CAPITOLO II

Due percorsi opposti

Negli ultimi vent’anni, intorno alla nascita, ai primi anni del bambino come anche ai rapporti tra lui e i genitori, si sono diffuse all’incirca due opposte modalità di intervento: l’una tiene conto della complessità delle relazioni, favorisce l’osservazione individualizzata e l’ascolto reciproco, aiuta gli adulti a recepire quello che il bambino manifesta, i suoi stessi bisogni e gli aspetti fisiologici in stretta connessione con le relazioni affettive1. Spesso questa è la strada seguita da genitori che, ricevuta un’educazione autoritaria, ne hanno preso le distanze con molta fatica, talora con il rischio di cadere nell’eccesso opposto: nessuna regola.


L’altra modalità segue il principio della legge imposta con durezza, del premio/castigo, della gara perenne (vinca il migliore e tanto peggio per chi non ce la fa). Erede del vecchio autoritarismo, usa un linguaggio modernizzato, ma modi vecchissimi. La scuola ne fa largo uso, senza autocritica, non accorgendosi di essere molto vicina allo stile di domatori e addestratori di animali, costretti ad azioni contrarie alla loro natura: ad esempio il valzer dei cavalli lipizzani a Vienna, i giochi delle tigri nel circo. Così è il ragazzino costretto a fare compiti di nessun interesse, il bambino che dorme a comando e del quale – per non essere disturbati – è ovvio ignorare l’esistenza di una vita emotiva.


Questa seconda via è indifferente al bisogno di continuità e di lento adattamento al nuovo, tipico dei primi due anni di vita. Il neonato è “competente”, come dicono gli studiosi? Macché, nella pratica non vale: troppo “piccolo” per sentire, capire, rispondere; deve essere adattato lui al volere degli adulti per disturbare il meno possibile. Di lui non ci si può fidare: è un “birbante”, un “esserino”, un “frignone”, una “cosina”, un “esagitato” o un “furbastro” che gioca a sedurre con i suoi “bisogni immaginari”. Poveri genitori così indaffarati in tanti impegni, vittime della sua tirannia, ma in fondo un po’ sciocchi perché alla nascita del figlio non si sono fatti dare “le istruzioni d’uso” con tanto di opuscolo, come si fa all’acquisto di qualsiasi elettrodomestico…

Tali epiteti e l’ultimo paragone vengono da Eduard Estivill, medico spagnolo che, non essendoci opuscoli del genere, ne ha prodotto lui uno dal titolo Fate la nanna2. Titolo ambiguo, anche nell’originale spagnolo Duérmete, niño: a prima vista un invito al sonno come negli antichi canti di culla, non certo obbligo! E invece la sua pretesa è quella di insegnare ai genitori in modo univoco come far dormire i bambini, dato che il 35% di loro – così sostiene – “soffre di insonnia”. Una sorta di bacchetta magica con una brutta partenza: disprezzo per entrambi, bambini e genitori, in un’operazione che, diffusa “a milioni di copie in vari paesi del mondo” – diciotto, afferma un suo intervistatore sulla rivista “Insieme”3 – ha fruttato all’autore “fama mondiale” e probabilmente una non piccola fortuna!


C’è da augurarsi che, nonostante una tale diffusione, non siano caduti nella pericolosa trappola altrettanti genitori!


Questo “esperto del sonno” – con uno stile che vorrebbe essere accattivante e spiritoso, in realtà banalmente giornalistico – è agli antipodi di tutte le conoscenze attuali sui primi anni di vita, sui rapporti tra stabilità delle esperienze sensoriali e legame con la madre, tra latte materno e nascita del senso di sicurezza, tra accoglienza delle sue minute richieste e sviluppo del linguaggio e altro ancora. Si sa che da tante delicate attenzioni proviene l’armonia dei ritmi quotidiani, ma per Estivill il bambino, qualsiasi bambino, è un animaletto da ridurre a giusta ragione, impostazione conveniente a chi, avendo una concezione autoritaria dei rapporti umani in virtù di una pretesa superiorità dottorale, impone norme e metodi buoni per chiunque: il guaio è che in essa finisce per trovare sostegno la fragilità di molti genitori.

Resi insensibili dalle circostanze già descritte o dalla confusione personale della propria infanzia vissuta tra autoritarismi e assenza di regole, non riescono più a stabilire un rapporto tranquillo con il loro bambino, né a seguirlo nei suoi cambiamenti di sviluppo. Così finiscono per delegare ad altri la soluzione dei problemi che si manifestano.


