CAPITOLO II

Stili parentali

Quanti diversi modi esistono per crescere i figli? Probabilmente milioni. È possibile classificare questi milioni di stili educativi in pochi gruppi? Solo tramite un radicale riduzionismo, costringendo aspetti molto diversi a rientrare in un dato modello.

Genitori ad alto contatto

Alcuni genitori, tra i lettori di questo libro, si definiscono ad alto contatto o con attaccamento. Queste espressioni sono tentativi di tradurre l’equivalente inglese attachment parenting, ideata dal pediatra William Sears. Molti pensano che questo più o meno significhi allattare, dormire insieme e prendere molto in braccio. In realtà, esistono dei “princìpi dell’attachment parenting” che non prevedono esattamente questo. Gli otto principi per la crescita dei figli, secondo l’API, Attachment Parenting International (www.attachmentparenting.org) sono:


Prepararsi alla gravidanza, al parto e alle cure parentali


Nutrire con amore e rispetto


Rispondere con sensibilità


Favorire il contatto fisico


Garantire un sonno sicuro, dal punto di vista fisico ed emotivo


Offrire cure costanti e amorevoli


Praticare una disciplina basata sul rispetto e l’empatia


Cercare l’equilibrio tra la vita personale e quella familiare


Il termine è ispirato alla teoria dell’attaccamento, attachment theory, formulata dell’esperto di psichiatria infantile John Bowlby. Le due espressioni però si riferiscono a cose completamente diverse. Infatti la teoria dell’attaccamento sostiene, per l’esattezza, che tutti i bambini (eccetto forse alcuni casi molto patologici) stabiliscono un legame di attaccamento che può essere sicuro o insicuro. La maggior parte dei bambini sviluppa un attaccamento sicuro. Quando era “proibito” prendere in braccio i bambini, lasciarli piangere era la norma, e quasi nessuno allattava, la maggior parte dei bambini aveva comunque un attaccamento sicuro. E viceversa, in società in cui praticamente tutti i bambini dormono con la madre, vengono portati sulla schiena e allattati per due o tre anni, esistono bambini con attaccamento insicuro.


L’attaccamento sicuro non dipende da quanto tempo il bambino è stato in braccio, ma dalle attenzioni che ha ricevuto. Vale a dire, dal fatto che chi si prende cura di lui risponda alle sue necessità con rapidità ed efficacia, accettando i suoi sentimenti, dandogli conforto e sicurezza. Si può tenere sempre in braccio un neonato e ignorarlo, oppure, quando è più grandicello, insistere nel tenerlo in braccio quando vuole solo gattonare. Si può prendere in braccio un bambino che piange, ma non accettarlo né rispondere ai suoi bisogni, o persino rifiutarlo e ridicolizzarlo (“Non posso crederci, una bimba così grande”, “Come sei brutto quando piangi”, “Non fare così, non è niente”) o, ancora, anteporre una presunta sofferenza dell’adulto ai bisogni del bambino (“Non fare così alla mamma”, “Sei un bravo bambino, non piangere”, “Se piangi papà diventa cattivo”), o rispondere con ostilità (“Ci risiamo!”, “E adesso cosa vuoi ancora?”). Il neonato e il bambino piccolo hanno bisogno di genitori tranquilli, che sanno, o sembrano sapere, cosa fare in ogni circostanza. Devono sapere che possono piangere in caso di difficoltà, perché riceveranno consolazione. Il bambino non può sentirsi sicuro con genitori che appaiono insicuri, spaventati o irritati dal suo pianto (o le tre cose alternativamente). È possibile prendere un bambino in braccio e allo stesso tempo ignorarlo o rifiutarlo emotivamente.


Sono i genitori che devono accudire i figli, non il contrario. Il bambino non deve avere la sensazione: “Non posso piangere perché la mamma diventa triste o si arrabbia”.


Naturalmente, non si tratta di quello che è successo in un caso isolato. Tutti noi genitori abbiamo fatto almeno una cosa giusta e una sbagliata. Tutti abbiamo fatto cento cose giuste e altrettante sbagliate. L’attaccamento non dipende da quello che succede in una o varie situazioni isolate, ma da quello che succede la maggior parte delle volte.


Il bambino che si sente abitualmente accettato e consolato quando piange o è in difficoltà, sviluppa un attaccamento sicuro. In presenza della madre si sente sicuro quanto basta per gattonare, camminare o esplorare, senza perdere di vista la madre. Può allontanarsi perché sa che che potrà sempre tornare. Quando la madre ne va, si spaventa e piange; quando la madre torna, corre verso di lei e vuole stare in braccio, ma subito si tranquillizza e continua a giocare ed esplorare.


Il bambino che si vede costantemente rifiutato impara a evitare nuovi rifiuti tramite la disperata strategia di non chiedere più, così non gli diranno di no. Sviluppa un attaccamento evitante o elusivo. Può apparire falsamente sicuro o indipendente, perché non vuole stare in braccio né essere consolato. Sembra non importargli se i genitori ci sono oppure no, gioca ed esplora da solo senza controllare la madre, piange poco quando rimane solo ma non cerca la madre, addirittura la evita quando torna.


Quando la risposta dei genitori è debole, quando a volte accudiscono il figlio con amore e altre lo rifiutano e lo ignorano, il bambino può arrivare a chiedere attenzione continua, così almeno qualche volta l’avrà. Sviluppa un attaccamento ambivalente o resistente. Si attacca alla madre, esige attenzione costante; quando la madre è presente, a malapena se ne allontana; quando la madre se ne va, piange completamente disperato; quando torna può attaccarsi a lei e impiegare moltissimo tempo a tranquillizzarsi, e a tratti può rifiutarla.


I tipi di attaccamento ambivalente ed evitante sono strategie elaborate dal bambino per trarre il massimo vantaggio da una situazione non ottimale. Ma nei casi più gravi il bambino è incapace di seguire una strategia, e si crea un attaccamento disorganizzato. Molti di questi bambini hanno subìto abusi e maltrattamenti, o sono figli di genitori che a loro volta avevano subìto abusi.

L’attaccamento insicuro può portare a problemi psichiatrici in età adulta1.


Naturalmente, queste descrizioni si riferiscono a bambini piccoli, che gattonano e cominciano a camminare. È assolutamente normale che a quattro mesi non si allontanino mai da voi, mentre a cinque anni non piangano nel separarsi.


La psicologa canadese Susan Goldberg ha realizzato un eccellente compendio sulle cause e le conseguenze dell’attaccamento sicuro, corredato di vari filmati che mostrano le possibili interazioni tra genitori e figli2.


La Goldberg riassume così il comportamento che dovrebbero tenere i genitori per favorire un attaccamento sicuro:

  • Prestate attenzione. Imparate a riconoscere i segnali della sofferenza del piccolo.
  • Siate reattivi. Vostro figlio deve sapere che avete capito il suo malessere e risponderete in modo adeguato.
  • Siate coerenti. Rispondere in modo coerente e prevedibile al bisogno di consolazione di vostro figlio gli dà sicurezza.
  • Mostrate accettazione. Accettate il malessere e la sofferenza emotiva di vostro figlio anziché giudicarli o negarli.
  • Offrite consolazione. Calmate e consolate vostro figlio quando è sofferente.

Sulla rete è ache disponibile un riassunto più breve, in spagnolo, dello psicologo cileno Felipe Lecannelier3. La teoria dell’attaccamento è ampiamente affermata nell’ambito della psicologia, eppure quello dei “genitori ad alto contatto” non è un concetto usato abitualmente in medicina o in psicologia. L’espressione attachment parenting non appare nemmeno una volta in pubmed.gov, una banca dati che contiene più di venti milioni di articoli scientifici. In cambio appaiono più di cinquecento articoli contenenti l’espressione parenting style. Ma quando, in ambito scientifico, si parla di stili parentali, ci si riferisce a un’altra cosa. Di solito, a una variante della classificazione di Diana Baumrind.

Gli stili parentali di Baumrind

Vediamo come lo spiega una popolare pagina web dedicata ai genitori4:


I genitori autoritari hanno valori bassi nella scala dell’affetto ma alti in quella del controllo. Pretendono molto dai figli, esercitando un forte controllo sul comportamento e rinforzando le proprie richieste con minacce e punizioni. I loro figli mostrano umore mutevole, aggressività e problemi di comportamento.


I genitori permissivi hanno valori alti nella scala dell’affetto e bassi in quella del controllo. Sono affettuosi ed empatici, ma pongono pochi limiti al comportamento. I loro figli sono spesso impulsivi, immaturi e sregolati.


I genitori democratici hanno valori alti nelle scale dell’affetto e del controllo. Si prendono cura dei figli e sono attenti nei loro confronti, ma pongono limiti chiari e mantengono il contesto prevedibile. Questa linea d’azione dei genitori è quella che ha gli effetti migliori nello sviluppo sociale del bambino. I figli di questi genitori sono i più curiosi, hanno maggiore fiducia in se stessi e vanno meglio a scuola.


Infine, i genitori che hanno valori bassi in entrambe le scale vengono chiamati genitori indifferenti; questi genitori pongono pochi limiti ai figli, ma prestano loro anche poca attenzione o sostegno emotivo. I figli di solito sono esigenti, disobbedienti e hanno difficoltà nei giochi di gruppo e nelle interazioni sociali, non seguendo regole.Se vogliamo il meglio per i nostri figli, ora sappiamo qual è la strada giusta, ricordando che è bene evitare gli eccessi.


In un’altra pagina web dedicata ai genitori si spiegano con maggiore dettaglio gli effetti sui figli che, si presume, avranno i diversi stili educativi5:

I genitori autoritari, in genere, crescono bambini obbedienti, ma anche molto dipendenti, poco allegri o spontanei. Hanno un rigido sistema di valori morali e difficilmente elaborano un proprio codice di comportamento. L’autostima è solitamente bassa, sopportano male la tensione e sono facilmente irritabili.


I figli di genitori permissivi sono inizialmente bambini più allegri di quelli cresciuti in ambiente autoritario, ma a lungo andare la mancanza di controllo determina bassa autostima al momento di affrontare compiti al di sopra delle loro capacità. Crescendo diventano adolescenti difficili che trasgrediscono le norme sociali in cerca di limiti esterni.


Infine, lo stile autorevole (detto anche democratico) determina bambini con buoni livelli di autocontrollo e autostima, capaci di perseverare nei loro compiti e competenti nei rapporti personali. Bambini indipendenti, ma affettuosi, dotati di un proprio sistema di valori.


Riflettendo un attimo, le due spiegazioni appaiono abbastanza diverse. Nella prima ci sono quattro tipi, nella seconda solo tre. È vero, entrambe concordano sul fatto che i genitori autorevoli (o democratici) siano i migliori, ma non concordano sugli effetti. In base alla prima, i figli cresciuti in questo modo sono curiosi, sicuri di sé e buoni studenti. L’altra afferma che hanno autocontrollo e autostima e che sono perseveranti, indipendenti e affettuosi. Sono tutti effetti positivi, ma non gli stessi. E anche nel caso di genitori autoritari, non è la stessa cosa avere figli aggressivi e con problemi di comportamento da un lato, e obbedienti e dipendenti dall’altro.


E tuttavia tutti dicono queste cose con la massima disinvoltura, come se un determinato modo di crescere i figli producesse un risultato chiaro, definito e prevedibile. Come se sapessero come diventeranno i vostri figli. Hanno la stessa disinvoltura di quelli che fanno l’oroscopo: “I Pesci sono gran lavoratori, i Cancro sono fedeli…”; o era il contrario? Leggendo queste pagine divulgative, e a volte anche leggendo libri presumibilmente seri, si ha l’impressione che tutti i figli di genitori permissivi diventeranno giovani delinquenti.


Ma nella vita reale le cose sono bel lontane dall’essere tanto nette. C’è del vero in queste generalizzazioni, determinati comportamenti dei genitori tendono a generare determinati comportamenti nei figli… ma si tratta solo di una tendenza. È pienamente dimostrato che il tabacco causa il cancro, ma la maggior parte delle persone che fumano non avranno mai il cancro e molte persone con il cancro non hanno mai fumato. Crescere i figli non è come cucinare: “Mescolate uova, latte e farina, infornate e avrete una torta”. Ci sono molti modi di crescere un figlio e nessuno sa con esattezza cosa ne verrà fuori.


Analizzeremo ora in un certo dettaglio i dati scientifici alla base di queste interpretazioni più o meno popolari degli stili parentali.

