prima parte - capitolo vii

Il sonno:
problema o vita condivisa?

Il sonno è uno dei doni più preziosi della natura, è un amico e un rifugio, un mago e un silenzioso consolatore.

Herman Hesse

Tutto il giorno porto il mio bambino sulla schiena; ora fa buio e dorme nelle mie braccia. Quando diventa sera sono davvero stanca; ma come fa ogni mamma, canto una ninna nanna.

Ninna nanna giapponese

Il sonno nella nostra società occidentale è ormai divenuto un problema. Non solo per gli adulti, che consumano quantità inverosimili di farmaci per indurlo, ma anche per i bambini presso i quali si rivela essere una delle principali cause di consulenza pediatrica. In aumento sono le prescrizioni di medicinali, come il famigerato Nopron, largamente somministrato anche ai piccolini al di sotto dell’anno di età. Un fenomeno veramente preoccupante.


I genitori si lamentano che i loro figli non vorrebbero mai andare a dormire o che piangono e si svegliano spesso durante la notte, reclamando un posto nell’ambìto “lettone” di mamma e papà. Il sonno, in Occidente, lungi dal rappresentare il meritato riposo dopo la fatica del giorno, è diventato un momento di lotte e battaglie, di sacrifici e lamentele, un’espressione di malessere e disagio, legato innanzitutto a uno sconvolgimento dei normali ritmi biologici. Nella moderna società urbana non ci si addormenta più quando si è stanchi ma quando l’orologio al nostro polso ci dice che è ora di andare a letto. Lo stesso vale per il risveglio, che per i bambini, ad esempio, è legato all’orario di lavoro dei genitori: un numero sempre crescente di piccolini vengono svegliati di buon’ora per essere depositati all’asilo nido dove passeranno la maggior parte della giornata, con orari da fabbrica.

“Un bambino che viene svegliato al mattino è un bambino che avrebbe avuto bisogno di dormire ancora” ci ricorda la psicologa G. Isnard.[1]


Non è raro poi vedere bambini di pochi anni lasciati davanti agli schermi televisivi (una comoda ed economica baby-sitter!) anche in orari tardi e in situazioni inappropriate.


I ritmi del bambino, in delicata costruzione e in sintonia con quelli cosmici e planetari, vengono così completamente alterati. Il risultato è: bambini nervosi, eccitati, con problemi di sonno.

Mille modi di fare la nanna

Non così nel resto del mondo, dove il sonno riveste ancora un significato importante e viene considerato un’attività gratificante e anche un momento di piacere condiviso, di intimità familiare.


Nelle culture tradizionali di tutti i continenti, i bambini nei primi anni di vita dormono vicino alla mamma, svegliandosi solo per attaccarsi al seno in una sorta di self-service notturno.


A volte è tutta la famiglia allargata a dormire insieme nello stesso spazio, come succede ad esempio nelle tende circolari del Kirzikistan.


Il sonno condiviso rientra nella visione comunitaria della vita, tipica dei popoli tradizionali. È un evento gruppale, non privato: si lavora insieme, si mangia insieme e si dorme insieme.


In queste realtà il sonno “solitario” in una stanza per conto proprio è considerato un’inimmaginabile crudeltà nei confronti di un bambino piccolo. Un gruppo di madri guatemalteche, dopo la visione di un filmato sulle modalità di addormentamento dei bambini americani, ha espresso “shock, disapprovazione e pietà” per questi piccoli esseri costretti a dormire, fin dalla nascita, in condizioni di isolamento e solitudine.

