terza parte - capitolo vi

Accompagnare i genitori a portare i loro piccoli

Da giovane praticante nel reparto di maternità di un ospedale universitario in Svizzera ho visto un giorno una neomamma di origine africana che sul fasciatoio massaggiava il suo piccolo. Era luminosa e le sue mani si muovevano gioiose al ritmo della sua voce. E credetemi, il bambino sorrideva!


È stato il mio primo, ancora inconsapevole, incontro con i benefici del contatto. Allora rimanevo sbalordita, meravigliata e profondamente toccata dal modo naturale con cui questa mamma si rivolgeva e si relazionava al suo piccolo appena nato.


Ero abituata a vedere le mamme impacciate, insicure, spossate, che spesso lasciavano a noi il compito di cambiare il pannolino dei loro piccoli. Allora intuii che la mamma africana avesse a disposizione risorse interne diverse e forse maggiori delle mamme di origine svizzera.


Da allora sono passati quindici anni, e da sei (un po’ per coincidenze varie) mi dedico al tema del portare in tutti i suoi aspetti teorici e pratici e in particolare al portare con la fascia lunga. Se tutto iniziò per una esperienza personale, quando in occasione della gravidanza della mia prima figlia stavo cercando un mezzo di trasporto alternativo alla carrozzina, la questione pratica si trasformò presto in una necessità che mi portò oltre: a considerare il “portare” non solo un mezzo per trasportare la mia bambina in modo più comodo, agevole e pratico, ma una modalità per stare bene con la mia bambina durante i suoi primi anni di vita. Quando ho cominciato a istruire altri genitori a portare i loro bambini, l’esperienza con mia figlia ha creato la base sensoriale per comprendere le difficoltà di altri genitori nell’affrontare la fascia, ma solo formandomi e confrontandomi con donne più esperte ho cominciato non solo a trasmettere la mia esperienza ma ad accompagnare i genitori a scegliere e a trovare il loro percorso del portare individuale.


Oggi, in un corso “portare i piccoli” per neonati, mi trovo davanti a donne al primo figlio dopo i trentacinque anni, ad altre al secondo sotto i trenta, spesso sono donne che fino a qualche giorno prima di partorire lavoravano a pieno ritmo, molte di loro soffrono ancora la ferita del taglio cesareo subìto. Mi trovo davanti a bambini neonati che a poche settimane dalla nascita hanno messo in crisi i loro genitori. Infatti la maggior parte dei genitori non arriva al corso per pura curiosità, ma spinta dalla fatica trovandosi di fronte a un bambino esigente, che “vuole stare in braccio”, che “piange continuamente”, che “non sta mai giù”. Qualcuna partecipa perché si è informata e crede che portare sia un buona modalità per stare a contatto con il proprio bambino, e qualcuna c’è perché si fida dell’ostetrica del distretto che ne parla in modo entusiasta: “La fascia lunga? Devi provarla!”


Sono tutti genitori in cerca di una modalità diversa per rispondere meglio alle esigenze del loro bambino e per stare meglio loro. Le motivazioni possono essere pratiche come: “Ho bisogno di avere le mani libere, perché devo fare anche dell’altro…” oppure “Sono spesso in giro in città e la carrozzina è scomoda”. Altre espongono delle chiarissime aspettative di trovare la bacchetta magica per il bambino che piange: “mi hanno detto che la fascia è magica, speriamo!”


Su questo sfondo di motivazioni e aspettative inizia l’approccio pratico all’utilizzo della fascia lunga. Propongo alcune tecniche (in linea con l’età dei bambini, davanti o sul fianco) che vengono sperimentate praticamente dai genitori, possibilmente con i loro bambini. Già con la prima esperienza pratica ci si tuffa nel mare delle reazioni-sensazioni. Le reazioni del bambino, ansiosamente osservate dal genitore che lo porta: piange, si dimena, spinge, butta indietro la testa o sta bene, si rilassa, si addormenta di colpo? E le reazioni di chi porta: mi sento soffocare, sto stretto, sudo, oppure sono a mio agio, le spalle sono contratte o rilassate, le braccia, lo stomaco, la schiena, sento il peso o mi sento sollevato?


Le prime reazioni-sensazioni possono essere contrastanti, “io starei bene ma credo che al mio bambino non piaccia” “ci sentiamo strette”. Nel dare ascolto e voce a queste sensazioni, si capisce che non si tratta di applicare una tecnica, ma bisogna incontrarsi con il proprio bambino in una modalità nuova. A volte è un incontro felice, ma spesso non lo è, fatto, tra l’altro, del tutto fisiologico nell’ambiente “artificiale” del corso. I genitori faranno la vera esperienza, nel rispetto dei tempi di entrambi, durante le due settimane fino al prossimo appuntamento. “Non c’è niente da fare, il mio bambino non vuole proprio stare nella fascia. Peccato, perché io avrei voluto usarla veramente…” Con queste parole una mamma torna al secondo incontro del corso per portare davanti. Raccontando nel cerchio le esperienze fatte nelle ultime due settimane un’altra mamma esprime la preoccupazione che il suo bambino si addormenta appena lo infila nella fascia e dimentica anche di svegliarsi all’ora consueta per mangiare. Un’altra ancora dice che suo marito non ne vuole sapere e fa solo commenti sarcastici “e non parliamo del resto della famiglia”.