Alla fine degli anni Settanta, la psicologa nordamericana Diana Baumrind ha definito tre stili educativi, in inglese authoritarian, authoritative, e permissive6. Il primo e il terzo hanno una traduzione evidente, ma quello di mezzo è un osso duro. Si tratta di un termine inglese che si applica a libri o persone esperte, come quando si dice: “È un’autorità in materia”. In spagnolo esiste una parola, autoritativo (“che comporta o presuppone autorità”), che non avevo mai sentito né letto fino a che non l’ho cercata nel dizionario poco fa. Suppongo che qualcuno abbia usato questa parola per tradurre il termine relativo allo stile parentale in questione, ma in vari articoli di affidabili esperti spagnoli (di cui parleremo più avanti), viene usato il termine autorizativo, una parola che nel dizionario non compare, e che ha, a mio modesto parere, accezioni distinte rispetto all’originale inglese. Infatti authoritative fa pensare a un padre che agisce con autorità (con cognizione di causa), senza però essere autoritario (dispotico), mentre autorizativo fa pensare a genitori che “autorizzano”, cioè che permettono al bambino di fare determinate cose. In ogni caso, persone che ne sanno molto più di me hanno scritto autorizativo7, e così lo manterrò.


Per lo meno nella prima definizione, nel 1966, la Baumrind sembrava intendere i tre stili parentali come disposti su una medesima scala, in cui lo stile autorevole si colloca a metà tra i due estremi.


La permissività […] è l’antitesi della tesi che prevede, come modo corretto di educare un bambino, che il genitore o il maestro giochi il ruolo di interprete onnisciente di una divinità onnipotente […]. In questo articolo si propone una sintesi […] con il nome di “controllo autorevole”.


Gli esempi di educazione permissiva e autoritaria portati dalla Baumrind sono estremi: per quella permissiva, la scuola di Summerhill, di Alexander Neill; per quella autoritaria, i genitori dei secoli passati che imponevano la volontà divina. Come esempio di educazione autorevole cita le scuole Montessori.


Di seguito riporto le descrizioni originali dei tre stili elaborate dalla Baumrind. Ho avuto un grosso dubbio nel tradurle. Mentre in spagnolo si usa il plurale padres per riferirsi al padre e alla madre (o a vari padri e madri), l’inglese ha parole completamente diverse: father, mother, parents, cioè “padre, madre, genitori”. La Baumrind, nelle sue definizioni, usa parent al singolare, traducibile come “il padre o la madre” o “i genitori”. In seguito però usa sistematicamente il pronome femminile she (lei), e mai he (lui). Non alterna, come alcuni testi più moderni, she e he per essere politicamente corretta. Usa sempre she, come se si riferisse unicamente alla madre. Avrebbe potuto evitare facilmente il problema usando il plurale, parents e they, termini privi di genere e traducibili come “genitori” e “loro”, o come “madri e padri”. In un altro articolo, cinque anni dopo, spiega che, per evitare confusione, usa she per i genitori e he per i figli. Io ho scelto di usare il plurale nella mia traduzione.


I genitori permissivi cercano di comportarsi in modo non punitivo, accettante e positivo nei confronti degli impulsi, i desideri e le azioni del bambino. Chiedono la loro opinione nel prendere decisioni e gli spiegano le regole familiari. Sono poco esigenti riguardo a responsabilità domestica e ordine. Si pongono nei confronti del bambino come una risorsa da usare a piacimento, non come un ideale da imitare, né come un agente attivo responsabile di plasmare o cambiare il suo comportamento attuale o futuro. Permettono al bambino di organizzare le proprie attività il più possibile, evitano di esercitare controllo e non lo incoraggiano ad adeguarsi a modelli esterni. Per conseguire i propri scopi cercano di usare la ragione e la manipolazione, ma non l’imposizione.I genitori autoritari cercano di plasmare, controllare e valutare il comportamento e le attitudini del bambino secondo un modello stabilito, di solito assoluto, teologicamente motivato e definito da un’autorità superiore. Considerano l’obbedienza una virtù e prediligono le misure coercitive e punitive per sottomettere la volontà del bambino quando le sue azioni o convinzioni entrano in conflitto con il comportamento ritenuto corretto dai genitori. Credono che il bambino debba stare al suo posto, che la sua autonomia debba essere limitata, e che si debbano assegnare responsabilità domestiche al fine di inculcare rispetto per il lavoro. Considerano la conservazione dell’ordine e delle strutture tradizionali come aventi valore in quanto tali. Non favoriscono gli scambi verbali, piuttosto credono che il bambino debba accettare come corretto ciò che essi dicono.I genitori autorevoli cercano di coordinare le attività del bambino in modo razionale, orientato al problema concreto. Favoriscono l’interazione verbale, condividono con il bambino i motivi delle regole e chiedono le sue obiezioni quando rifiuta di seguirle. Stimano allo stesso modo la volontà indipendente e il conformarsi a una disciplina. Pertanto esercitano un elevato controllo negli aspetti in cui vi è disaccordo tra genitori e figli, ma non impongono restrizioni al bambino. Fanno valere il proprio punto di vista come adulti, ma riconoscono gli interessi individuali e le preferenze del bambino. I genitori autorevoli favoriscono le qualità presenti nel bambino, ma stabiliscono anche dei modelli per il comportamento futuro. Per conseguire i propri obiettivi usano la ragione e l’autorità, e plasmano il comportamento mediante la consuetudine e il rinforzo; non basano le decisioni sul consenso di gruppo o sui desideri personali del bambino.


Anche la pagina dedicata alla Baumrind del sito inglese di Wikipedia, in genere ben documentato, interpreta gli stili parentali come due estremi e un centro:

  • Autoritario (“troppo duro”)
  • Permissivo (“troppo morbido”)
  • Autorevole (“al punto giusto”)

Lo psicologo John Buri, di cui si parlerà più avanti, dà la stessa interpretazione in un suo articolo del 1991: “I genitori autorevoli, in ogni caso, tendono a trovarsi in un qualche punto tra questi estremi”.Lo schema in figura 1 mostra la mia interpretazione della descrizione originale della Baumrind (che non fece schemi simili, per quanto ne so), nella quale ci sono molti pochi genitori agli estremi e la stragrande maggioranza sta nel mezzo. C’è una sola dimensione e potremmo, ipoteticamente, classificare un genitore mediante un solo numero, così come è sufficiente un numero, la temperatura, per dire se fa caldo o freddo. Dato che la Baumrind difende lo stile autorevole ritenendolo ideale, è tranquillizzante pensare che quasi tutti i genitori siano autorevoli.

In effetti, sono pochi i genitori permissivi se si considerano solo quelli che portano il figlio a Summerhill (la scuola fondata da A. S. Neill nel 1921, che la Baumrind cita come esempio di permissività). In realtà, nello stesso articolo, la Baumrind attribuisce la moda della permissività alla “teoria psicoanalitica” che “aveva fornito una giustificazione all’allattamento prolungato a richiesta, allo svezzamento tardivo e graduale e all’insegnamento tardivo e indulgente del controllo degli sfinteri”, oltre al libro di Benjamin Spock del 1946 (pur riconoscendo che lo stesso Spock aveva abbandonato la sua eccessiva permissività nell’edizione del 1957). È sorprendente che negli anni Sessanta, quando il tasso di allattamento al seno negli Stati Uniti raggiunse il punto più basso, la Baumrind abbia potuto vedere tanti bambini allattati a lungo e a richiesta, e sorprende ancora di più che non lo attribuisse alla fondazione, allora recente, de La Leche League nel 1956, bensì alla psicoanalisi.


La Baumrind sostiene che lo stile autorevole è quello “giusto”, e che gli altri sono inadeguati. Basa la sua affermazione su vari studi già esistenti di altri autori, che cita e descrive sommariamente. Studi diversi tra loro e non esattamente relativi a questi tre tipi di genitori, essendo precedenti alla loro definizione.


Curiosamente, tutti gli studi citati dalla Baumrind sembrano confrontare solo due, e non tre possibilità. Secondo quanto riporta la stessa Baumrind (non ho letto gli studi originali):

  1. Sei studi confrontano le pratiche punitive (cioè basate sulle punizioni) rispetto alle non punitive. Le punitive si associano a maggior delinquenza (teppismo) minorile, dipendenza, aggressività, ecc.
  2. Due studi analizzano la negazione dell’affetto come punizione: si associa alla dipendenza.
  3. Sei studi raffrontano la modalità di fornire spiegazioni e la rigidità. La rigidità si associa ad aggressività, ostilità, immaturità, ecc.
  4. Cinque studi analizzano le richieste di collaborazione domestica e di ordine: si associano a minore teppismo, ostilità e aggressività (due studi non mostrano differenze tra i gruppi esaminati).
  5. Sei studi confrontano limiti e autonomia. I risultati sono variabili; in uno i ragazzi colpevoli di malefatte erano stati meno seguiti, ma più controllati (“punizioni corporali, revoca di privilegi, minacce, ecc.”). In un altro, i ragazzi più ostili erano stati troppo controllati, o troppo poco (e questo è l’unico studio in cui sembrano emergere tre gruppi, e non solo due).
  6. Due studi esaminano l’esercizio del potere paterno: si associa a maggiore antagonismo verso gli insegnanti nelle famiglie di classe media; in un altro studio, non influisce sul comportamento dei ragazzi, ma si associa a insoddisfazione e irrequietezza nelle ragazze adolescenti.
  7. Sette studi confrontano il controllo elevato (il padre fa rispettare le regole, sa opporsi alle richieste del figlio, è convinto di dover essere direttivo) con quello debole: a una maggiore fermezza corrispondono meno litigi, meno disobbedienza, meno teppismo, più maturità (assertività e fiducia in se stessi). In uno degli studi però i genitori permissivi avevano figli più indipendenti e socievoli.

In totale gli studi sono solo dodici, ma alcuni affrontano più di un aspetto e vengono considerati più volte in questo resoconto. A partire dai sette gruppi elencati (all’interno dei quali si studiano aspetti un po’ diversi misurati in modo diverso; non stupisce che i risultati a volte non concordino), la Baumrind definisce così i suoi tre modelli educativi:

  • Autoritario: punteggio basso nel gruppo 3, alto nei 4, 5, 6 e 7, variabile nei 1 e 2.
  • Permissivo: punteggio basso nei gruppi 1, 4, 5, 6, 7, alto nel 3, variabile nel 2.
  • Autorevole: punteggio basso nei gruppi 1 e 2, alto nel 3 e 7, moderato nel 4, 5, 6.

Come si spiega che la classificazione in tre tipi della Baumrind abbia avuto successo e sia arrivata fino ai giorni nostri, quando quasi tutti gli studi su cui si basava distinguevano solo due tipi di genitori? Forse proprio perché, psicologicamente, abbiamo bisogno dell’esistenza di tre gruppi per sentirci meglio. La nostra cultura (o l’intera umanità?) rifiuta l’estremismo. Si impara fin da piccoli che “la virtù sta nel mezzo” e che “è bene evitare gli eccessi”. Eppure in quasi tutti gli studi, il “bene” stava proprio in uno dei due estremi. Se punire è sbagliato, la cosa migliore sarebbe non punire mai. Se esigere collaborazione domestica va bene, la cosa migliore sarebbe esigere moltissima collaborazione. I genitori (e anche gli psicologi sono genitori, o perlomeno ne hanno avuti) raramente sono estremisti. Ho punito poco, ma sarei stato un padre migliore se avessi punito ancora meno? Ho indotto i miei figli ad aiutare in casa e mettere in ordine, avrei dovuto insistere di più? La classificazione che prevede solo due tipi lascia la maggior parte dei genitori preoccupati, con una vaga sensazione di insufficienza. Al contrario, la classificazione che prevede tre tipi permette a gran parte delle persone di sentirsi buoni genitori, moderati, lontani tanto da “quegli estremisti autoritari” come da “quegli estremisti permissivi”.


La Baumrind crede che lo stile autorevole sia il migliore, e lo argomenta in modo da non lasciare adito a dubbi. Rispetto agli studi scientifici di cui sopra, è “moderato nei gruppi 4, 5, 6”, mentre gli altri non sono moderati in nulla. Nel testo precedentemente citato viene usata tre volte la parola ma per descrivere i genitori autorevoli: “elevato controllo… ma non impongono; fanno valere… ma riconoscono; favoriscono le qualità del bambino, ma stabiliscono modelli di comportamento”. Si tratta di un ma moderatore, nulla in questi buoni genitori è eccessivo. Per descrivere i permissivi viene usato soltanto un ma; con gli autoritari non ci sono ma che tengano.

In seguito la Baumrind ha realizzato diversi studi per mettere alla prova la sua teoria. Per esempio nel 1971 ha pubblicato uno studio8 dettagliato su 146 bambini bianchi dai quattro ai sette anni provenienti da varie scuole. Si osservava il comportamento dei bambini per diversi mesi e gli si assegnava un punteggio rispetto a sette caratteristiche come ostilità, resistenza all’autorità, indipendenza, tendenza a dominare o perseveranza.