Reazione analoga ha avuto una donna ladakhi, come riferisce una ricercatrice europea:

“Raccontavo a Dolma che alcuni bambini, in Occidente, trascorrono tanto tempo separati dalle loro madri, di notte dormono in una stanza diversa e sono nutriti con latte di mucca da bottiglie di plastica secondo orari precisi invece che quando piangono. Era inorridita: ‘Ti prego, atche Helena, quando avrai dei figli, qualunque cosa tu faccia, non trattarli così; se vuoi un bambino felice, fai come noi’.[2]


In uno studio effettuato su 186 società tradizionali è emerso come in nessuna di queste i bambini dormono per conto proprio prima dell’anno di età.[3]


In un’intervista a 40 neomamme cinesi ricoverate all’ospedale di Calgary in Canada è risultato che il 66% di esse avevano intenzione di tenere il neonato nel letto con sé, mentre il restante 34% lo avrebbe sistemato in una culla attaccata al letto matrimoniale. Le motivazioni addotte erano che “un neonato è troppo piccolo per dormire da solo” e che “dormire con i genitori rende i bambini più felici”. Ecco cosa raccontano a questo proposito alcune mamme Hmong emigrate in Australia: “Noi da generazioni facciamo dormire il neonato con noi nello stesso letto… Non facciamo come fanno in questo paese in cui lasciano dormire i bambini da soli.”[4]

Presso le donne immigrate le pratiche relative al sonno sono le ultime a cambiare sotto la pressione del paese adottivo.


In Sud America i piccoli dormono nelle amache, in Africa dormono per terra, su una stuoia accanto alla mamma o agli altri fratelli.


Anche in un paese altamente industrializzato e moderno come il Giappone, vige la pratica del co-sleeping e del bed-sharing: tutta la famiglia dorme insieme in un unico grande letto, costituito da un tatami (stuoia in paglia di riso) e da un futon (materasso in cotone).


Interessante il termine usato in giapponese per indicare il sonno condiviso: kawa, che significa “fiume tra le rive”, come a indicare la protezione ricevuta dal bambino che dorme in mezzo ai due genitori.


Scriveva l’etnologo Mauss che l’umanità può dividersi in popoli con la culla e popoli senza culla. Una via di mezzo tra il totale contatto corpo a corpo e il distacco è rappresentata appunto dalla culla come sostituto delle braccia materne.


Le culle tradizionali, in tutte le culture in cui vengono utilizzate, sono caratterizzate dalle piccole dimensioni, volte a offrire contenimento, e dal dondolio che ricorda le piacevoli sensazioni della vita intrauterina. Possono essere di legno (come quelle europee di epoca medioevale), di vimini, o di stoffa come quelle indiane costituite da un vecchio sari della mamma, morbidissimo e impregnato dei suoi odori, appeso con un gancio al soffitto sopra il letto e fatto dondolare col piede in caso di pianto del bambino.


Nelle maggior parte delle culture tradizionali non ci sono orari fissi per andare a letto o rituali particolari per favorire l’addormentamento, se non il canto di una ninna-nanna.

Gli Indiani Pueblo interrompono qualsiasi attività e si sdraiano a fianco del bambino cantando canzoni per addormentarlo. Oppure raccontano storie particolarmente istruttive perché “l’attimo che precede l’addormentamento è il momento migliore per imparare.” (Quetone).[5]


A Giava come in New Mexico un bambino può stare alzato finchè non ha sonno, partecipando alle attività dei genitori. Solitamente i più piccoli si addormentano sul pavimento o nelle braccia o sulla schiena di qualche adulto.


In Ladakh “lo stile di vita tradizionale permette alle mamme e ai bambini di stare insieme in ogni occasione. Quando gli abitanti si riuniscono per discutere affari importanti o per festività e ritrovi, i bambini sono sempre presenti, a ogni età. Anche in occasioni sociali che si protraggono fino a tarda notte, in cui si beve, si canta e si balla, i bambini piccoli corrono di qua e di là, unendosi alla festa finchè semplicemente non cascano dal sonno e si addormentano. Nessuno dice loro “Sono le otto e mezzo. Devi andare a dormire”.[6]


Il lettino con le sbarre dove un bambino può essere infilato e tolto solo da un adulto è un’invenzione tipicamente occidentale. Il “lettino-prigione”, come l’ha definito una volta un bambino di mia conoscenza, è “una gabbia alta di ferro, posta in alto perché l’adulto possa maneggiare il bambino senza avere il disturbo di chinarsi e perché possa abbandonarvi questa creatura che piangerà, sì, ma non si farà del male” (Montessori).[7] Se esso limita l’indipendenza del bambino già in grado di muoversi da solo, quando viene utilizzato per un neonato è del tutto inadeguato in quanto troppo ampio: non offre quel contenimento e quei confini di cui un piccolino ha così bisogno.


