavia si chiedono in che modo sia possibile che una pratica evolutiva collaudata come quella della vicinanza fra madre e figlio sia pericolosa e quindi da sconsigliare: se l’allattamento fa bene alla salute e aiuta a prevenire la SIDS (e su questo ormai non ci sono più dubbi) e se il sonno condiviso favorisce la pratica dell’allattamento (anche questo è ormai assoldato) allora, come è possibile che il sonno condiviso sia pericoloso? Per questo, non tutti sono concordi con queste raccomandazioni14 e anzi, secondo alcuni esperti, non si è ancora indagato a sufficienza sulla pratica del sonno condiviso in condizioni di fisiologia, ovvero di un accudimento di tipo prossimale con allattamento a richiesta15. Rimane un dato di fatto che molte popolazioni presso le quali il sonno condiviso è la norma, come quelle asiatiche, hanno tassi di SIDS molto bassi e inferiori a quelli occidentali. Per tutelare neonati e genitori, e il loro diritto a dormire insieme se questo funziona bene per loro, nonché per la promozione dell’allattamento, oggi l’Unicef e altre organizzazioni offrono linee guida per praticare in sicurezza il sonno nello stesso letto. Queste mettono in guardia contro i possibili fattori di rischio, che sono:

  • per la madre (o il padre): consumo eccessivo di alcool, consumo di droghe. Assunzione di farmaci che possano alterarne lo stato di coscienza. Obesità.
  • per il bambino: essere esposto a un ambiente dove si fuma, dormire prono o sul fianco. Avere età inferiore alle 4-8 settimane.
  • per l’ambiente: è considerato pericoloso praticare il sonno condiviso su divani o poltrone. È rischioso far dormire il lattante su superfici morbide e usare cuscini soffici o piumoni voluminosi. Occorre anche fare attenzione che non vi siano eventuali spazi fra materasso e muro (o testata del letto, o sponda) in cui il bambino possa cadere16.

Allattamento e vita sociale

Qualcuno potrà pensare che nel terzo millennio non si possono obbligare le donne a vivere come recluse per sottostare ai bisogni di un piccolo bebè senza regole… Ma è davvero così? O ancora una volta il fatto che a mamme e bebè insieme sia vietata la conduzione di una vita sociale normale è soltanto un’idea e un costume culturale? A questo riguardo, il problema in verità non sembra essere del neonato: a lui non importa di essere in casa, al ristorante, in piscina, al centro commerciale o in un bosco, se ha la mamma vicina; d’altra parte, per la mamma niente è più comodo dell’allattamento. Se si deve uscire basta portarsi dietro un marsupio o una fascia porta-bebè e qualche pannolino, e non serve altro, se non indossare vestiti comodi che consentano di attaccare il bambino al seno senza doversi spogliare troppo; questo significa che diventano superflui biberon, thermos, o altri accessori: tutto è lì, già pronto all’uso. Le difficoltà hanno piuttosto un’origine esterna alla coppia allattante: si pensi ad esempio che in molti stati americani allattare in pubblico viene ancora considerato un atto osceno, nonostante sia permesso dalla legge: molte madri non oserebbero mai allattare fuori dalle pareti domestiche, mentre quelle che lo fanno, anche con discrezione, non di rado sono invitate a coprirsi o ad allontanarsi da luoghi pubblici e privati. Del resto, anche in Italia capita periodicamente che a donne che allattano in pubblico venga chiesto di allontanarsi: per fortuna contro questi episodi si è schierato anche il Ministero della Salute, che riconosce nella promozione dell’allattamento una delle priorità sociali e sanitarie. Resta il fatto che ancora troppe madri con lattanti limitino le uscite fuori casa per paura che il bambino chieda di essere allattato: che peccato! In realtà, quella di poter nutrire e calmare il proprio bambino con un semplice gesto, ovunque ci si trovi, è proprio una delle comodità dell’allattamento!


Citiamo ancora una volta Jan Riordan, con la quale ci troviamo concordi nell’affermare che “…in molti Paesi… mancano i requisiti più importanti, cioè che la società riconosca il bisogno di madre e bambino di stare insieme, e il diritto della diade durante il periodo di allattamento a partecipare alle attività sociali, civiche, commerciali ed economiche fuori casa. Per molte donne, la principale barriera all’allattamento non sono i capezzoli dolenti, le poppate notturne o il lavoro. È la disapprovazione che incontrano per aver sprecato la loro istruzione e rinunciato alla carriera per rimanere a casa con il bambino, oppure quando vengono considerate male perché portano il bambino al lavoro o in chiesa, o a una riunione cittadina o a un colloquio con i professori, o semplicemente al ristorante o al parco.” Di questo sono oggi perfettamente consapevoli le istituzioni internazionali che promuovono l’allattamento e che da anni stanno facendo sforzi affinché questo ritorni come norma culturale. Il processo non sarà certo breve, e soprattutto coinvolge azioni a tutti i livelli, da una migliore formazione degli operatori sanitari adibiti all’assistenza alle mamme a progetti di educazione nelle scuole fino a norme più rigide nella regolamentazione del marketing dei sostituti del latte materno (tanto per citarne alcune).


Per fortuna capita sempre più di frequente di incontrare mamme che allattano in pubblico, anche se talvolta questo atto avviene in maniera così discreta che è difficile notarlo…

Capita ancora oggi nel nostro Paese che le madri vengano invitate ad allontanarsi da luoghi pubblici perché stanno allattando, sebbene oggi tutte le autorità scientifiche e lo stesso Ministero della Salute sostengano l’allattamento come pratica normale, e il diritto della madre e del bambino ad allattare ovunque.Cosa c’è di più naturale e sano?