In separata sede, uno psicologo che non aveva visto il bambino a scuola, andava a trovare la famiglia in due occasioni e osservava le interazioni tra genitori e figli da poco prima di cena fino all’ora di andare a dormire (periodo, afferma l’autrice, “che, come è risaputo, determina episodi di divergenza tra genitori e figli”), oltre a intervistare il padre e la madre da soli. In tal modo si assegnava un punteggio ai genitori in settantacinque aspetti raggruppati in quindici categorie, del tipo: “Si aspetta che il bambino collabori nelle faccende domestiche” (gli chiede di vestirsi, di mettere via i giocattoli, ecc.), “È direttivo” (pone regole rigide per la televisione, l’ora di andare a letto, ecc.), o “Promuove il rispetto dell’autorità costituita” (dà la precedenza alle necessità dei genitori, assume un atteggiamento di infallibilità personale, ecc.). I genitori sono così classificati nei tre tipi classici… e poi in diversi sottotipi, otto in totale, visto che la varietà dei genitori resiste a essere ripartita in soli tre gruppi, e che le correlazioni statistiche mostrano che i tre tipi non sono omogenei. Per di più, si sono trovate otto famiglie definite come “genitori armoniosi”, di cui alcuni sono stati inclusi nel sottogruppo “anticonformisti” degli autorevoli, mentre altri sono risultati inclassificabili.


La conclusione mi appare tanto confusa che non sono in grado di riassumerla o spiegarla; posso solo riportare le sue parole testuali:


Il comportamento parentale autorevole si associava chiaramente a un comportamento indipendente e propositivo nelle bambine, ma nei maschi l’associazione valeva solo con genitori anticonformisti. La disciplina dei genitori autorevoli, rispetto a quella dei genitori autoritari o permissivi, aveva un’associazione con tutti gli indicatori di responsabilità sociale nei bambini maschi, mentre nelle bambine si associava a buoni risultati, ma non a un comportamento amichevole e cooperativo. Contrariamente alle attese, l’anticonformismo dei genitori non era associato a mancanza di responsabilità sociale né in bambini maschi né femmine.


Non è un gran risultato. Quando si cerca una correlazione tra sette caratteristiche infantili e otto sottotipi di genitori, la cosa strana sarebbe l’assenza di relazioni statisticamente significative. E il fatto che le associazioni siano diverse a seconda del sesso del bambino risulta ancora meno convincente.


In un’altra pubblicazione del 19719, la Baumrind descrive in dettaglio le otto famiglie con genitori armoniosi (e la scelta del nome già fa capire che le sono piaciute). Le aveva notate perché, nello svolgimento dello studio, gli osservatori incaricati di valutare i genitori non vollero assegnare nessun punteggio; infatti: “In questo caso un punteggio sarebbe stato ingannevole, dato che il padre o la madre, anche se quasi mai esercitavano controllo, sembravano avere controllo, nel senso che il bambino abitualmente si sforzava di intuire i desideri del genitore e vi si adeguava”.


E aggiunge:


Mentre i genitori permissivi evitavano di esercitare controllo ma erano contrariati per il fatto di non averlo, e i genitori autoritari e autorevoli erano compiaciuti nell’esercitare controllo, i genitori armoniosi non sembravano né esercitarlo, né evitare di esercitarlo.


Sei di queste famiglie avevano bambine, e tutte erano “straordinariamente competenti” e molto intelligenti. Al contrario i maschi con genitori armoniosi erano “cooperativi, obbedienti, carenti di obiettivi, non orientati al risultato e dipendenti”, caratteristiche che l’autrice considera “effeminate” (sì, avete sentito bene). In ogni caso, i dati sono troppo pochi per trarre delle conclusioni.

Scegliete il vostro stile

E adesso la grande domanda: che tipo di genitore siete voi, autorevole, permissivo o autoritario? Se mi limito a leggere le tre descrizioni, non saprei come classificare me stesso, figuriamoci altri genitori che conosco per motivi personali o professionali.


Mi piace pensare di comportarmi in modo “non punitivo, accettante e positivo”, chiedendo pareri e dando spiegazioni… dovrei essere quindi permissivo. Però cerco anche di plasmare il comportamento dei miei figli (cioè di fare sì che siano studiosi, rispettosi con gli altri…); e che dire delle restrizioni all’autonomia? La verità è che per anni li ho obbligati ad andare a scuola e fare i compiti, e non gli ho comprato tutte le leccornie e i giocattoli che volevano, quindi sarei anche un po’ autoritario. E autorevole… in realtà, chi non sarebbe d’accordo con una descrizione tanto accattivante e generica, in cui rientrano tutti, prima o dopo il ma? Io stesso non so cosa sono, e se anziché giudicarmi chiedessi il parere di amici e conoscenti, o dei miei figli, forse mi vedrebbero in tutt’altro modo. Probabilmente i genitori autoritari non si considerano tali, e i permissivi esclamerebbero sorpresi: “Io? Permissivo?”.


È difficile sapere a quale dei tre gruppi si appartiene, perché non ci sono criteri chiaramente distinguibili, oggettivi ed esprimibili in forma concreta. Forse per questo il concetto di “genitori ad alto contatto” (intendo il concetto popolare, giacché, come si è visto, gli “otto princìpi ufficiali” sono un po’ diversi) attrae molte persone: sono istruzioni semplici, sono cose che si fanno oppure no. Lo allatto, lo prendo in braccio, lo faccio dormire con me, quindi sono un genitore ad alto contatto. Ma nessuno di questi tre criteri appare nelle descrizioni della Baumrind. Lei parla di cose molto più complesse e sottili. Tra i genitori ad alto contatto, o tra coloro che sostengono di esserlo, di sicuro ve ne saranno di autoritari e di permissivi.


L’uso della violenza fisica potrebbe essere un criterio chiaro? Gli autoritari sono quelli che picchiano i bambini? In un suo articolo del 1966 la Baumrind non allude in modo esplicito alle percosse, ma sembra riferirsi a questo con le parole punizione e punitivo. In base alla definizione, gli autoritari adottano misure “punitive”, mentre i permissivi sono “non punitivi”, ma per gli autorevoli non è chiaro. In un altro paragrafo dello stesso articolo si decantano i vantaggi delle punizioni “moderate”, e si ha più l’impressione che si tratti di una sberla che non di vietare la televisione:


Si deve considerare la possibilità che la punizione moderata abbia effetti secondari benefici, come i seguenti: (a) ripristino più rapido della relazione affettiva da ambo le parti in seguito a uno sfogo emotivo, (b) valido deterrente rispetto a comportamenti simili per i fratelli che sperimentano la punizione in modo indiretto, (c) emulazione del padre aggressivo che determina un comportamento sociale assertivo, (d) diminuzione del senso di colpa a fronte della trasgressione e (e) aumento della capacità del bambino di pagare uno scotto per ottenere un obiettivo desiderato.


Gli argomenti mi sembrano quantomeno curiosi, e non li ho mai sentiti da altri sostenitori dello “schiaffo quando ci vuole”: il bambino imiterà l’aggressività del padre, si sentirà meno in colpa per ciò che ha fatto e continuerà a fare ciò che vuole senza temere punizioni. Sembrerebbe quindi che gli schiaffi non siano patrimonio esclusivo degli autoritari.


Né l’affetto è a loro precluso. Come esempio di madre autoritaria, la Baumrind cita la madre di John Wesley (pastore anglicano del XVIII secolo, fondatore della chiesa metodista), secondo cui si deve “dirigere dolcemente il bambino perché sia migliore in futuro”. Non sono riuscito a scoprire se la madre di Wesley allattò e tenne in braccio il figlio; data l’epoca e il Paese è più che probabile. Sono invece sicuro che non andò a scuola fino all’età di undici anni. Un esempio di educazione “ad alto contatto” e al tempo stesso autoritaria.


D’altra parte, non sembra che i permissivi siano caratterizzati dal fatto di lasciare che il bambino faccia ciò che vuole. “Gli spiegano le regole”, quindi ci sono delle regole; e “per conseguire gli obiettivi” (dei genitori), anche se non usano l’imposizione, ricorrono alla ragione e alla manipolazione. È dunque permissivo chi manipola il figlio per conseguire i propri obiettivi?


In mancanza di criteri semplici e chiari per decidere chi è autoritario e chi permissivo, come si può sapere a che gruppo si appartiene? Gli psicologi hanno criteri e questionari, più avanti ne parleremo; ma i genitori che semplicemente leggono un breve testo sull’argomento (eseguendo una ricerca su internet con le parole autoritario e permissivo si troveranno più di centomila pagine), su cosa possono basarsi per decidere a quale di questi gruppi appartengono? Ci sono vari criteri:


  1. Il nome. Sì, non vi stupite, il nome è fondamentale. Tutti vogliono appartenere a un gruppo che abbia un bel nome. Io stesso, la prima volta che sentii parlare dei modelli educativi della Baumrind, scelsi il permissivo, perché mi suona meglio “permissivo” che non “autoritario” o “autorevole”. Decisi di essere permissivo senza aver letto le definizioni, solo per il nome, e dopo mi fece molta rabbia vedere che la definizione presentava la permissività come qualcosa di negativo, e forse per questo ho dedicato tante ore a leggere alcuni degli studi originali e a scrivere questo capitolo lungo e impegnativo.

    Tutti noi ci identifichiamo più con il nome di una cosa che con la sua dettagliata definizione. Votiamo “destra” o “sinistra” perché diciamo: “Sono di destra” o “Sono di sinistra”, senza aver letto il programma dei partiti.

    Immaginate di trovare in una rivista un articolo intitolato “Che tipo di automobilista siete?”. Ci sono due tipi:

    A. Rispetta scrupolosamente la segnaletica stradale e i limiti di velocità. Si allaccia sempre la cintura di sicurezza. Si fa da parte per permettere il sorpasso di altri veicoli.B. A volte, quando si sente sicuro, supera i limiti di velocità. Ignora alcuni segnali che gli sembrano chiaramente ingiustificati. Sorpassa in circostanze in cui altri automobilisti non si azzarderebbero. Valuta per proprio conto quando è necessario allacciarsi la cintura di sicurezza e quando no.

    Che tipo di automobilista siete, A o B? Ora proviamo a dare un nome a ciascun tipo. Ricordate, la definizione continua a essere esattamente la stessa:

    Che tipo di automobilista siete, A (esperto) o B (imprudente)? A (tranquillo) o B (sportivo)? A (apprensivo) o B (coraggioso)?

    È diverso, non è vero? Ovviamente è più facile identificarsi con un gruppo se il nome ci piace.

    La Baumrind scelse nomi sgradevoli per gli stili educativi che non le piacevano. A nessuno piace essere considerato autoritario, soprattutto negli Stati Uniti, “terra dei liberi e patria dei coraggiosi”. E “permissivo” è un concetto piuttosto dispregiativo negli Stati Uniti (lo è di meno in Spagna dove, avendo subìto una dittatura di destra, sembra logico assumere il comportamento opposto, e forse per questo mi piace essere chiamato permissivo). Nel 1985, Benjamin Spock, celebre autore di libri sull’educazione dei figli, ritenne necessario difendersi, in un prologo a una nuova edizione, dalle false accuse di “permissività” che aveva ricevuto. Che succederebbe se i tre modelli educativi, anziché chiamarsi autoritario, autorevole e permissivo, si chiamassero coerente, insicuro e affettuoso, senza cambiare una virgola nelle rispettive definizioni?
  2. Adattarsi alla maggioranza. Se la maggior parte dei genitori sono autorevoli, allora devo esserlo anche io. Per questo i partiti politici cercano di pubblicare sondaggi che li danno per favoriti. Molte persone pensano: “Se tutti votano Tizio, lo voto anch’io”.
  3. Seguire le istruzioni. Se il libro dice che il modello autorevole è quello giusto, saremo autorevoli.
  4. Cercare il giusto mezzo. Come Riccioli d’oro nella casa dei tre orsi: né la zuppa più calda, né la più fredda; né il letto più morbido, né il più duro.

Capite qual’era il mio problema? Per il nome, mi sarebbe piaciuto essere un padre permissivo. Ma gli altri tre criteri non concordavano. La maggioranza dei genitori è autorevole, ed è anche una via di mezzo; inoltre nel libro si dice che essere autorevoli è meglio che essere permissivi.

Come valutare i genitori

La Baumrind e altri autori hanno eseguito numerosi studi per accertare gli effetti dei diversi stili educativi sul risultato finale, cioè “come sarà il ragazzo”. All’inizio i ricercatori classificavano i genitori nei diversi stili per mezzo di lunghe interviste e osservazione diretta della relazione tra genitori e figli. Una cosa che, piaccia o no, dipende molto dall’opinione di chi pone le domande. In seguito sono apparsi questionari strutturati, con cui è possibile eseguire studi in modo più veloce e molto più economico, ottenendo risultati meno dipendenti da chi pone le domande e più da chi ha progettato il questionario.