Diversi dunque sono i modi di dormire nelle diverse culture ma la quantità di ore che un bambino dorme è circa la stessa. Ciò che differisce sono solo i ritmi di sonno: i lattanti americani all’età di quattro mesi, allatttati al biberon, dormono anche otto ore e mezzo di seguito durante la notte mentre i loro coetanei kenioti, allattati a domanda, dormono senza svegliarsi per non più di quattro ore.


Il pattern sonno-veglia considerato come la norma per i bambini nei primi due anni di vita (cioè un periodo di 8-10 ore di sonno ininterrotto) è in realtà attribuibile al precoce abbandono dell’allattamento al seno e all’abitudine occidentale di far dormire i bambini separati dai genitori.


Come ci ricorda il pediatra Lozoff, “la maggior parte dei cosiddetti ‘disordini del sonno’ che giungono all’attenzione dei pediatri sono problematici solo in relazione alle aspettative della nostra società”[8].


Uno studio effettuato nel 2000 sul sonno di bambini dai 16 ai 24 mesi a Taiwan, in Francia e in Giappone ha messo in evidenza come il 47% dei genitori francesi si lamentasse per problematiche relative al sonno dei loro figli contro un 18% dei taiwanesi e solo un 11% dei giapponesi.[9]

L’architettura del sonno

Che cosa dunque – dovremmo chiederci – è normale e cosa patologico in fatto di sonno?


Le aspettative dei genitori occidentali in fatto di sonno si rivelano spesso irrealistiche. Si pensa che un bambino nei primi mesi e anni di vita debba dormire per otto ore di fila a notte, mentre la fisiologia del lattante segue ben altre regole. Un neonato e un bambino di pochi mesi è normale che si svegli più volte la notte: si tratta di un meccanismo di sopravvivenza escogitato da Madre Natura. I frequenti risvegli notturni infatti proteggono il piccolo da pericoli, quali un improvviso momento di apnea, e gli consentono di soddisfare gli stimoli della fame. Il neonato allattato al seno è programmato per frequenti poppate e frequenti sonnellini. Sonno e allattamento sono due funzioni strettamente correlate tra loro: non si può comprendere l’una senza conoscere l’altra.


Questi sono i ritmi biologici, che andrebbero rispettati fin dai primi momenti di vita. Il sonno del bambino è sacro e non andrebbe mai disturbato. Svegliare un neonato perché è ora di farlo mangiare, perché è ora di uscire, perché è ora di cambiargli il pannolino, significa turbarne il delicato equilibrio, quello che con tanta fatica sta cercando di recuperare dopo la fatica del nascere.


Mentre dorme il bambino cresce: è proprio durante il sonno infatti che si ha la produzione massima degli ormoni della crescita.


Occorre poi ricordare che c’è un legame fortissimo tra sonno e contatto.

Il sonno è un momento critico per il bambino perché rappresenta una soglia e varcare le soglie fa sempre paura. Non per nulla gli psicanalisti parlano di “piccola morte”. Addormentarsi significa fare un salto nel buio e per lasciarsi andare occorre fiducia. Ecco perché è così importante accompagnare un bambino nel sonno. Sentirsi contenuto tra le braccia materne, cullato e dondolato come nell’utero, poter godere della beatitudine del contatto col seno, sentirsi “toccato” dalla voce del genitore che canta la ninna-nanna per lui, aiuta il bambino a fidarsi dell’ignoto e abbandonarsi al sonno.