Il biberon nell’immaginario comune

Per la promozione dell’allattamento come pratica normale, una vera e propria insidia a tutti gli effetti è rappresentata dall’uso che si fa del biberon e del succhiotto come simboli dell’infanzia, sia nelle pubblicità sia nei libri per bambini o nei giocattoli. Vediamo qualche esempio:

Una volta nata la sorellina, Pingu, protagonista di una nota serie di cartoni animati, posa insieme al resto della famiglia per la foto di rito. Evidentemente anche gli uccelli usano il biberon, e fin dalla nascita!

Moltissime bambole vengono vendute corredate di tutto l’occorrente per un bambino “vero”; dopo aver giocato con biberon e succhiotti da bambine, come si può pretendere che, una volta cresciute, le donne considerino normale allattare?

Il biberon è entrato talmente a far parte della nostra vita, che rappresenta addirittura un simbolo di sicurezza…

Un pediatra siciliano ha chiesto a 41 bambini di quarta elementare di disegnare un bebè e ciò che gli necessita per crescere sano, e tutti tranne quattro hanno disegnato un biberon accanto al bebè (due dei quattro bebè senza biberon erano disegnati in un ospedale). Soltanto tre bebè erano stati raffigurati fra le braccia della mamma, ma tutti e tre tenevano un biberon in mano. Questo riflette un immaginario comune che vede il bebè come un qualcosa che deve stare solo, in una sdraietta o un passeggino, consolato da qualche oggetto tipo succhiotto o biberon. Pochissimi bambini hanno visto nella loro vita una mamma che allatta, e quasi tutti pensano al biberon come il modo naturale per dar da mangiare ai più piccoli.


È curioso anche il fatto che si consideri l’uso del biberon come una tappa inevitabile nella vita dei bambini, siano essi allattati o meno, mentre se ne può benissimo fare a meno.


Nel corso della mia attività di consulente in allattamento, mi è capitato più volte di ascoltare lo sfogo di mamme i cui figli allattati si sentivano in difficoltà a scuola, quando la maestra chiedeva loro di disegnare o portare oggetti della loro prima infanzia e loro non avevano succhiotti o biberon come tutti gli altri bambini… il colmo è stato quando, alla figlia di una consulente in allattamento, è stato richiesto di interpretare, durante la recita natalizia, la figura dell’angelo che dava il biberon al piccolo Gesù, dal momento che Maria si era allontanata…


L’educazione all’importanza e alla normalità dell’allattamento nelle scuole, fin dalla più tenera infanzia, è un requisito essenziale affinché non vengano vanificati o sminuiti tutti gli altri sforzi condotti dalle istituzioni, dagli operatori sanitari sensibili (che per fortuna sono sempre più numerosi) e dalle varie associazioni di volontariato che promuovono questo tema. Infatti, come si fa a spiegare a una giovane mamma che non le servirà niente altro che il suo seno per nutrire il proprio bambino, se fin dall’infanzia è circondata da immagini di biberon, succhiotti e tutta una serie di accessori tanto vari quanto inutili, che però le sono sempre stati presentati come indispensabili e desiderabili? Per questo, sarebbe necessario che gli stessi insegnanti ricevessero maggiori informazioni su questo importante argomento di salute pubblica, e che i mass-media fossero richiamati a fare più attenzione nello scegliere i simboli per rappresentare l’infanzia.


L’immagine del biberon sta al bebè come quella di un paio di stampelle a una persona sana!

Tutte le mamme hanno il latte - 2a edizione
Tutte le mamme hanno il latte - 2a edizione
Paola Negri
Quello Quello che tutti dovrebbero sapere su allattamento e alimentazione artificiale.Allattamento e alimentazione artificiale: quali sono i motivi che portano oggi moltissime madri a ricorrere al latte artificiale? Il latte materno ha da sempre costituito il nutrimento per la specie umana, sostenendola da tempi remoti.Allora perché nel ventesimo secolo si è assistito a una drammatica diminuzione dell’allattamento al seno, a favore del latte artificiale?Quali implicazioni sta avendo questo cambiamento di stile di vita sulla salute psico-fisica e sullo sviluppo dei bambini?È proprio vero che allattare è una questione di fortuna, o sono altri i motivi che portano molte mamme a ritenere di non avere latte a sufficienza, o che il loro latte non sia adeguato?Paola Negri, consulente professionale IBCLC ed educatrice perinatale, in Tutte le mamme hanno il latte vuole dare una risposta a queste domande, spiegando in modo chiaro ed esauriente i motivi che portano oggi moltissime madri a ricorrere al latte artificiale.Non si tratta di un testo rivolto esclusivamente a genitori e futuri genitori, ma anche a educatori, medici, operatori sanitari e a tutti coloro che hanno a che fare con mamme e bambini piccoli. Conosci l’autore Paola Negri si occupa di allattamento da oltre 15 anni; è stata consulente volontaria per La Leche League Italia e successivamente è diventata consulente professionale IBCLC ed Educatrice Perinatale, lavorando con donne in attesa e madri, e nella formazione specifica a gruppi di auto-aiuto e operatori sanitari. Opera da anni in associazioni come MAMI e IBFAN Italia (di cui è presidente) in attività di sostegno, promozione e protezione dell’allattamento.Si occupa inoltre di decrescita e di alimentazione, per cui ha scritto diverse pubblicazioni.