Nel 1991, Laurence Steinberg e collaboratori hanno pubblicato uno di questi studi10. I genitori sono stati semplicemente classificati come “autorevoli” o “non autorevoli” (senza distinguere tra autoritari e permissivi) in funzione di tre questionari proposti ai figli, circa diecimila allievi nordamericani di scuola secondaria (da quindici a diciotto anni). Occorre segnalare che, intervistando separatamente genitori e figli, i genitori di solito si vedono meno autoritari di quanto non li vedano i figli (incredibile, vero?). I questionari si proponevano di classificare i genitori in base a tre parametri, che secondo gli autori erano peculiari dei genitori autorevoli: accettazione/ partecipazione, elevato controllo e autonomia psicologica. Alcuni esempi di domande:

  • Accettazione/partecipazione: “Posso contare sul fatto che mi aiuterà se ho problemi?”, “Mi aiuta con i compiti se c’è qualcosa che non capisco?”, “Con che frequenza nella vostra famiglia fate cose divertenti tutti insieme?”
  • Elevato controllo: “In che misura i tuoi genitori cercano di sapere dove vai di sera?”, “In una settimana tipica, da lunedì a giovedì, fino a che ora puoi stare fuori?”, “Fino a che punto i tuoi genitori sanno davvero ciò che fai nel tempo libero?”
  • Autonomia psicologica: “Con che frequenza i tuoi genitori ti dicono che hanno ragione e non devi mettere in dubbio le loro idee?”, “Con che frequenza i tuoi genitori ribattono ai tuoi argomenti dicendo cose come: ‘Capirai quando sarai grande’?”, “I tuoi genitori cercano di mortificarti quando prendi brutti voti?” (Si osservi che queste domande assegnano punteggio in forma inversa: i genitori ottengono un punteggio migliore nell’autonomia se la risposta è “mai”).

Per essere considerati autorevoli i genitori dovevano ottenere un punteggio superiore alla mediana nei tre parametri. (Breve promemoria: la media si calcola sommando tutti i valori e dividendo per il numero di elementi; la mediana è il valore relativo all’elemento che si trova esattamente nel mezzo, una volta che gli elementi siano ordinati, e corrisponde al cinquantesimo percentile; la moda è il valore più frequente. In una distribuzione statisticamente normale, moda, mediana e media coincidono. Ma di solito le distribuzioni non sono normali e la media può essere maggiore o minore della mediana).


Hanno trovato, per cominciare, che la percentuale di genitori autorevoli variava con il gruppo etnico (era maggiore tra i bianchi rispetto a neri, ispanoamericani o asiatici) e la classe sociale (maggiore nella classe media che in quella operaia); inoltre c’erano più genitori autorevoli nelle famiglie “intatte” (dove l’adolescente convive con entrambi i genitori biologici). La percentuale più alta di genitori autorevoli, 25%, si aveva in famiglie intatte bianche di classe media; la più bassa, 6%, in famiglie non intatte di origine asiatica e classe operaia.


Hanno quindi confrontato la classificazione dei genitori con quattro indicatori di equilibrio psicosociale dei figli: voti scolastici, fiducia in se stessi, grado di stress psicologico e attività illecite. I figli di genitori autorevoli hanno ottenuto un punteggio migliore in tutto, anche se lo scarto non era molto grande. L’indicatore relativo ai voti scolastici si basava, nel caso specifico, sul voto di fine anno avente un valore da zero a quattro e comunicato dagli studenti stessi (no, non hanno chiesto i voti alla segreteria della scuola, hanno preso per buona la dichiarazione dello studente; gli autori spiegano che in altri studi si è trovata una correlazione pari a 0,75 tra i voti riportati e quelli reali. Naturalmente, andare all’archivio a vedere i voti avrebbe fornito una correlazione pari a 1,00).


Per fare solo qualche esempio (ho moltiplicato i voti per 2,5 in modo da ottenere valori da zero a dieci, più familiari al lettore spagnolo): i bianchi di classe media con famiglia intatta e genitori autorevoli avevano una media scolastica pari a 8,35; quelli non autorevoli, 7,45. Relativamente alla classe operaia: 6,97 contro 6,42. Ispanoamericani di classe media, 7,20 contro 6,42; ispanoamericani di classe operaia, 7,07 contro 6,07. Innanzitutto, le differenze sono piccole, non si tratta di primi della classe da un lato e bocciati dall’altro, ma di uno scarto di appena qualche punto decimale. In secondo luogo, le differenze più importanti non sono dovute allo stile dei genitori, ma al gruppo etnico e alla classe sociale. Insomma, per avere buoni voti, l’importante non è avere genitori che educano bene, ma che siano bianchi e di classe media. Neppure le differenze di punteggio negli altri tre aspetti erano molto rilevanti.


Così sembra che, in realtà, i genitori autorevoli non siano la maggioranza dei genitori, ma una minoranza: tra il 6% e il 25%, a seconda del gruppo etnico e della classe sociale. Questo però si deve alla peculiare impostazione dello studio. La distinzione tra genitori autorevoli e non, anziché basarsi su un criterio elaborato in precedenza, è stata eseguita fissando arbitrariamente un valore di soglia pari alla mediana. È come se si ponesse uguale alla mediana la soglia tra ricchi poveri: per definizione la metà sarebbero ricchi, e la metà poveri. In qualunque nazione. La metà degli haitiani sarebbero ricchi e la metà degli svizzeri sarebbero poveri. Visto che nello studio di Steinberg ci sono tre criteri che devono essere “soddisfatti” perché il genitore sia autorevole, il risultato è decisamente minore della metà. Infatti, se i tre criteri fossero indipendenti, avremo che il 50% dei genitori soddisfano il primo, la metà di essi, il 25% del totale, soddisfano anche il secondo, e la metà di questi, il 12,5% del totale, anche il terzo. In realtà però c’è una certa correlazione fra i tre criteri e, soddisfacendone uno, è più facile soddisfare anche gli altri; il risultato finale è perciò maggiore di 12,5%. Quindi in realtà non si sta parlando di genitori intrinsecamente autorevoli, ma solo un po’ più autorevoli di chi li circonda.

Nello stesso anno, il 1991, in cui Steinberg pubblicava il suo studio, lo psicologo John Buri proponeva un questionario di autorità parentale11. Si tratta di un questionario destinato ad adolescenti e giovani adulti che contiene trenta domande a cui si può rispondere con un numero da 1 (decisamente in disaccordo) a 5 (decisamente d’accordo). Vi sono dieci domande per ciascuno dei tre stili educativi, in modo che per ognuno i genitori possono ricevere un punteggio da 10 a 50. Le domande possono essere poste in riferimento alla madre o al padre separatamente; in tal modo il questionario esegue, in totale, misure su sei scale (autoritarismo materno, autoritarismo paterno, ecc.). Alcuni esempi:

  • Durante l’infanzia, i miei genitori non mi permettevano di mettere in dubbio le decisioni prese.
  • Durante l’infanzia, i miei genitori regolavano attività e decisioni relative ai bambini tramite il dialogo e la disciplina.
  • Durante l’infanzia, i miei genitori mi permettevano di sviluppare un punto di vista personale sulle questioni familiari e in genere mi lasciavano decidere da solo cosa fare.
Indovinate quali sono gli stili che corrispondono a ciascun enunciato?

Come si progetta un questionario come questo, come si verifica se funziona? Buri spiega nel suo articolo il procedimento seguito:


Il primo passo è stato ideare quarantotto domande a partire dalle descrizioni originali della Baumrind. In seguito le domande sono state mostrate a 21 professionisti (psicologi, educatori, sociologi e impiegati nel settore sociale) che hanno deciso se ognuna di esse corrispondesse chiaramente a uno dei tre stili parentali. In trentasei delle quarantotto domande, almeno 20 giudici su 21 si sono trovati d’accordo. Tra queste trentasei, sono state scelte trenta domande per il questionario definitivo.


Il terzo passo è stato verificare l’affidabilità test-retest. Vale a dire, se la stessa persona, a cui si propone due volte lo stesso questionario, risponde più o meno nello stesso modo. Perché se ogni volta risponde in modo diverso, il questionario è inutile. Per questo le domande sono state poste a 61 studenti di psicologia di diciannove anni e riproposte dopo una settimana. Gli studenti rispondevano più o meno (ma non esattamente) nello stesso modo.


Il quarto passo è stato verificare la coerenza interna; vale a dire, se le diverse domande del questionario ricevono risposte coerenti. Qui occorre cercare un certo equilibrio. Se una delle domande riceve quasi sempre risposte in contraddizione con le altre, forse è mal posta, o non viene capita, o è inutile. Ma neppure è auspicabile che tutte le domande ricevano risposte rigorosamente coerenti, perché allora a che servono dieci domande? Basterebbe farne una. La coerenza interna si misura con un coefficiente statistico chiamato Alfa di Cronbach. Si considera accettabile un risultato maggiore di 0,7, buono se maggiore di 0,8, eccellente se maggiore di 0,9. Buri ha proposto il questionario a 185 studenti di psicologia di diciotto anni ottenendo una coerenza tra 0,74 e 0,87 per ciascuna scala.


Il quinto passo è stato verificare la validità discriminante. Se esistono tre diversi stili educativi, un genitore che riceve un punteggio alto in una scala, dovrebbe riceverlo basso nelle altre. In altre parole, non si può essere autorevoli e permissivi allo stesso tempo. Questo verifica è stata eseguita con un altro gruppo di 127 studenti; in effetti, le diverse scale davano risultati antitetici.


Come sesto passo, a questi stessi 127 studenti, Buri ha proposto un questionario ideato da lui tre anni prima sulle cure ricevute dai genitori (nurturance, termine di difficile traduzione che esprime il sostegno materiale ed emotivo offerto per soddisfare le necessità del bambino). È partito dall’ipotesi che essere autorevoli abbia una correlazione positiva con le cure; essere autoritari, una correlazione negativa (cioè, quanto più si è autoritari, meno cure si dispensano); e essere permissivi, nessuna correlazione. E questo è esattamente ciò che ha riscontrato, il che secondo lui conferma la validità del questionario.


Settimo passo: Buri si è chiesto se qualcuno potesse rispondere il falso per fare bella figura. Già prima della Baumrind, la società nordamericana aveva in generale l’idea che un buon genitore non deve essere né troppo autoritario né troppo permissivo; e senza dubbio nei vent’anni trascorsi dalla prima classificazione, questa convinzione si è estesa e rafforzata. Alla gente non piace parlare male dei propri genitori. È chiaro tuttavia che non c’era modo di verificare se le risposte di quei giovani corrispondevano realmente a ciò che era accaduto anni prima tra le mura domestiche.


Così Buri ha deciso di confrontare, con altri 69 studenti, i risultati del suo questionario con quelli della Scala di desiderabilità sociale di Marlowe e Crowne. Si tratta di una scala ideata nel 1960 per misurare fino a che punto un individuo ha la tendenza a rispondere il falso per dire ciò che ci si aspetta da lui o che lo fa sembrare migliore. È un questionario ingegnoso di trentatré domande trabocchetto riferite a cose che quasi tutti a volte hanno fatto, ma a quasi nessuno piace confessarlo. Per esempio: “Sono sempre disposto a riconoscere di aver sbagliato”, “Sono sempre educato, anche con le persone sgradevoli”, o “Non intraprendo mai un lungo viaggio senza aver fatto revisionare la macchina”. Chi ottiene un punteggio molto alto in questo test, o è davvero un santo, o più probabilmente è un bugiardo. Se qualcuno stesse rispondendo il falso al questionario di autorità parentale, esisterebbe una correlazione tra questo e quello di desiderabilità sociale: chi sostiene di avere una condotta integerrima avrebbe genitori più autorevoli, meno autoritari e meno permissivi. Ma tale correlazione non esiste, il che indica onestà nelle risposte.


Infine, Buri ha proposto il questionario ad altri 169 studenti di scuole medie inferiori e superiori, per verificare i “valori normali” nella popolazione. I punteggi erano più alti nella scala autorevole e più bassi in quella permissiva.


Questo è più o meno il processo che si è soliti seguire per elaborare e convalidare un questionario. È un processo lungo e laborioso, e il risultato è uno strumento adatto a un lavoro serio, qualcosa di molto diverso da quei presunti “test psicologici” che di solito vengono pubblicati sulle riviste popolari, tipo: “Siete un risparmiatore?” o “Siete una madre iperprotettiva?”, che qualcuno ha tirato fuori dal cappello in un paio d’ore.