Stare a stretto contatto con il corpo di un’altra persona al momento di addormentarsi è un bisogno primario del bambino. Proprio come i gattini o i cagnolini anche i cuccioli d’uomo se lasciati dormire insieme – per esempio fratelli e sorelle – vengono ritrovati spesso “acciambellati” l’uno contro l’altro. In genere i punti di contatto privilegiati sono la testa e i piedi, proprio quelli che nel neonato sarebbe così importante contenere.


E, guardacaso, i classici venti-trenta minuti che occorrono per addormentare un neonato o un bambino di pochi mesi corrispondono esattamente al lasso di tempo che occorre al lattante per passare dalla fase di sonno leggero (REM) a quella di sonno profondo (non REM), in cui anche se messo nella culla il bambino non si risveglia.


Che dire poi del sonno condiviso?

Un antropologo americano, McKenna, il più grande specialista in tema di co-sleeping a livello internazionale, ha aperto un laboratorio dove studia il comportamento, durante il sonno, della coppia mamma-bambino, monitorandone i ritmi respiratori, cardiaci, cerebrali, nonché i movimenti, che vengono filmati con una videocamera a raggi infrarossi. Un’idea geniale e rivoluzionaria che ha portato nuove straordinarie acquisizioni nel campo della fisiologia del sonno.


Attraverso le sue ricerche McKenna ha scoperto come esista in realtà una stupefacente sintonia tra i ritmi di sonno del bambino e quelli della sua mamma che si intrecciano in una sorta di danza. Se dormono vicini entrambi attraversano le stesse fasi di sonno nello stesso momento. Questo significa che quando il bambino si sveglia in fase di sonno REM, sveglia la madre in questa stessa fase, in cui il risveglio non è affatto difficoltoso. La mamma non ha bisogno di alzarsi per allattare il suo bambino e spesso lo fa anche continuando a dormire. Nonostante le numerose poppate notturne una donna che pratica il co-sleeping si sveglia riposata senza neanche ricordarsi quante volte ha allattato durante la notte. Se invece madre e bambino dormono in camere separate, può succedere più facilmente che i ritmi di sonno non siano sincroni e che il bambino svegli la mamma mentre sta dormendo in una fase di sonno pesante e in questo caso il risveglio è veramente faticoso, senza contare che dopo essersi alzata per andare ad allattare in un’altra stanza spesso la madre non riesce più a riaddormentarsi. L’allattamento notturno diventa un enorme sacrificio e ben presto si cerca di eliminarlo con poppate al biberon a orari fissi.


La sincronia però non riguarda soltanto il ritmo del sonno, bensì tutti i ritmi di base dell’organismo, quali il battito cardiaco e la respirazione: la madre funziona per il bambino come un metronomo, dandogli il tempo, il ritmo giusto da seguire.


Sembra in effetti che il sonno condiviso fornisca al bambino la possibilità di esercitarsi nel risveglio, in quanto le madri, per mezzo dell’emissione di CO2 e attraverso movimenti spontanei inducono piccoli risvegli transitori nel bambino in periodi in cui questi, se dormisse da solo, potrebbe non svegliarsi.