L’autoritarismo collude sempre con la delega, con la rinunzia a pensare con la propria testa, e prende forza dall’idea che gli esseri umani sono in fondo tutti uguali e dunque “addomesticabili”. “Separare per dominare” è criterio antico, politico, usato anche in pedagogia. Si raggruppano gli individui secondo criteri arbitrari in base ai quali vengono considerati omogenei (es. tutti i bambini al di sotto dei sei mesi). Appena possibile si adotta su di loro un confronto per scartare i deboli ed esaltare i forti o i presunti tali. Gli individui resi “uguali” dalla categoria, dalla divisa e dall’obbedienza subiscono l’aggressività, l’ironia, la regola imposta. È la prassi che si riscontra fin dai nidi o dalle scuole dell’infanzia e perfino in famiglia da parte di chi non esita a definire superficialmente un bambino come “carino”, “simpaticone”, “capriccioso”, “esagitato”4


Chi ha il bastone del comando usa chiamare le persone con numeri o cognomi o anche con eufemismi: utenti, clienti, acquirenti, pazienti e via andare. (Il finale in -enti dovrebbe subito insospettire!). Oppure con aggettivi ironici, come fa Estivill, o con nomignoli (è l’uso frequente con i più piccoli). In ospedale, anziché chiamare il malato con il suo nome, lo si è indicato per anni con parti interne del corpo o con il nome della malattia e l’indicazione del letto (“la frattura del n. 7”).


Un’abitudine per distanziare, per non farsi coinvolgere, per esercitare un potere.

L’infallibile “metodo” Estivill

Se in concreto consideriamo il bambino persona già dalla nascita, secondo quanto abbiamo detto agli inizi, avremo un atteggiamento di rispetto (il che non significa affatto assenza di regole, soprattutto quando cresce!). Se invece riteniamo con Estivill che lo diventi solo “nel giro di pochi anni” (quanti?), allora a quel piccolino possiamo fare di tutto: il fatto che sia una “creatura dipendente” significa che si possa infierire su di lui? Difficile immaginare che solo trent’anni fa, più o meno, i neonati venissero operati senza anestesia, ma ancora oggi li si tratta sadicamente in modi diversi, in primo luogo separandoli dalle madri appena nati per portarli fin dalle prime ore di vita nella nursery, che un grande medico come Lorenzo Braibanti non si stancava di denunciare come “caserma prussiana per neonati”. È troppo parlare di autoritarismo?


Non a caso il “metodo” Estivill (da lui stesso chiamato anche “trattamento”5, parola di per sé significativa) è stato definito un diktat e può riassumersi così: compiuti i 6-7 mesi di vita il bambino deve essere in grado di:

  • addormentarsi con gioia e dormire da solo
  • nella sua stanza
  • al buio
  • per 11-12 ore filate.

Deve. Il tono è assoluto, senza dubbi di sorta; se non funziona, la responsabilità è tua, genitore, che non hai capito, che ti sei lasciato impietosire dal fatto che non solo piange e urla svegliando il vicinato, ma lancia oggetti e addirittura si fa venire il vomito o le convulsioni. Estivill raccomanda di non reagire, di non accorrere.


Abbandonarlo? Punirlo? Siamo a Guantanamo? Eppure Estivill dice che non si deve essere punitivi6. Come conciliare questa contraddizione?


Già parlare di “insonnia”7 richiama l’idea di uno stato morboso preoccupante. È tipico di un certo stile medico aggravare i problemi definendoli con termini sproporzionati: in effetti i risvegli del bambino – anche quelli frequenti e faticosissimi per tutti – sono altra cosa rispetto a ciò che si intende comunemente per insonnia. Successivamente Estivill, con uno stile tra il bastone e la carota, afferma qualcosa di assai diverso: il bambino che si sveglia di notte “non ha nessuna malattia”; è solo “abituato male”8, ha capito (a pochi mesi di vita) “di disporre di un enorme potere di ricatto”9.

Allora ha ragione Floriana C. che, in un forum Internet, accusa Estivill di “terrorismo psicologico”: nel libretto si legge ad esempio che il bambino con “turbe del sonno” andrà “sicuramente” incontro a problemi quali “scarso rendimento scolastico, insicurezza, timidezza, turbe del carattere”10; che avrà “difficoltà di rapporti con gli altri”11 e che, dormendo male, non produrrà sufficiente somatotropina, l’ormone della crescita, ovvero resterà basso e sottopeso. Nella successiva tabella poi – un capolavoro! – aggiunge altre possibili conseguenze: “paura di andare a letto, incubi, sonnambulismo e, dall’adolescenza in poi, insonnia a vita”12.


La soluzione? Una sola: entro i primi due, tre anni “il bambino deve imparare a dormire”.


Si dice che il bambino “impara a camminare”, “impara a parlare”, ma sappiamo bene che sono modi impropri di esprimersi: i processi, secondo cui il bambino arriva ad alzarsi in piedi o a esprimersi verbalmente, partono e si evolvono dal suo interno. Non cammina perché qualcuno glielo ha insegnato, ma solo perché ha raggiunto una propria, personalissima maturazione neurofisiologica. Le osservazioni trentennali della pediatra ungherese Emmi Pikler sul movimento lo testimoniano. È indubbio che l’ambiente può frenare o aiutare: si pensi solo alla straordinaria motilità dei bambini africani, sempre portati sulla schiena o sul fianco dalle loro madri per uno o due anni, oppure al fatto che i piccoli nello stesso periodo assorbono sì i suoni umani che sentono intorno, ma la costruzione della lingua materna è tutta opera loro e di un’area speciale del cervello.