Ma pur essendo una cosa seria, continua a dipendere da una serie di presupposti iniziali. La Baumrind aveva stabilito che esistevano tre tipologie di genitori, non due né sette (anche se dopo, come vedremo, cambiò idea). Aveva deciso che le tipologie erano queste e non altre. E, con questi presupposti, è stato progettato un questionario che sembra in grado di identificare e differenziare i genitori in queste tipologie. Ma partendo da definizioni diverse, le domande sarebbero state diverse. Nessuna delle trenta domande si riferisce al dare o non dare schiaffi, a lasciare piangere i bambini oppure no, a prenderli in braccio, a sgridarli, a passare ore ogni giorno a parlare e giocare con loro o lasciarli tutto il tempo davanti alla televisione. Infatti queste cose non c’erano nelle definizioni originali della Baumrind. Tuttavia, mi sembra che conoscere questi aspetti sia molto importante per sapere che tipo di genitori siamo stati.


A volte non capisco bene una domanda fino a che non cerco di rispondere davvero. Così ho deciso di compilare il questionario di Buri pensando ai miei genitori. Sono risultati sostanzialmente autorevoli, ma anche molto permissivi (poveretti, e io che mi lamentavo…); l’esperimento mi ha fatto capire che, in effetti, per molte domande, risulta piuttosto difficile comprendere e rispondere. In pratica si finisce col rispondere a caso. Soprattutto le domande che contengono un ma. Ricordate, la descrizione originale dello stile autorevole era piena di ma, e questa caratteristica si è trasmessa alle domande del questionario. Cinque delle dieci domande sullo stile autorevole contengono la parola ma. Nessuna delle altre venti domande contiene un ma. Essendo ma una congiunzione avversativa, gli enunciati che la contengono, per definizione, sono formati da due proposizioni più o meno opposte. Convenire con un’affermazione di questo tipo, vuol dire essere d’accordo con ciò che viene prima o dopo il “ma”?


Per esempio, si consideri l’enunciato: “Le regole di comportamento per i bambini erano chiare a casa nostra, ma potevano essere adattate alle necessità di ciascun bambino”. Rispondere che si è “decisamente in disaccordo”, equivale a dire che non c’erano regole, o che c’erano ma non erano chiare, o che non potevano essere adattate a ciascun bambino, o che erano regole tanto buone che non è stato necessario adattarle perché i figli erano sempre d’accordo, o che si è figlio unico e quindi non c’è stato bisogno di adattare nulla ad altri bambini?


Mi chiedo se lo stesso Buri si rese conto di quanti ma aveva messo negli enunciati relativi allo stile autorevole, e se questi ma hanno contribuito a rendere più alti i punteggi. Infatti, come già si è osservato, le affermazioni con un ma ci attraggono di più, ci paiono meno estremiste, più sfumate. È sempre più facile essere d’accordo con una frase che contiene un ma.


E molte altre domande mi lasciano perplesso, pur senza contenere un ma. Per esempio: “Mi permettevano di prendere per conto mio gran parte delle decisioni senza dare molte indicazioni”. In realtà io, com’è naturale, non potevo decidere se andare a scuola, o se fare i compiti, o che a ora alzarmi. Ma nessun bambino può decidere queste cose, giusto? Allora non è possibile che la domanda si riferisca a situazioni di questo tipo, sarebbe assurda. Però potevo certamente decidere, almeno in parte, ciò che è ragionevole decidano i bambini: se studiare prima matematica o geografia, se avere un gelato al cioccolato o alla fragola, che maglietta mettermi, con che giocattolo giocare… Se mia madre mi diceva: “Mettiti la sciarpa, fa freddo”, questo significa dare “molte indicazioni”? Ma questo lo dicono tutte le madri, no? A quarant’anni me lo diceva ancora. Che punteggio posso dare a questa domanda, che punteggio assegnereste ai vostri genitori?


Perplesso, ho deciso di proporre il questionario ai miei figli (già oltre i vent’anni) per vedere se anche loro trovavano le domande confuse o sono strano io. Sono strano io. Ma con nostro grande sollievo, siamo risultati permissivi! Siamo stati, secondo i nostri figli, principalmente permissivi, un po’ autorevoli, quasi per niente autoritari. Adesso posso vantarmi. Se il test fosse venuto male, avrei dovuto bruciare tutte le prove.


No, scherzo. Mi sono fatto prendere dalla curiosità e sono andato a vedere che punteggio avevo ottenuto, ma per potermi azzardare a fare una cosa del genere, ho dovuto anzitutto avere ben chiaro che il punteggio non ha nessuna importanza, non significa nulla. Non vi consiglio di proporre il questionario ai vostri figli. L’apprendista psicologo, come l’apprendista stregone, può mettersi nei guai, e chi chiede ciò che non deve, potrebbe sentirsi rispondere ciò che non vuole.


I risultati individuali di questo test non hanno nessun valore perché non è stato pensato per questo scopo. Alcuni test psicologici sono destinati all’uso clinico, servono al professionista per valutare la personalità, i sintomi o i problemi di un paziente, e per orientare il trattamento. Ma anche questi test sono solo orientativi, lo psicologo non può basarsi unicamente su di essi.


Sono solo orientativi perché, come si è visto, la validità interna ed esterna di un test psicologico è, nel migliore dei casi, bassa. Agli autori sembra magnifico che lo stesso test, fatto dopo sue settimane, dia lo stesso risultato nell’80% dei casi. Ma in un esame medico di tipo biologico non sarebbe ammissibile un simile margine di errore. Il test per l’HIV, la radiografia per la diagnosi di un cancro al polmone o l’esame per la diagnosi del diabete non potrebbero avere un errore del 20%.


Tra l’altro, i test psicologici partono dall’ottimistico presupposto che si conosca la risposta. Se si facesse un esame a sorpresa a un gruppo di giovani adulti, sarebbero in molti a non conoscere la capitale della Malesia, l’accelerazione di gravità o la superficie del cerchio. E pensate che, domandando loro ciò che facevano i genitori dieci o quindici anni prima, se ne ricorderebbero e sarebbero in grado di spiegarlo alla perfezione?


Anche i test per l’uso clinico, come dicevo, devono essere usati con cautela. Ma il questionario di autorità parentale di Buri non ha mai preteso di essere destinato all’uso clinico. Appartiene a una categoria completamente diversa, quella dei test usati come strumenti di ricerca. La sua funzione non è valutare un determinato genitore, perché il margine di errore è troppo ampio. Si confida però nel fatto che gli errori non vadano sempre nella stessa direzione, ma che più o meno si compensino, e quindi la media su varie persone risulti più affidabile. Così vengono eseguiti studi come quello di cui si è già parlato (e altri che analizzeremo più avanti) in cui si indaga se alcuni adolescenti con genitori tendenzialmente autoritari prendono voti migliori o peggiori, o hanno più o meno problemi con la droga, rispetto ad altri adolescenti con genitori tendenzialmente più permissivi.


Ho notato un’altra cosa nei test compilati dai nostri figli: ci hanno dato voti alti in tutte le domande riguardanti la permissività (per esempio: “In genere mi lasciavano decidere da solo cosa fare”), eccetto in una, con cui non erano per nulla d’accordo: “I miei genitori non si consideravano responsabili di indirizzare e guidare il mio comportamento”. So che Buri aveva misurato la coerenza interna del suo questionario, ma non posso fare a meno di pensare che questi due enunciati si riferiscano a tipi di genitori molto diversi. Una conto è lasciar decidere i bambini, molto diverso è non essere responsabili di orientarli e guidarli. Proprio per poter decidere in modo adeguato hanno bisogno del nostro orientamento e della nostra guida, perché sono bambini piccoli e non saprebbero che fare senza il nostro aiuto. I genitori che non si sentono responsabili di orientare i propri figli sono tutto il contrario, sono irresponsabili. La definizione “genitori permissivi” stava considerando alla stessa stregua coloro che rispettano i propri figli e gli concedono una ragionevole libertà, e coloro a cui semplicemente non importa nulla dei figli e li trascurano. Altri psicologi ormai si rendevano conto del problema.

Non tutti i permissivi sono uguali

In effetti, quando Buri ha proposto il suo questionario, il modello a tre stili iniziava già a essere obsoleto. Nel 1983 Eleanor Maccoby e John Martin avevano modificato la classificazione aggiungendo un quarto stile parentale. I genitori non sono più distribuiti su uno stesso asse lineare, ma in un piano definito da due assi che rappresentano l’esigenza (cioè in che misura i genitori si aspettano dal figlio un comportamento maturo e responsabile) e la responsività (in che misura i genitori rispondono alle necessità del bambino). Questi due assi sono indipendenti: conoscendo il grado di esigenza, non si può dire nulla sulla responsività, e viceversa. Per classificare un genitore non basta più un numero, ne servono due, come è necessaria una longitudine e una latitudine per localizzare un punto sulla carta geografica. Se i genitori molto esigenti possono essere responsivi (e quindi autorevoli) o non responsivi (e quindi autoritari), con effetti molto diversi sul bambino, risultava ingiusto classificare come “permissivi” tutti i genitori poco esigenti, senza tener conto che anche loro possono essere molto o poco responsivi, e che allo stesso modo l’effetto può essere molto dissimile. Permettere che il bambino faccia determinate cose non è la stessa cosa che disinteressarsi e trascurarlo.

Lo schema in figura 2 spiega questa classificazione (questa volta non l’ho inventato io; è lo schema con cui gli psicologi sono soliti esporre la questione). I genitori autoritari mostrano molta esigenza e poca responsività. Gli autorevoli, molta esigenza e molta responsività. E noi permissivi siamo stati divisi in due gruppi: gli indulgenti, che mostrano poca esigenza ma molta responsività, e i negligenti, che hanno poca esigenza e poca responsività.


Questa è la classificazione che da decenni si è soliti usare nei lavori scientifici. La nomenclatura varia moltissimo, soprattutto in spagnolo, visto che i vari autori hanno tradotto i termini inglesi in modo diverso (e un diverso nome potrebbe avere sfumature di significato leggermente differenti). Così l’esigenza (demandingness) è stata chiamata severità, imposizione, controllo… e la responsività (responsiveness) è stata chiamata anche affetto, accettazione, partecipazione, disponibilità…


In linea teorica, autoritari e autorevoli hanno lo stesso grado di esigenza con i figli, e si differenziano solo nella responsività. Ma è davvero la stessa cosa? I genitori che dicono: “Fa’ subito i compiti, altrimenti non vai al parco!” e quelli che dicono “Vieni, facciamo i compiti, così se finiamo presto possiamo andare al parco!”, hanno davvero lo stesso grado di esigenza, appurato che entrambi insistono affinché il bambino faccia i compiti? O piuttosto stanno facendo cose completamente diverse?


Questa nuova classificazione ha delle implicazioni molto differenti rispetto alla precedente. Gli autorevoli non stanno più nel mezzo, non hanno più una responsività moderata e un’esigenza moderata. Hanno, o possono avere, altrettanta esigenza degli autoritari e altrettanta responsività degli indulgenti. Nel mezzo non c’è nulla, se non una sorta di vuoto. I quattro tipi di genitori si trovano nei quattro angoli; tutti sono, o possono essere, ugualmente “estremisti”. Naturalmente però questi estremi sono solo caricature; i tratti distintivi vengono esagerati a fini didattici, per poter spiegare in cosa si differenziano i vari genitori. Troverete innumerevoli pagine web, redatte in modo più o meno scientifico, che vi permetteranno di sapere “che tipo di genitore siete”. Nella vita reale esistono pochissimi genitori “autoritari”, che educano i figli con il bastone in una mano e la Bibbia nell’altra (ricordate, la Baumrind usò la parola teologicamente), senza il minimo segno di affetto; pochissimi genitori negligenti, che non rimproverano i figli se si sporcano, ma nemmeno si preoccupano di lavargli la faccia; e pochissimi genitori indulgenti che abbracciano i figli e giocano con loro, ma non esigono che si lavino i denti o facciano i compiti, né li rimproverano se rompono delle cose o picchiano altri bambini. Nella vita reale, la maggior parte dei genitori staranno proprio in quel centro che sembra vuoto, ma non lo è, lì dove si intersecano gli assi e si sovrappongono i quattro stili.