Secondo gli studi di McKenna il sonno condiviso sembrerebbe pertanto essere una misura preventiva nei confronti della Sids (la Sindrome della morte improvvisa in culla, principale causa di mortalità infantile nei primi sei mesi di vita in Occidente). Uno studio recente effettuato in Scozia e pubblicato sul “Journal of Pediatrics” non confermerebbe invece questa ipotesi.[10] I dati più recenti di Blair[11] pongono l’attenzione sulle condizioni in cui viene praticato il bed-sharing: il consumo di alcool da parte dei genitori, l’obesità di questi , il fumo, l’uso di sostanze stupefacenti ma anche l’abitudine di dormire su un divano o surriscaldare il bambino sono elementi determinanti per l’aumento del rischio di Sids. La ricerca fornisce sufficienti prove per consigliare alle madri di non fumare se dormono con il loro bambino ma d’altro canto afferma che si dispone di dati insufficienti per consigliare alle madri non fumatrici di non dormire con il bebè vicino. Occorreranno ulteriori ricerche in proposito per darci risposte più esaurienti sull’argomento. Nei primi sei mesi di vita comunque il sonno condiviso, in condizioni di salute psico-fisica e abitudini di vita salubri, sembra consigliabile, non foss’altro per gli innegabili vantaggi rispetto all’allattamento al seno di cui aumenta l’incidenza e la durata.
“La maggior parte degli americani – scrive McKenna – dà per scontato che il sonno solitario sia normale, sia il modello più sano e meno pericoloso per i bambini. Sia gli psicologi che i genitori ritengono che questa pratica promuova l’autonomia infantile fisiologica e sociale. Nel nostro desiderio di ottenere l’indipendenza del neonato (un valore culturale recente), penso che a volte dimentichiamo che la biologia infantile non può cambiare altrettanto velocemente quanto i ritmi culturali della puericultura. Il fenomeno dei bambini che dormono per periodi prolungati in isolamento sociale, lontano dai genitori, costituisce un esperimento culturale molto recente, un’esperienza nuova e aliena per l’infante umano, le cui conseguenze biologiche e psicologiche non sono mai state valutate. Studi recenti forniscono molte ragioni per supporre dei potenziali benefici per i bambini che dormono vicino ai loro genitori, benefici che non sembrano possibili dormendo separatamente.

C’è bisogno di nuovi studi basati sull’ipotesi secondo cui per la specie umana la regola è che i bambini e i genitori dormano insieme e che l’abbandono recente di questa prassi universalmente seguita potrebbe avere alcuni effetti negativi sui bambini. Dobbiamo determinare se a causare i problemi tra genitori e figli in materia di sonno non siano le aspettative dei genitori che non corrispondono alla realtà piuttosto che una patologia infantile. Può darsi che il dormire tutta la notte, in un ambiente isolato e il più precocemente possibile non sia nel miglior interesse biologico di tutti i bambini, anche se potrebbe essere più comodo per gli adulti” (McKenna).[12]


Interessante è a questo proposito il parere di due psichiatri americani sul fenomeno del sonno condiviso.


Ecco cosa ne pensa Commons, ricercatore alla Harward Medical School: “Per un bambino dormire da solo è molto stressante e lo stress provoca a livello cerebrale secrezione di cortisolo. Un eccesso di cortisolo nelle aree subcorticali del cervello può alterare la neurochimica dei bambini e renderli più suscettibili allo stress per il resto della loro vita. Il cortisolo rende più inclini agli effetti negativi degli stress futuri, rende più suscettibili alla malattia mentale e rende più difficile la ripresa dopo uno stress”.[13]


Anche David Servan-Schreiber, della Pittsburgh School of Medicine, si pone sulla stessa linea affermando che, mentre non esiste evidenza scientifica che documenti alcun vantaggio fisico o emozionale del sonno solitario del bambino, documentati sono i benefici del contatto anche notturno tra mamma e bambino (le uniche controindicazioni al bed-sharing sono costituite da genitori che fanno uso di alcol o droghe, che fumano a letto o sono particolarmente obesi o dormono su materassi ad acqua).


“Nel mio lavoro vedo continuamente le conseguenze dei consigli, centrati sui bisogni dei genitori, sui bambini che sono divenuti adulti e chiedono trattamenti per una grande varietà di condizioni psichiatriche, quali depressioni, ansia o difficoltà a stabilire relazioni intime”.[14]


I bambini più sensibili, timidi, facilmente spaventati, sono quelli che hanno più problemi di sonno e che necessitano maggiormente di sicurezza e rassicurazioni.


Soltanto negli ultimi cento anni dell’evoluzione umana alcune culture hanno promosso e consigliato per i bambini il sonno in isolamento sociale, ma questa pratica potrebbe, come ricorda McKenna, andare al di là delle capacità fisiologiche del bambino.


Studi sistematici recenti cominciano a fornire dati evidenti che contraddicono il sapere convenzionale sul sonno solitario nella prima infanzia (McKenna)[15] e sembrano rivelare che i piccoli co-sleepers sono in realtà più autonomi, più soddisfatti e maggiormente a loro agio con il proprio corpo rispetto agli altri bambini.