Anche se promuovo la cultura del portare non credo che sia, oggi, una modalità adatta a tutti. Mediamente, una coppia di genitori su cinque non continua a portare con la fascia lunga dopo la conclusione del corso per neonati. Da un lato conferma l’approccio libero, lontano da un’ideologia di contatto 24 ore su 24, dall’altro probabilmente è indice della fatica di cambiare stile di genitorialità. Come nessun altro supporto ausiliario, la fascia lunga evidenzia ed esplicita all’ambiente circostante il proprio approccio a contatto con il bambino. Un approccio che spesso non viene condiviso e frasi come “lo vizierete!” suonano come delle sentenze, che condizionano non poco i neogenitori.


Corso dopo corso mi vedo confrontata con il condizionamento ambientale e culturale dei genitori, che devono impegnare le loro energie, già duramente messe alla prova, per rispondere e non sentire chi dubita della loro competenza genitoriale. “Povero bambino, sicuramente gli fa male essere portato così. Sta tutto stretto e certamente si soffoca.” I dubbi fioriscono anche dentro: “e se poi avessero ragione?”


Solo poco alla volta i genitori imparano a fidarsi realmente della modalità del portare. D’altronde non è semplice portare il proprio bambino se non si è stati tenuti in braccio da piccoli! Le proprie esperienze e i vissuti di contatto e non-contatto tornano, spesso inaspettatamente, a galla e rendono più o meno faticoso l’avvio della relazione portata.


Ho potuto notare che ciò che infine convince i genitori a continuare a portare non sono le informazioni scientifiche o le risposte alle loro domande, ma come sono disposti ad accogliere l’esperienza e le sensazioni quando portano il loro bambino. In questo contesto, l’accompagnamento al portare, nel rafforzare la sicurezza strumentale con la fascia in un spazio e un tempo dedicato apposta, non intende fare altro che facilitare questo percorso.


Dopo alcuni mesi rivedo i genitori che hanno continuato a portare, per il corso per portare sulla schiena. Ora i bambini piangono molto meno, i visi delle mamme sono più rilassati, anche se spesso segnati dalla stanchezza. “Il tuo bambino dorme tutta la notte?, che fortunata, il mio invece si sveglia almeno tre volte mediamente”. “Sto bene ma sono un po’ stanca – non pensavo che avere un bambino potesse essere così faticoso”.


Il corso diventa un’occasione per scambiarsi con altri genitori in uno spazio neutro, che non giudica.


Spesso le donne mi confermano che il corso è uno dei pochi momenti dove osano esprimere pensieri di stanchezza rispetto alla vita “a contatto” con il loro bambino. Perché spesso il proprio ambiente è privo di comprensione: “Hai voluto tenerlo tanto in braccio? Ora non lamentarti che non ha imparato a stare giù”. Ora, portare sulla schiena apre una nuova finestra per entrambi, genitore e bambino. Il passaggio dalla posizione davanti a quella dietro non è scontato ma deve essere conquistato con un po’ di fatica da parte del genitore e necessita di una buona elaborazione degli aspetti di sicurezza corporea e del controllo visivo mancante. Abbiamo visto che anche genitori che iniziano tardi a portare i loro figli e che teoricamente dovrebbero portare direttamente sulla schiena, devono, per un po’ di tempo, acquisire la fiducia nel portare nella posizione frontale (davanti).


Siamo solo all’inizio e certo sarebbe precoce dire che si sta affermando una cultura occidentale del portare. Ma quando una donna mi dice: “portare mia figlia ha cambiato la mia vita”, non solo la capisco molto bene, ma trovo energie rinnovate per continuare nel mio impegno pratico di accompagnare altri genitori a portare, come una modalità fisiologica estremamente rispettosa e adatta a prenderci cura dei piccoli proprio nel nostro ambiente culturale per creare le basi sicure di un futuro necessariamente diverso.


Esther Weber,

fondatrice dell’Associazione “Portare i piccoli”

(Cazzano di Tramigna,VR)

Sono qui con te - 2a edizione
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Elena Balsamo
L’arte del maternage.Uno sguardo nuovo e rivoluzionario sulla vita perinatale, per affrontare gravidanza, parto e primi mesi con il bambino con serenità e consapevolezza. Elena Balsamo offre uno sguardo nuovo e rivoluzionario sulla vita prenatale e sulla nascita.Nella prima parte l’autrice mira a esplorare le pratiche di maternage nelle diverse culture, mentre nella seconda offre al lettore un vero e proprio strumento terapeutico per rivedere la propria vita alla luce dell’esperienza intrauterina e del parto.Basato su un’accurata documentazione scientifica, Sono qui con te si rivolge ai genitori, nonché agli operatori socio-sanitari che desiderano comprendere meglio l’universo del maternage. Conosci l’autore Elena Balsamo, specialista in puericultura, si occupa di pratiche di maternage e lavora a sostegno della coppia madre-bambino nei periodi della gravidanza, del parto e dell'allattamento.Esperta di pedagogia Montessori, svolge attività di formazione per genitori e operatori in ambito educativo e sanitario.