E dunque nella vita reale è molto difficile suddividere i genitori nei “diversi” tipi. È come essere alto o basso: se le persone basse misurano meno di un metro e mezzo, e quelle alte più di due metri, è molto semplice identificarle a colpo d’occhio. Ma se si decide che tutti sono necessariamente o “alti” o “bassi”, e che il valore di soglia è esattamente pari a un metro e settantatré centimetri, sarà molto difficile sapere chi è alto o basso senza fare misure precise. E spesso, anche con il metro in mano, sarà difficile decidere. Con l’ulteriore complicazione che le misure di esigenza e responsività sono rozze approssimazioni. Non abbiamo a disposizione niente di preciso come un metro. È come se cercassimo di misurare la statura con un questionario, con enunciati del tipo: “I miei amici tendono a considerarmi alto” o “A volte vorrei essere cresciuto di più”, enunciati a cui si dovrebbe rispondere con “Quasi mai / A volte / Spesso / Quasi sempre”. Sono stati formulati diversi questionari per cercare di misurare l’esigenza e la responsività; alcuni danno maggiore importanza a certi fattori piuttosto che ad altri, e ci sono domande in cui è più facile imbrogliare o è più probabile essere imbrogliati (pochi genitori affermeranno, per esempio: “Dò schiaffi a mio figlio quasi tutti i giorni”). I diversi stili educativi non sono definiti nello stesso modo nei diversi studi, né in diversi Paesi, né in diverse epoche.


La maggior parte dei genitori si trovano, in realtà, nel mezzo, vicino all’incrocio, in quello che sembrava un vuoto. E quindi si assomigliano abbastanza l’uno all’altro. Una persona “alta” di un metro e settantacinque è più simile a una persona “bassa” di un metro e settantuno che a un’altra persona “alta” di uno e novantasette. È assurdo cercare di mettere etichette del tipo “io sono basso, tu sei alto”, “io sono indulgente, tu autoritario”.


Con il modello a quattro stili, noi permissivi non siamo più estremisti. Certo, possono esserci permissivi estremisti, ma anche permissivi moderati. E autoritari moderati. E ci sono pochissime differenze tra i moderati dell’uno o dell’altro tipo.


Sono state proposte classificazioni a cinque tipi (in cui si recupera una tipologia centrale, lasciando le altre quattro agli angoli), e la stessa Baumrind propose nel 1991 dei nuovi tipi. Ma la classificazioni a quattro stili continua a essere la più usata.

Bisogna diventare autorevoli?

La maggioranza degli studi era concorde nel conferire ai figli di genitori autorevoli i risultati migliori in qualsiasi campo di indagine: prendevano voti migliori a scuola, erano più stabili dal punto di vista psicologico, facevano meno uso di alcool e droga, commettevano meno furti e atti vandalici, ecc.


Che possono fare i genitori quando gli esperti insistono a dire che la cosa migliore è essere autorevoli? Ci sono varie possibilità:

  1. Presumere di essere già autorevoli. È molto semplice. La maggior parte delle persone, di qualsiasi tipo, qualsiasi cosa faccia, pensa di essere “normale” e di fare le cose “giuste”. Gli studenti di medicina imparano a sottoporre i pazienti a una sorta di “terzo grado” per scoprire, per esempio, quanti alcolici consumano. Alla domanda generica: “Quanto beve?”, la maggior parte delle persone risponde: “Normale”. Allora comincia l’interrogatorio dettagliato: “Cosa beve prima di colazione? Cosa beve a colazione? Cosa beve a metà mattina? Cosa beve a pranzo? Cosa beve dopo pranzo? E quanta birra? Aperitivi? Quanto le dura una bottiglia di vino? Beve liquori?”, ecc. È incredibile quanta gente che beve tutti i giorni cinque birre, quattro caffè corretti, una bottiglia e mezza di vino e due grappini, è convinta di bere in modo “normale”. Allo stesso modo, le definizioni consuete degli stili parentali sono tanto vaghe che, a meno che non si prendano i figli a bastonate, è facile convincersi di non essere autoritari; e se anche solo gli si fanno lavare i denti e lo si manda a scuola tutti i giorni, si può pensare di non essere neppure permissivi.
  2. Ammettere, o credere erroneamente, di non essere autorevoli, e impegnarsi fermamente a esserlo. Per questo, forse, capita di fare cose (o qualcuno le raccomanda) che non hanno nulla a che vedere con l’essere autorevoli.
  3. Analizzare gli studi che mostrano i vantaggi dello stile autorevole in cerca di possibili errori, offrendo interpretazioni alternative. Lo ha fatto, tra gli altri, Catherine Lewis (parleremo di lei più avanti).
  4. Intraprendere nuovi studi che forniscano diversi risultati. Anche questo è stato fatto. In realtà, ciò che mi ha spinto a scrivere questo capitolo è stato un articolo in un giornale spagnolo del 2012 che titolava più o meno: “Secondo alcuni ricercatori di Valencia, in Spagna l’educazione permissiva dà i risultati migliori”. Più avanti ne parleremo.
  5. Negare la premessa. Negare che il modo di educare i figli debba basarsi su presunte conseguenze a lungo termine emerse da studi scientifici.

Cominceremo dall’analisi critica degli studi scientifici. Si è visto che molti classificano i genitori proponendo ai figli a un questionario (in altri casi, il questionario viene fatto compilare ai genitori). Sono realmente validi questi test, misurano ciò che vogliono misurare? Sono affidabili, eseguono misure precise? Alcuni, come quello di Buri di cui abbiamo già parlato, sono stati validati, ossia la loro validità è stata verificata scientificamente. Ma solo quella interna: si è verificato cioè che le diverse domande dessero risultati coerenti, che la stessa persona rispondesse nello stesso modo dopo una settimana, ecc. Buri non fece il benché minimo sforzo per verificare se i genitori fossero davvero autoritari o permissivi come i figli li descrivevano.

Per esempio, due di questi test, uno per genitori e l’altro per figli, sono stati validati da Rosa Bersabé e collaboratori12. La correlazione Alfa di Cronbach13, che misura la coerenza tra le diverse domande di ciascun questionario, valeva circa 0,8. Hanno misurato la validità convergente facendo compilare agli stessi soggetti altri questionari più vecchi (tra cui quello di Buri), che si supponeva dovessero dare lo stesso risultato, e la correlazione è risultata abbastanza buona (benché non perfetta). La correlazione riscontrata tra i questionari per genitori e per figli è stata molto scarsa; non avevano nulla a che vedere gli uni rispetto agli altri. Non hanno verificato l’affidabilità test-retest (cioè riproporre lo stesso questionario agli stessi soggetti per vedere se rispondono allo stesso modo); gli autori spiegano che questa prova è stata eseguita con il questionario di autorità parentale di Buri, e dopo due settimane l’affidabilità aveva un valore tra 0,77 e 0,92, ritenuto “abbastanza stabile” (abbastanza stabile? La stabilità perfetta vale 1; proponendo un questionario che domanda nome, data di nascita, numero della carta di identità, domicilio, stato civile, ecc., la stabilità sarebbe sempre 1. Al contrario, chiedendo se i genitori sono stati autoritari oppure no, la risposta sembrerebbe coincidere solo quattro volte su cinque).


Appurato che l’opinione dei figli e quella dei genitori non coincidono, chi avrà ragione? Forse si sbagliano entrambi? Non lo sappiamo. Sarebbe molto difficile indagare sulla concordanza tra il risultato del questionario e la realtà; come si misura questa realtà? Un ipotetico questionario del tipo “siete alti o bassi?” si potrebbe validare eseguendo delle misure sui soggetti e stabilendo se l’altezza reale corrisponde al punteggio ricevuto con il test. Ma qual’è la misura reale, oggettiva che mostra se i genitori sono realmente autoritari? Abbiamo visto che la Baumrind aveva osservato direttamente il comportamento dei genitori durante l’infanzia dei figli (i genitori si comportano nello stesso modo quando si sanno osservati?), ma questo è piuttosto difficile per cui gli studi disponibili sono molto ridotti (cioè si sono studiati pochissimi soggetti) e i partecipanti non sono stati seguiti a lungo termine. Negli altri studi, molto più estesi, eseguiti su adolescenti, il comportamento dei genitori è stato misurato soltanto in forma retrospettiva e tramite questionari.


Svariati studi, come quello di Steinberg, mostrano che i ragazzi con genitori autorevoli, in base al questionario, prendono voti migliori a scuola o presentano altre differenze più o meno oggettive. Si tratta di un riscontro del fatto che questi test misurano, almeno in parte, il successo scolastico… ma non abbiamo prove che misurino davvero il comportamento dei genitori. È come se per verificare la validità del questionario “Siete alti?”, anziché misurare l’altezza dei soggetti, avessimo misurato la pressione arteriosa per concludere: “Gli alti hanno la pressione più bassa”. Ma no, la spiegazione corretta sarebbe: “Chi ottiene un buon punteggio in questo test ha la pressione più bassa, ma si continua a non sapere se è alto oppure no”.


In qualche modo, la correlazione tra i questionari sugli stili parentali e i voti dei ragazzi viene considerata una prova della loro affidabilità. Ma si tratta di un ragionamento circolare: come si dimostra la teoria che afferma la superiorità dello stile autorevole? Con la conferma dei questionari. Come si dimostra l’affidabilità dei questionari? Con il fatto che confermano la teoria.


Gli studi come quello di Steinberg sono anche soggetti ad altre possibili fonti di errore. Sono retrospettivi, cioè si chiede: “Come ti hanno educato i tuoi genitori”, e lo si fa anni dopo che la cosa è successa. Gli strumenti di misura sono, come abbiamo visto, poco precisi. Non è stato seguito un metodo sperimentale: non si è detto ad alcuni genitori: “Fate questo” e ad altri: “Fate quest’altro” per vedere cosa succedeva, ma ciascun padre e ciascuna madre ha fatto ciò che ha potuto e saputo fare. La correlazione tra ragazzi con genitori autorevoli e voti migliori non è necessariamente causale; potrebbe semplicemente essere dovuta alla classe sociale, al titolo di studio dei genitori o al quartiere in cui vivono. Si potrebbe anche argomentare una causalità inversa; in altre parole, quando i bambini cominciano a prendere brutti voti i genitori potrebbero reagire in due modi: alcuni sgridandoli e mettendoli in punizione, divenendo autoritari; altri decidendo che tutto sommato i voti non sono così importanti, basta che il figlio sia felice, e diventando quindi permissivi. Forse il bravo studente determina un comportamento autorevole nei genitori: visto che studia, non è necessario punirlo o sgridarlo; visto che si è comportato bene, viene trattato affettuosamente; visto che è intelligente e dice cose sensate, i genitori parlano con lui.

Nel 1981, Catherine Lewis formulò un’importante critica al modello14. L’insistenza della Baumrind sul “controllo elevato” come caratteristica importante dei buoni genitori (cioè autorevoli) è in conflitto, secondo la Lewis, con la teoria psicologica dell’attribuzione, secondo cui si è più propensi a fare qualcosa quando si attribuisce il proprio comportamento ai propri desideri (lo faccio perché credo sia la cosa giusta, perché mi piace, perché ho voglia di farlo) anziché al desiderio di altri (lo faccio perché me lo hanno imposto, perché mi daranno un premio, perché si arrabbieranno o sarò punito se non lo faccio). Obbedienza agli ordini e interiorizzazione non sono la stessa cosa; quest’ultima consiste nell’accettare determinati valori come propri adeguando il comportamento anche in assenza di imposizioni. L’eccesso di pressione invece risulta controproducente, e la Lewis cita come esempio uno studio precedente sulla resistenza alle tentazioni nei bambini piccoli: venivano lasciati con un giocattolo dicendo loro di non toccarlo. Ad alcuni bambini l’adulto che conduceva l’esperimento diceva che se lo toccavano sarebbe stato “un po’ seccato”, e ad altri che sarebbe stato “molto triste e arrabbiato”. Coloro che avevano ricevuto le minacce più forti mostravano, tre settimane dopo, meno autocontrollo in una diversa situazione sperimentale. Più avanti torneremo a discutere sul perché i premi e le punizioni di solito non danno buoni risultati.


Gli stili parentali erano stati sulle prime definiti dalla Baumrind in modo arbitrario. Ne aveva elencati tre, altri ne hanno definiti quattro, se ne sarebbero potuti definire una dozzina. Avremmo potuto aggiungere o togliere concetti chiave alla definizione. La Lewis analizza di nuovo con attenzione vari studi della Baumrind e di altri autori, e conclude che ciò che era stato considerato elevato controllo “rappresenta più la disposizione del bambino a obbedire che la tendenza dei genitori a esercitare controllo”; che si può togliere “elevato controllo” dalla definizione di genitori autorevoli continuando a ottenere gli stessi risultati. L’autentica chiave del successo sta nell’interazione verbale, nell’esperienza vissuta dai bambini in grado di discutere e modificare le regole dei genitori.


Nel 1983 la Baumrind pubblicò una risposta alla Lewis, in cui fondamentalmente mantiene l’importanza dell’elevato controllo15. Anche se forse i commenti ricevuti, insieme al fatto di aver osservato dei genitori “armoniosi”, la spingono a modificare leggermente la propria teoria iniziale; nel 198916 parla di genitori democratici, che sarebbero simili agli autorevoli, ma non esercitano tanto chiaramente la propria autorità. In altri articoli, diversi autori sembrano usare i termini autorevole e democratico come sinonimi intercambiabili.