Per esempio una ricerca (Heron, 2000) su bambini inglesi di ceto medio mostra come i bambini a cui non è mai stato permesso di condividere il letto dei genitori sono più paurosi, più difficili da controllare, meno capaci di affrontare eventi stressanti e meno felici di quelli che hanno praticato il sonno condiviso.[16] Analoghi risultati per uno studio transculturale su 1400 soggetti appartenenti a cinque diversi gruppi etnici (Mosenkis, 2000): i bambini che avevano dormito con i propri genitori rivelavano migliori “riuscite” da adulti e un peculiare “senso di soddisfazione della vita”.[17]

C’è sicuramente ancora molto lavoro da fare per ottenere risposte esaurienti circa il sonno dei bambini e il significato del sonno condiviso. L’importante è interrogarsi e non smettere di cercare nuove risposte. L’importante è soprattutto essere consapevoli di ciò che si fa: le scelte possono essere diverse ma occorre sapere perché le si fa e che cosa comportano.

A ognuno la sua nanna

Alla luce di tutto ciò, cosa possiamo fare per facilitare il sonno dei nostri bambini e consentire a tutta la famiglia nottate tranquille?


Le soluzioni sono tante e vanno scelte e adattate alle esigenze di ogni singolo bambino e ogni coppia di genitori. Si rimanda all’utilissimo testo di Grazia Honegger per una trattazione più particolareggiata.[18] Si può optare per il co-sleeping nel lettone familiare, per il lettino side-car attaccato al letto dei genitori, per la cestina montessoriana in vimini a fianco della mamma. L’essenziale è ricordare che se il bambino piccolo ha bisogno del contatto e della rassicurante presenza della mamma di giorno ce l’ha ancora di più di notte, e soprattutto che ogni bambino è unico e speciale ed è alle sue esigenze che occorre rispondere e non alle tabelle di marcia proposte da un manuale.


Testi come quelli dell’americano Ferber o dello spagnolo Estivill nascondono, dietro una facciata accattivante e pseudo-scientifica, un atteggiamento di violenza inaudita nei confronti dei bambini e sono causa di danni considerevoli sulla salute psicofisica di questi.


L’imposizione di regole rigide, la non risposta al pianto e alle esigenze del bambino non fanno altro che minarne la fiducia negli altri e nel mondo, ponendo le basi per problemi di ansia e depressione in età adulta. Che cosa imparerà infatti un piccolino di pochi mesi lasciato solo a urlare nel suo lettino se non che è inutile chiedere aiuto in caso di bisogno perché non c’è nessuno che ascolta e che sostiene?


Meglio dunque andare a ricercare dentro di sé il famigerato “buon senso” o quella saggezza femminile che vive nell’intimo di ogni donna ma che è spesso sepolta da strati e strati di condizionamenti familiari e sociali.


A questo proposito mi piace citare la testimonianza di una nonna sui 60 anni del centro Italia, tratta da un’intervista condotta nel 1977 da Gandini:


“Quando vado a trovare mia figlia che ha un bambino di un anno che si chiama Marco, la sera, al momento di addormentarlo, lo mette nel suo lettino e chiude la porta della sua camera. Lo lascia piangere fino a che non si addormenta e aspetta ansiosa nell’altra stanza. Io non riesco a sopportarlo! Quando mia figlia era piccola io la tenevo tra le mie braccia e passeggiavo in camera, cantando e cullandola per delle ore. Poi la mettevo nella sua culla, di fianco al nostro letto, molto delicatamente, per evitare che si risvegliasse e che si mettesse a piangere di nuovo. Ma mi ricordo anche che mia madre, che viveva con noi, mi diceva: ‘Io non vi capisco, voi donne moderne! Quando tu eri piccola, io ti mettevo nel letto con me, ti davo il seno e tutti si addormentavano tranquillamente. Ora io vi chiedo chi ha ragione?’”[19]

Le pratiche di infant-care – in questo caso relative all’addormentamento e al sonno dei bambini piccoli – sono cambiate notevolmente nel corso di tre generazioni.