Nessuno può prevedere con esattezza quando e con quale parola il nostro bambino inizierà a parlare, né quando e come comincerà a spostarsi da solo nelle stanze. Il lavoro maggiore lo compie lui in pochi mesi, con i suoi ripetuti tentativi, strettamente legati a processi di maturazione neurofisiologica, secondo tempi poco prevedibili e ancora una volta del tutto personali.


La stessa cosa può dirsi del sonno, che non si impara, dato che è – in primo luogo – intensa e autonoma attività neurovegetativa, anche se certamente può essere condizionato, in bene o in male.


Estivill non dice mai che il pianto può essere un segnale di malessere o di sofferenza. L’analisi del disagio non lo interessa: tratta il bambino come un “oggetto” oppositivo, disturbante, né sembra condividere l’idea che non sia necessario ricorrere alla psicologia per affermare che la paura del sonno, del buio è legata all’angoscia di separazione. Il sonno può essere vissuto dal bambino come un sipario che cala tra sé e la madre o con la persona con cui si sente sicuro, per essere rapito in un mondo sconosciuto popolato da oggetti inquietanti.

Duro e schematico nelle sue proposte, non mostra verso gli infanti alcuna empatia. Sostiene che il 98% dei bambini si sveglia per cattive abitudini, il 2% per problemi psicologici (indicati in mezza paginetta13). Ignora le sofferenze dovute all’ingresso sbrigativo in un nido o al fatto che la mamma di colpo sia “sparita”. (Ha solo ripreso a lavorare, ma per un piccolino di otto o dieci mesi può sembrare la fine di tutto. Gli ci vuole tempo per imparare che non è così e, se le cose sono condotte in modo sbrigativo, è possibile che la ferita per una tale paura non si rimargini più).


Oppure va al nido dove dorme molto – anche due volte nella giornata – e quando torna a casa (alle ore 18) la mamma c’è ma è indaffarata, il papà torna tardi, i ritmi sono scombussolati e lui, che ha solo alcuni punti di riferimento sensoriali, non si ritrova più e di notte continua a svegliarsi.


Altri bambini in simili situazioni di cambiamento rifiutano ogni cibo nuovo, si ammalano facilmente, piangono più di frequente oppure mordono i compagni.


I genitori, spesso in ansia e scoraggiati, cominciano a inventare mille tranelli per farli mangiare e per farli dormire. Se loro per primi perdono di vista l’intervento più sensato, dal bambino partono reazioni sempre più confuse. Un possibile danno viene dagli interventi incoerenti, dai trucchi per far fare quello che vogliamo noi a ogni costo; per Estivill, al contrario, a creare la diseducazione sono “le cattive abitudini” come cullare, consolare e simili.


A noi sembra che prevenire sia sempre la via più conveniente. Anziché mettersi in lotta con il bambino, rendendolo più volubile e tirannico, conviene cogliere i primi segnali di cambiamento in negativo, osservare con pazienza le cause del disagio, senza tuttavia pretendere di farle sparire di colpo, come per magia.

Facciamo la nanna - 2ª edizione
Facciamo la nanna - 2ª edizione
Grazia Honegger Fresco
Quel che conviene sapere sui metodi per far dormire il vostro bambino.Consigli, idee e suggerimenti per affrontare i problemi di sonno dei neonati, con un approccio dolce e rispettoso del bambino. Siamo sicuri che il bambino debba dormire quando lo decidiamo noi?Siamo certi che il suo pianto notturno sia un lamento?Dorme troppo? Dorme poco?A volte vorremmo la bacchetta magica per farlo addormentare?Ancora peggio, c’è chi ricorre a medicinali.Siamo fuori strada!Grazia Honegger Fresco, nel suo Facciamo la nanna, chiarisce le motivazioni che dovrebbero spingere a rigettare tutti i metodi “facili e veloci” per far dormire i bambini piccoli (come quello tristemente famoso di Eduard Estivill, noto agli specialisti per la violenza dell’impostazione e la potenziale dannosità nei confronti del bambino) e delinea al contrario quali siano gli approcci più dolci e rispettosi per affrontare i problemi del sonno. Conosci l’autore Grazia Honegger Fresco (Roma, 6 Gennaio 1929 - Castellanza, 30 Settembre 2020), allieva di Maria Montessori, ha sperimentato a lungo la forza innovativa delle sue proposte nelle maternità, nei nidi, nelle Case dei Bambini e nelle Scuole elementari. Sulla base delle esperienze realizzate con i bambini e i loro genitori, ha dedicato molte delle sue energie alla formazione degli educatori in Italia e all'estero.È stata presidente del Centro Nascita Montessori di Roma dal 1981 al 2003 e ne è stata Presidente onorario. È stata consulente pedagogica di AMITE (Associazioni Montessori Italia Europa) e nel 2008 ha ricevuto il premio UNICEF-dalla parte dei bambini.Ha pubblicato numerosi testi di carattere divulgativo.