Più avanti, nel 1993, Darling e Steinberg (sì, lo stesso Steinberg di prima) aggiungono un altro importante tassello: la distinzione tra stili parentali e pratiche parentali17.


Lo stile autorevole sarebbe il più efficace nel trasmettere ai figli valori e interessi dei genitori. Ma questi valori e interessi vanno a determinare pratiche concrete che si distinguono dagli stili.


Per esempio, se i genitori ritengono importante che il bambino studi e prenda buoni voti, gli autoritari magari ricorrono all’imposizione e lo sgridano o lo puniscono se non fa i compiti; i genitori autorevoli invece potrebbero aiutarlo con i compiti, spiegargli ciò che non capisce o offrigli sostegno. Se i genitori danno importanza allo studio, i figli di genitori autorevoli avranno voti migliori rispetto a chi ha genitori autoritari. E se invece i genitori ritengono che lo studio sia poco importante e danno priorità allo sport, o alla musica o alle buone azioni? I genitori autorevoli che preferiscono lo sport allo studio agiranno in modo diverso: non aiuteranno i figli con i compiti, ma si impegneranno a portarli agli allenamenti, a incoraggiarli durante le partite, a vedere con loro trasmissioni sportive in televisione, commentando le gare.


E naturalmente può anche capitare che, con tutta la buona volontà, i genitori che hanno uno stile buono lo applichino male nella pratica. Per esempio, forse non hanno una formazione sufficiente o abbastanza tempo per aiutare i figli con i compiti.

Riabilitazione della permissività

Avevo promesso di parlare dei ricercatori secondo cui lo stile autorevole non è necessariamente il migliore. Christopher Spera menziona svariate differenze emerse tra diversi Paesi e gruppi etnici18. La stessa Baumrind nel 1972 aveva osservato che bambini e bambine bianchi diventano timorosi e obbedienti con genitori autoritari, ma le bambine afroamericane diventano, al contrario, assertive. In altri studi, i figli di genitori autorevoli prendevano voti migliori nelle famiglie bianche, ma non tra afroamericani, ispanoamericani o asiatici (residenti negli Stati Uniti). In uno studio internazionale, i figli di genitori autoritari prendevano voti peggiori in Stati Uniti, Australia e Cina, ma voti migliori a Hong Kong… e anche in Stati Uniti e Australia se i genitori avevano un titolo di studio più basso.


Alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell’Università di Valencia hanno studiato la questione in Spagna. Descriverò con un certo dettaglio i loro studi, dato che sono quelli che ci interessano più da vicino.


Già nel 2001 Musitu e García avevano trovato che lo stile indulgente dava risultati migliori di quello autorevole. Nel 2004 pubblicarono i risultati di uno studio concepito per verificare quei primi dati19. Furono presi in esame quasi 5.000 adolescenti, sia nelle scuole pubbliche sia in quelle private. I questionari venivano compilati anonimamente in classe. Per classificare i genitori come autoritari, autorevoli, negligenti o indulgenti, si sono considerati solo i terzili inferiori e superiori delle scale di esigenza e responsività. In altre parole, sono stati eliminati dallo studio cinque adolescenti su nove e si è tenuto conto solo dei dati relativi ai quattro angoli dello schema; questo perché, ponendo l’attenzione solo sui casi più estremi, ci si aspetta di distinguere più nettamente le differenze tra i quattro gruppi:

A 400 adolescenti tra i quattordici e i diciassette anni sono stati proposti vari questionari per conoscere il loro autoconcetto (cioè l’idea che avevano di se stessi) in diversi àmbiti (scolastico, familiare, personale, morale, ecc.) e un ulteriore test sul livello di comunicazione con i genitori, con il quale potevano valutare ciascuno dei genitori separatamente rispetto a dodici temi (televisione, studio, amici, droga, sesso, politica, religione, ecc.) specificando: non parlo con lui/lei di questo argomento; ci parlo, ma non mi ascolta; ci parlo e mi ascolta, ma non cerca di capirmi; ci parlo, mi ascolta, cerca di mettesi al mio posto, ma non siamo d’accordo; ci parlo, mi ascolta, mi capisce e siamo d’accordo.


Ad altri 4.379 adolescenti dai dieci ai diciotto anni si è proposto solo un questionario sull’autoconcetto (diverso dal precedente).


Risultato: i figli di genitori indulgenti (o, più esattamente, i figli che consideravano indulgenti i propri genitori) hanno ottenuto il miglior punteggio di tutti gli altri gruppi. I figli degli autorevoli erano solo al secondo posto.


Nel 2009, Fernando García ed Enrique Gracia, sempre dell’Università di Valencia, hanno pubblicato un terzo studio20 su 1.416 adolescenti spagnoli (con i quattro nonni spagnoli) da dodici a diciassette anni, allievi di otto diverse scuole, e anche a loro erano stati proposti vari questionari. La responsività è stata misurata con la scala WAS (scala di calore/affetto), usata in precedenza in centinaia di studi, formata da enunciati del tipo: “Cerca di aiutarmi quando sono spaventato o turbato” o “Parliamo dei nostri progetti e tiene conto della mia opinione”. L’esigenza è stata misurata con la scala PCS (scala di controllo parentale), formata da affermazioni del tipo: “Quando esco mi dicono chiaramente a che ora tornare” o “Esigono lo svolgimento di determinati compiti e non mi permettono di fare mai nulla se non li ho terminati”. Anche qui sono stati esaminati solo i terzili alle estremità, i “quattro angoli”, lasciando fuori dallo studio tutti quelli che cadevano nel mezzo.

Mediante il questionario AF5, formato da trenta enunciati21, è stato valutato l’autoconcetto in cinque ambiti: accademico (scolastico), sociale, emotivo, familiare e fisico. Alcuni esempi di enunciati:

  • Trovo amici/amiche facilmente
  • Sono molto criticato/a in casa
  • Molte cose mi rendono nervoso/a
  • Quando gli adulti mi dicono qualcosa divento nervoso/a
  • I miei genitori hanno fiducia in me
  • Sono una persona affascinante

L’equilibrio personale è stato misurato con la scala PAQ (questionario di valutazione della personalità), che esamina l’idea che i ragazzi hanno di se stessi in sei aspetti: ostilità/aggressione, autostima negativa, adattamento negativo, mancanza di risposte emotive, instabilità emotiva e visione negativa del mondo.


La competenza personale degli adolescenti è stata misurata chiedendo i loro voti, conteggiando il numero di corsi ripetuti e tramite altri questionari in cui dovevano scegliere con chi identificarsi in enunciati del tipo: “Alcuni adolescenti si sentono socialmente accettati, ma altri vorrebbero essere maggiormente accettati dai coetanei”.


Gli adolescenti hanno anche riferito eventuali comportamenti problematici: consumo di alcolici, tabacco e altre droghe, inadempienze alla disciplina scolastica, come copiare o arrivare in ritardo, o comportamenti illeciti come portare un’arma, rubare o avere problemi con la polizia.


Quelli che consideravano i genitori autorevoli o indulgenti hanno ottenuto punteggi migliori in tutti gli ambiti rispetto ai figli di genitori autoritari o negligenti. E gli indulgenti superavano gli autorevoli in quasi tutti gli aspetti.


Gli stessi autori hanno pubblicato un altro studio22 nel 2010, in cui hanno proposto gli stessi questionari a 948 studenti tra i dieci e i quattordici anni (sempre spagnoli con nonni spagnoli) di undici scuole scelte a caso nella provincia di Valencia. Questa volta la distinzione tra esigenti/non esigenti e responsivi/non responsivi non è stata fatta per terzili, ma per metà. In altre parole, gli autoritari erano definiti come coloro sopra il valore mediano dell’esigenza e sotto quello della responsività; gli indulgenti sotto il valore mediano dell’esigenza ma sopra quello della responsività, e così via. Secondo gli autori, altri studi hanno dimostrato che si ottengono gli stessi risultati rispetto all’uso dei terzili, ma l’affidabilità è maggiore essendo basata su un maggior numero di soggetti; non è necessario escludere più della metà delle famiglie per il fatto di non essere “né carne né pesce”. Di nuovo, “i risultati indicano che lo stile familiare idoneo in Spagna è quello indulgente”.


Infine, un’altra ricercatrice dell’Università di Valencia, Petra María Pérez, ha pubblicato nel 2012 uno studio23 (quello di cui ho letto sui giornali) su bambini dai sei ai quattordici anni, in cui ha usato un metodo molto diverso dai precedenti. Questa volta non si sono interpellati i bambini, ma i genitori; non si sono scelte scuole di Valencia, ma abitazioni in tutta la Spagna, a caso, e il questionario non è stato autocompilato, ma un professionista si è recato in ogni casa a leggere le domande. È chiaro che si tratta di uno studio molto più difficile (e costoso) da realizzare.

Sono stati intervistati 1.130 padri e madri in tutta la Spagna (con un rapporto di tre madri per ogni padre). La responsività (chiamata in questo studio accettazione/partecipazione) è stata misurata con la scala PAC/Q, questionario di accettazione-rifiuto/controllo parentale, contenente enunciati del tipo: “In genere, sono molto soddisfatto della mia famiglia” o “Siamo così occupati da non avere tempo per i bambini”. L’esigenza (chiamata severità/imposizione) è stata misurata con la scala PCS (scala di controllo parentale), formata da affermazioni del tipo: “Intervengo in quasi tutto ciò che lo riguarda: vestiti, amici, studio, ecc.” o “Li abituo a obbedire e seguire le regole stabilite, anche se non capiscono tutto”. Entrambi i questionari erano già stati usati in altri studi, soprattutto nordamericani. Il valore di soglia è stato posto, ancora una volta, pari alla mediana, in modo da dividere i genitori in quattro gruppi di dimensioni molto simili.


Poi si chiedeva ai genitori di classificare i propri figli (sempre con questionari già usati da altri ricercatori) in base a sei criteri sulle relazioni interpersonali, nove criteri sull’equilibrio psicologico, sette sulla competenza personale e dodici sui problemi di comportamento. In genere, autorevoli e indulgenti ottenevamo punteggi migliori rispetto agli altri due gruppi, e in molti aspetti gli indulgenti venivano fuori meglio degli autorevoli. L’autrice conclude: “In Spagna, lo stile di socializzazione idoneo è quello indulgente”.


Anche altri studi in Italia, Portogallo e alcuni Paesi sudamericani hanno riscontrato che i figli di genitori indulgenti se la cavano meglio. In alcuni gruppi asiatici o di origine asiatica, al contrario, i genitori autoritari sembrano ottenere risultati migliori. Sono state avanzate varie ipotesi per spiegare queste differenze.


Forse la famiglia prepara il bambino al tipo di scuola e di società che troverà. I genitori anglosassoni di classe media mandano i figli in scuole dove gli insegnanti sono generalmente autorevoli. Ma dove le scuole seguono modelli autoritari o permissivi, i bambini educati nello stesso modo possono partire con un certo vantaggio.


Lo psicologo Harry Triandis identifica quattro tipi di culture a seconda che siano individualiste (viene data più importanza alla persona) o collettiviste (viene data più importanza al gruppo), e orizzontali (si favorisce l’uguaglianza) o verticali (si favorisce la gerarchia). García e Gracia spiegano che la società nordamericana è individualista e verticale, mentre alcune società asiatiche sono collettiviste e verticali; Spagna, Italia, Messico o Brasile sarebbero società collettiviste orizzontali. I bambini educati in modo diverso avrebbero più o meno successo in ciascun tipo di cultura.


Io aggiungerei altre possibili interpretazioni dei diversi risultati ottenuti negli studi.


In primo luogo, la decisione arbitraria di porre il valore di soglia pari alla mediana, o l’uso dei terzili, rende gli studi non confrontabili in nessun modo tra loro. In un qualunque studio, i quattro gruppi di genitori hanno sempre all’incirca le stesse dimensioni. Si potrebbe eseguire lo studio in una setta di fanatici fondamentalisti ultraconservatori, e un quarto dei genitori continuerebbero a essere “permissivi”. Si potrebbe farlo in una comune di hippy, e un quarto dei genitori sarebbero ancora “autoritari”. Nel migliore dei casi, si stanno confrontando genitori che, in una data società, hanno la tendenza a essere “un po’ più autoritari” o “un po’ più permissivi” degli altri, ma potrebbe succedere che i genitori “permissivi” del Paese A siano in realtà più autoritari di quelli “autoritari” del Paese B.