Nel mondo occidentale si è verificato negli ultimi decenni un progressivo allontanamento del bambino dal corpo del genitore. Una volta i bambini piccoli dormivano nel lettone, poi li si è spostati in una culla dondolante a fianco del letto dei genitori, quindi li si è messi in un lettino con le sbarre, infine li si è traslocati in un’altra stanza tutta per loro. La voce della mamma che cantava la ninna-nanna è stata sostituita dal suono del carillon, il calore delle sue braccia dall’orsacchiotto di peluche, il cosiddetto “oggetto transizionale”.


Fino a non moltissimi anni fa i pediatri consigliavano alle mamme di far dormire i neonati a pancia in giù, oggi si è scoperto che questa posizione, usata in ospedale per i bambini con patologie, è un fattore di rischio per la Sids. In paesi come la Cina, l’India e il Pakistan, ad Hong Kong e nelle comunità asiatiche in Gran Bretagna la frequenza di Sids in effetti è molto bassa o quasi inesistente e ciò è correlato all’abitudine di far dormire i bambini in posizione supina, oltre che nel letto con i genitori. Grazie a queste nuove acquisizioni i pediatri inglesi sono riusciti, con una campagna di promozione della posizione supina, ad abbassare i tassi di Sids nel loro paese.


Le pratiche di maternage cambiano dunque non solo nello spazio ma anche nel tempo.


Come è avvenuto per la posizione in cui coricare i neonati, anche le norme riguardo ai ritmi sonno-veglia nell’infanzia dovranno essere riviste e riconsiderate alla luce dei dati scientifici oggi in nostro possesso.


Non si tratta quindi di proporre ai genitori modelli da imitare ma piuttosto di informarli delle diverse opzioni possibili, rispettando le esigenze individuali di ogni famiglia e di ogni coppia mamma-bambino, senza colpevolizzare chi ha effettuato scelte controcorrente.


Ma a questo punto c’è ancora una domanda che dobbiamo porci…

Di madre in figlio…

E noi adulti che rapporto abbiamo col sonno?

Ci siamo mai domandati come abbiamo vissuto il momento del dormire da piccoli?


Eravamo tra coloro che venivano mandati a letto da soli e lasciati piangere nel lettino, con la porta chiusa o venivamo cullati tra le braccia della mamma al canto di una ninna-nanna? Abbiamo ricordi dolorosi, di fatica nell’addormentamento, di incubi notturni e paura del buio o ricordi piacevoli, di coccole, di momenti di calma e rilassamento?


Come sempre i bambini ci fanno da specchio e spesso le loro difficoltà riflettono le nostre, quelle che abbiamo avuto da piccoli. Confrontarci con i loro problemi, anche in questo caso, può aiutarci a rivedere e risolvere i nostri.


Molto spesso adottiamo provvedimenti nei confronti dei nostri figli che non nascono da una attenta valutazione della situazione e da una scelta critica delle possibili soluzioni ma piuttosto da atteggiamenti reattivi. Così un’incapacità a sopportare il benché minimo pianto o urlo del nostro piccolo può nascere dall’impossibilità di reggere una sofferenza che si cela nel più profondo di noi e che si tenta in tutti i modi di mantenere nascosta. Oppure la tendenza a non mettere limiti alle esigenze dei propri figli e quindi accontentarli in ogni richiesta, anche irragionevole, può essere il segno di un inconscio tentativo di non rivivere attraverso di loro la nostra sofferenza passata.


Chi ha avuto genitori severi e autoritari tende in genere o a ripetere lo stesso comportamento nei confronti dei propri bambini o ad eccedere nell’atteggiamento opposto e quindi nel permissivismo più totale.


Questo vale in ogni ambito delle cure: dall’alimentazione al sonno, passando attraverso il gioco, la scuola e ogni altro aspetto della vita del bambino.