In secondo luogo, i questionari usati per misurare lo stile parentale misurano soltanto quello che misurano. Affermazioni come: “Quando esco mi dicono esattamente a che ora tornare” possono significare cose molto diverse per persone diverse. Come dicevano Darling e Steinberg, occorre distinguere lo stile dalla pratica. Lo stile può essere: “Ciao amore, divertiti. Non dimenticare di tornare prima delle undici, e se per qualunque motivo fai tardi, chiama”, oppure: “Non so perché ti faccio uscire, ti comporti sempre da irresponsabile! Se torni un’altra volta dopo le undici, vedrai cosa ti succede”. E la pratica potrebbe essere “tornare prima delle dieci” o “tornare prima delle due di notte”. Ma i quattro adolescenti diranno che gli è stato detto esattamente a che ora tornare, e i genitori sarebbero, agli effetti dello studio, tutti autoritari. Al contrario, se dei genitori dicono: “Torna alle nove, nove e mezza”, il figlio potrebbe pensare che questa non è un’ora esatta e quindi rispondere che non gli hanno detto esattamente a che ora tornare; questi genitori sarebbero, in base a questa domanda, permissivi, mentre altri che danno un’ora esatta dicendo: “Torna a mezzanotte”, sarebbero autoritari, nonostante abbiano dato al figlio quasi tre ore di margine in più.


E quando un genitore conferma l’enunciato “Intervengo in quasi tutto ciò che lo riguarda: vestiti, amici, studio, ecc.”, vuol dire (come sembrano pensare gli autori del questionario) che è dispotico, che proibisce al figlio di vestirsi in un determinato modo, che tiene d’occhio i suoi amici e gli proibisce di uscire con Tizio e Caio, che lo punisce se prende brutti voti? O forse vuol dire che lo accompagna a comprare i vestiti (erano bambini da sei a quattordici anni!) e che li lava e li stira, che prepara una buona merenda quando invita gli amici a casa, che lo aiuta con i compiti e va alle riunioni della scuola? Due genitori che vivono nello stesso condominio e rispondono nello stesso modo, in realtà forse stanno facendo cose molto diverse. E se i genitori vivono in Paesi diversi, o appartengono a diverse classi sociali?


In terzo luogo, in fin dei conti, le differenze riscontrate sono piuttosto piccole. Quasi piccolissime. Non sempre è facile per il profano (come me) valutare se ottenere in un determinato test psicologico un punteggio di 2,93 o 3,19 è davvero importante. Lo stesso Steinberg, nello studio del 1991 prima citato, spiega: “Ciò che abbiamo scoperto mostra che gli effetti dell’autorevolezza, anche se statisticamente significativi, sono di piccola entità”.


Anche nello studio di Petra María Pérez le differenze sembrano essere piuttosto piccole. Per esempio, su una scala da 1 a 7, confrontando in ciascun caso i due gruppi con i valori più divergenti:

  • La relazione con il figlio ottiene un “punteggio” pari a 6,44 per i genitori negligenti e di 6,81 per gli indulgenti.
  • La relazione con i fratelli, 4,99 per gli autoritari e 5,47 per gli indulgenti.

E su una scala da 1 a 5:

  • “Mi racconta le sue cose di propria iniziativa”: 3,45 per i negligenti e 3,88 per gli indulgenti.
  • “È un bravo studente”: 3,74 per gli autoritari, 4,03 per gli autorevoli.
  • “È aggressivo e violento”: 1,08 per gli indulgenti, 1,46 per i negligenti.

E così via. Un altro modo di eseguire il confronto è esaminare la sovrapposizione dei diversi gruppi. L’autrice fornisce la media e la deviazione standard di ciascuna misura. In una distribuzione normale (anche se non lo è necessariamente, normale è solo un termine statistico che ha nulla che vedere con la “normalità”) circa il 68% degli individui si trova nell’intervallo tra meno una e più una deviazione standard intorno al valore più probabile, e il 95% si trova nell’intervallo tra più due e meno due. Consideriamo l’enunciato: “È aggressivo e violento”.


Gli indulgenti hanno una deviazione standard pari a 0,33. Quindi il 68% dei figli di genitori indulgenti hanno un “punteggio” in aggressività compreso tra 0,75 e 1,41 (su un massimo di 5). La deviazione standard dei negligenti vale 0,84; il 68% hanno un “punteggio” tra 0,62 e 2,30. Molti figli di genitori negligenti sono meno aggressivi di molti figli di genitori indulgenti. E si ricordi che si sta parlando di bambini normali da sei a quattordici anni che vanno a scuola, e che il fatto di essere po’ più aggressivo non significa certo essere un criminale.


Cosa abbiamo scoperto in questo lungo viaggio? Siamo partiti dalle informazioni, un po’ allarmanti, fornite da alcune pagine web; e sicuramente alcuni lettori avranno sentito indicazioni simili, più o meno modificate dalla trasmissione orale, da professionisti della sanità, educatori, familiari o amici. Che rimane di tutto ciò? Che ne è degli “adolescenti difficili che trasgrediscono le norme sociali in cerca di limiti esterni”, figli di genitori permissivi, o dei figli di genitori autoritari, che “mostrano umore mutevole, aggressività e problemi di comportamento”?


Praticamente nulla:

  • Le definizioni degli stili parentali sono troppo vaghe, cambiano nel tempo e non sono accettate all’unanimità dai diversi esperti.
  • I vantaggi dello stile autorevole non sono universali, dipendono dal Paese e dalla classe sociale. E sarebbe ora che gli autori di libri e pagine web di lingua spagnola si informassero sul fatto che in Spagna, lo stile permissivo/indulgente sembra (sembra…!) funzionare meglio di quello autorevole.
  • Le differenze nel risultato finale sono discutibili, e in ogni caso piuttosto piccole. Non si sa come verrà fuori un bambino. Non si sa chi sarà promosso e chi bocciato, chi avrà problemi psicologici, o con la droga o si metterà in un banda. Al massimo si potrà avere un piccolo aumento della tendenza a essere in un modo o in un altro. E altri fattori, come aver vissuto in un determinato quartiere o appartenere a una certa classe sociale, probabilmente influenzano di più il futuro del bambino, rispetto allo stile educativo dei genitori.
  • In ogni caso, essere autorevole o permissivo non ha nulla a che vedere con il prendere in braccio i bambini oppure no, con il farli piangere la notte, con l’allattamento. Nessuna definizione, nessuno studio, nessuna scala di misura si riferisce a questi aspetti. Anche supponendo che essere permissivi sia “sbagliato” (e come si è visto non lo è), potete continuare a portare vostro figlio in braccio quanto volete, perché questo non significa essere permissivi.
  • Adesso però che si sa che in Spagna essere permissivi è “giusto” (anche se solo un po’), ricordate che essere permissivo significa altro. Che avere allattato a lungo o aver dormito insieme non conferiscono nessun titolo di “genitore permissivo”. Che anche i genitori autoritari possono allattare e dormire insieme, e se ciò che volete è essere permissivi, dovrete impegnarvi un po’ di più. Dovrete rispettare vostro figlio come persona, spiegare le vostre richieste, non imporvi con urla e minacce. Dovrete imparare a cedere e a non porre condizioni all’affetto.

Si era detto più indietro che, tra le varie possibilità di fronte ai consigli degli esperti, una era negare la premessa, negare cioè che il modo di crescere i figli debba conformarsi a una serie di studi scientifici.

Vi sorprende che proprio un medico, un uomo di scienza, dica che non bisogna fare quello che suggeriscono gli studi scientifici? Proprio ieri ho letto sui giornali la notizia: “Gli eunuchi vivono di più”, basata su uno studio pubblicato in Current Biology24. Fatevi tagliare i cosiddetti e vivrete più a lungo; lo garantisce la scienza. Ci sono volontari?


Perché non si parla di “stili coniugali” anziché di stili parentali? Alcuni autori hanno classificato degli stili coniugali, ma è una questione alquanto diversa, di cui si parla molto meno. Perché non ci dicono come si dovrebbe trattare la moglie o il marito per ottenere i risultati desiderati? Esistono mariti autorevoli, che trattano la moglie con molta esigenza, ma anche con molto affetto? Le mogli dei mariti autorevoli sono quelle che hanno più autostima e meno problemi di comportamento, che mostrano meno dipendenza da sostanze, che hanno stipendi più alti e fanno più faccende domestiche? (Vi sembrano affermazioni maschiliste? Abbiamo appena esaminato decine di studi scientifici che giudicano il livello di “adattamento” e “maturità” di bambini o adolescenti in base ai voti o al grado di collaborazione domestica. Perché non si possono giudicare gli adulti con gli stessi criteri?) Naturalmente vale anche il contrario. Le mogli permissive finiscono per trasformare i mariti in cinquantenni “difficili, che trasgrediscono le norme sociali”. Dovete porre limiti e regole se volete essere una moglie autorevole…


Trattare i miei figli in un modo o nell’altro per ottenere un risultato, dire: “Sarò autorevole (o indulgente, in Spagna) perché prenda voti migliori e non beva troppo quando sarà grande”, mi sembra immorale. Come trattare con amore mia moglie perché mi stiri le camicie. Tratto con amore e rispetto mia moglie e i miei figli perché li amo e così desidero trattarli, non mi serve nessuno psicologo che mi dica quali saranno le conseguenze a lungo termine. (Conseguenze che, inoltre, nel caso dei figli, come si è visto sono piuttosto incerte… e nel caso di mogli e mariti, non si è neppure iniziato a studiarle.)


Naturalmente, se qualche studio serio dimostrasse che c’è un modo di raccontare storie, o di aiutare a fare i compiti, migliore di altri, cercherei con tutta la buona volontà di fare del mio meglio. Ma quello che non sono disposto a fare è agire contro i miei princìpi, fare ai miei figli cose che credo non si debbano fare, solo perché un esperto le raccomanda.


Curiosamente, nel porre così la questione non faccio altro che tornare a quello che esisteva prima della Baumrind. Alla mia infanzia, visto che avevo sei anni quando la Baumrind pubblicava il suo famoso articolo in cui per la prima volta descriveva i tre stili parentali. Così lo spiegava lei nel 1966:


Le pratiche adottate dai genitori nordamericani per influire sulle azioni e sul carattere dei figli sono cambiate nel tempo e l’opinione predominante ha considerato il bambino, di volta in volta, un selvaggio indomabile, un adulto in miniatura o un angelico dono del cielo. Queste convinzioni erano basate principalmente su valori umanistici o religiosi e non sulle scoperte scientifiche.


Bene, credo sia giunta l’ora che l’educazione dei figli torni agli ambiti dell’umanesimo e dell’etica, da cui mai si sarebbe dovuta allontanare.

Genitori e figli insieme
Genitori e figli insieme
Carlos González
Dall’infanzia all’adolescenza con amore e rispetto.Dall’autore di Besame mucho, un libro sull’educazione e l’accudimento di bambini che hanno già superato la prima infanzia. Essere genitori è un privilegio: ogni volta che nasce un bambino, nascono un padre e una madre con lui e da quel momento crescono insieme in saggezza e virtù.La maggior parte delle madri ha una tendenza naturale a fare le scelte migliori e lo ha fatto per millenni, così come importante è stato anche il ruolo della figura paterna, tendente a un comportamento più autorevole nei confronti dei figli. Con il tempo è cambiato l’approccio genitoriale e il modo di concepire il concetto di famiglia. È un errore, infatti, pensare che esista soltanto un modo giusto di crescere i figli: le madri di un tempo si comportavano tutte allo stesso modo poiché valori e usanze venivano tramandate da una generazione all’altra e, qualora avessero dei dubbi su come educare i propri figli, avrebbero chiesto consigli ad altre madri con esperienza. Oggi invece, il confronto con le vecchie generazioni non si presenta, soprattutto per scarsa fiducia in questi metodi, definiti e giudicati spesso obsoleti. Viviamo però in un mondo sovraesposto all’informazione, in cui chiunque può dire qualunque cosa su qualsiasi argomento e ottenere l’attenzione di un vasto pubblico. Imparare a leggere con senso critico, a chiedere riscontri, a distinguere i professionisti dai ciarlatani è ormai diventato necessario e imprescindibile. Carlos González, autore di numerosi best seller in tutto il mondo, con Genitori e figli insieme, per la prima volta si occupa dell’educazione e dell’accudimento di bambini che hanno già superato la prima infanzia. Una rassegna completa dei fantasmi che i genitori di oggi devono affrontare. Conosci l’autore Carlos González, laureato in Medicina presso l’Università Autonoma di Barcellona, si è formato come pediatra presso l'ospedale Sant Joan de Déu.Fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per l’Allattamento Materno, tiene corsi sull’allattamento per personale sanitario e traduce libri sul tema. Dal 1996 è responsabile del consultorio sull’allattamento materno e da due anni cura la rubrica dedicata della rivista Ser Padres.È sposato, padre di tre figli e vive a Hospitalet de Llobregat, in provincia di Barcelona.