Chi ha sofferto per una carenza nel maternage, cercherà di colmare tale lacuna offrendo ai propri figli tutto ciò che a lei (in genere è una mamma) o a lui è così tanto mancato. A costo di esagerare…


Ecco perché la migliore preparazione al mestiere di genitori sarebbe un processo di lavoro interiore su di sé prima ancora di concepire un figlio.


Non sempre questo è possibile e allora ecco che la nascita del bambino può rappresentare una preziosa occasione per fare un bilancio e una revisione del proprio “automezzo”…


Se vogliamo offrire ai nostri figli un viaggio piacevole e sicuro in 4x4 controlliamo prima di tutto che il nostro veicolo sia a posto e soprattutto che noi piloti siamo ben svegli, pronti a guidare il nostro mezzo e non a lasciarci condurre dalla sonnolenza dell’oblio…

Consigli di lettura:

  • Honegger Fresco G., Facciamo la nanna, Il leone verde, Torino, 2006

  • Sears W., Genitori di giorno e… di notte, La Leche League International, 1994

Un luogo per fare la nanna

Che luogo scegliere per il sonno del vostro bambino? Se non volete tenerlo nel letto con voi, una buona soluzione come culla per il neonato è la cestina montessoriana: procuratevi una cesta bassa di vimini, come quelle usate per la biancheria, (75x53, altezza dei bordi 20 cm.) con due manici laterali, foderatela con tela di cotone e mettetevi un materassino basso, possibilmente di cocco o crine vegetale, alto 10 centimetri. Sopra potrete poggiarvi una morbida pelle d’agnello trattata ed eventualmente, se lo spazio è ancora troppo ampio, un salsicciotto per ridurne la circonferenza.


La cestina è facilmente trasportabile e può essere posizionata vicino al letto dei genitori o al luogo dove la mamma lavora. Può essere infilata su un carrello di giunco con rotelle (alto 75 cm.) per essere trasportata per tutta la casa.


Quando il bimbo ha alcuni mesi aggiungendo qualche cuscino può guardarsi intorno dall’interno della sua cestina poggiata a terra su un tappeto, un po’ più grandicello comincerà a provare a uscirne fuori da solo: nessun rischio di cadere e farsi male grazie al bordo basso e al tappeto.


Dopo almeno i primi sei mesi di vita, ma possibilmente anche più avanti, se ritenete di voler mettere il bambino in un lettino suo, costruitene uno basso, con un bordo di circa 20 centimetri da terra. Può andare bene anche un semplice materasso posizionato su una stuoia, su un tappeto o su un tatami. Questa soluzione consentirà a vostro figlio di alzarsi e coricarsi in tutta autonomia.


È oltretutto una soluzione economica come del resto tutte quelle ottimali per i bambini…


Per favorire il sonno cantate al vostro bimbo, le vecchie ninne-nanne sono lo strumento migliore per accompagnare un piccolino nel mondo dei sogni…

Sono qui con te - Seconda edizione
Sono qui con te - Seconda edizione
Elena Balsamo
L’arte del maternage.Uno sguardo nuovo e rivoluzionario sulla vita perinatale, per affrontare gravidanza, parto e primi mesi con il bambino con serenità e consapevolezza. Elena Balsamo offre uno sguardo nuovo e rivoluzionario sulla vita prenatale e sulla nascita.Nella prima parte l’autrice mira a esplorare le pratiche di maternage nelle diverse culture, mentre nella seconda offre al lettore un vero e proprio strumento terapeutico per rivedere la propria vita alla luce dell’esperienza intrauterina e del parto.Basato su un’accurata documentazione scientifica, Sono qui con te si rivolge ai genitori, nonché agli operatori socio-sanitari che desiderano comprendere meglio l’universo del maternage. Conosci l’autore Elena Balsamo, specialista in puericultura, si occupa di pratiche di maternage e lavora a sostegno della coppia madre-bambino nei periodi della gravidanza, del parto e dell'allattamento.Esperta di pedagogia Montessori, svolge attività di formazione per genitori e operatori in ambito educativo e sanitario.