APPENDICE

Stili educativi:
l’importanza di cultura, razza e ceto sociale

Nel trattare qualsiasi aspetto del comportamento umano, vi è sempre l’eventualità che le descrizioni (Ecco cosa significa educare i figli…) o le valutazioni (Ecco come si devono educare i figli…) personali si basino su una visione del mondo non riconosciuta universalmente. Molto di quanto viene dato per scontato rispetto allo sviluppo infantile e altre questioni risulta spesso legato a presupposti di natura culturale e, come tali, suscettibili di contestazione.
Il contenuto del libro è necessariamente influenzato dal fatto che io sia un americano bianco e di ceto medio. Come potrebbe, e dovrebbe considerare quanto scrivo un individuo che non condivida tali caratteristiche?

Quand’anche fossi esperto di princìpi e pratiche genitoriali di tutto il mondo, e non lo sono, non sarei in grado di render giustizia, in questo contesto, all’ampia letteratura scientifica esistente in materia. Esistono enormi differenze tra gli assunti sull’infanzia e su cosa si intenda per corretto accudimento, compresi la frequenza, il momento e le circostanze in base a cui punire, o ragionare, con i figli. Un antropologo, ad esempio, descrive lo stupore dei membri di una tribù Gusii del Kenya sud-occidentale alla notizia che le madri americane lasciano piangere i neonati addirittura alcuni secondi:
“Per loro la prevenzione del pianto di un neonato attraverso il costante contatto fisico non è solo un accorgimento di valenza pragmatica, ma altresì un dettame di ordine morale riguardo il comportamento materno”1.

Anche i bambini di due-tre anni vengono trattati in maniere molto diverse da cultura a cultura. Di conseguenza recenti ricerche dimostrano che “la fase dei ‘terribili due anni’ [periodo compreso tra i diciotto mesi e i tre anni circa in cui il bambino cerca di affermare la propria indipendenza, spesso attraverso capricci e oppositività, n.d.t.] non è riconosciuta universalmente”; la sua esistenza pare dipendere dagli sforzi con cui “i genitori tentano di imporre la propria autorità”2 e, forse, dagli obiettivi finali stabiliti per i figli. Non è che un’immagine del quadro più generale in cui princìpi e pratiche appartenenti a culture specifiche producono comportamenti diversi.
Quanto ritenuto assodato riguardo lo sviluppo infantile risulta, ogni volta, non valido ovunque.

Non ci sorprenda, quindi, che i temi cruciali affrontati nel libro non siano immuni da contestazioni di ordine transculturale. Fred Rothbaum della Tufts University afferma che, in certe culture, l’amore incondizionato dei genitori viene messo meno in dubbio rispetto alla nostra. Tuttavia, aggiunge, in alcune regioni il concetto stesso potrebbe sembrare fuori luogo. È possibile che l’accettazione incondizionata venga caldeggiata in base a una valutazione per nulla affatto universale del sé individuale. Potremmo pensare che, per accettare se stessi, i bambini debbano essere amati dai genitori, ma il principio di auto accettazione non assume ovunque lo stesso significato, e potrebbe risultare bizzarro in molte culture meno individualistiche.

Per di più Rothbaum sottolinea come dire “Ti voglio bene” a un bambino implichi l’eventualità di non volergliene: se lo diciamo diamo l’idea che non possa esser dato per scontato. Se il nostro amore è incondizionato, lo è perché noi decidiamo di viverlo così, mentre in molte altre culture i legami tra gli individui - compresi genitori e figli - riflettono ruoli e norme indiscussi. Obblighi inderogabili, non impegni assunti3. Si tratta di una forma di amore incondizionato diversa, forse più profonda - o meno significativa rispetto all’amore scelto liberamente? Indipendentemente dal nostro giudizio finale, forse si rende necessario rivedere il principio stesso di incondizionalità.

Riguardo alla definizione di “scelto liberamente”: ho sottolineato la necessità di ridurre il controllo esercitato sui figli per aiutarli a sviluppare il proprio senso di autonomia. I vantaggi di un approccio del genere sono dimostrati dalla ricerca scientifica. Quest’ultima, tuttavia, è valida solo in determinati contesti? I bambini traggono beneficio dalla possibilità di avere voce in capitolo in merito alla propria vita solo nelle culture relativamente individualistiche o meno legate alle tradizioni? I nostri figli ci appaiono più felici e motivati quando possono prender parte alle decisioni rispetto a quando figure autoritarie dicono loro cosa debbano fare, ma ciò vale ovunque?4

Il grado di controllo imposto dai genitori ai figli dipende senza dubbio dal luogo di origine, ma, come sostiene Wendy Grolnick, “è ben diverso dall’affermare che le tecniche di controllo sono preferibili” all’interno di qualsiasi società. A questo punto Grolnick cita alcuni studi che dimostrano come “un’educazione autoritaria produca maggiori danni sui figli in contesti transculturali”5. Allo stesso modo Richard Ryan e Edward Deci mettono in evidenza alcuni dati secondo cui “l’autonomia tende, di fatto, a essere universalmente rilevante”. Uno dei motivi per cui si è acceso tale dibattito,
proseguono, riguarda la definizione del termine: l’autonomia viene spesso considerata sinonimo di indipendenza e “resistenza all’influenza, o all’imposizione di un individuo su o contro l’altro”. Chiunque accetti tale definizione potrebbe facilmente concludere che il concetto sia “applicabile alle sole culture individualistiche”. L’autonomia intesa come volontà o “piena facoltà di scelta” è, in realtà, un altro paio di maniche. Secondo tale accezione “gli individui possono tranquillamente essere autonomamente collettivisti così come autonomamente individualisti”6. Quindi ridurre il controllo potrebbe produrre effetti positivi sui figli, sia che vengano educati in Occidente o in Oriente, sia che vengano cresciuti in una moderna metropoli o in un piccolo villaggio del Terzo Mondo.

Inutile precisare che esistono differenze tra stili educativi non soltanto tra le diverse culture ma anche all’interno di uno stesso gruppo culturale, specie se si parla di società moderne della complessità degli Stati Uniti d’America.
Prima, però, di descrivere alcune di queste differenze, devo precisare che ci stiamo muovendo all’interno di statistiche generali: se i genitori del gruppo A tendono a trattare i figli in un modo più di quanto facciano i genitori del gruppo B, ciò non significa che tutti i genitori del gruppo A si comportino in quel modo - o che nessun genitore del gruppo B si comporti così.
Tenendo presente questa precisazione si può iniziare con il rilevare che alcuni ricercatori hanno riscontrato con una certa frequenza differenze tra le famiglie di diverso stato socio-economico (SSE), tra cui la frequenza con cui si ricorre alla disciplina punitiva. La maggioranza degli studi ha rivelato che, minore è lo status, “maggiore è la percentuale di genitori che ricorrono alle punizioni corporali”, a quanto riferisce una revisione dei dati a disposizione.

Un altro gruppo di ricercatori giunge alla conclusione che, di regola, “i bambini appartenenti ai ceti socio-economici più bassi sono, rispetto ai coetanei, più esposti a metodi disciplinari rigidi, educati da madri che si comportano nei loro confronti in maniera relativamente meno affettuosa… e che tendono a sposare valori che vedono nell’aggressività uno strumento appropriato ed efficace per la risoluzione dei problemi”7.

Tali fattori si spiegano, in parte, in ragione della pressione economica: più un genitore ne risente, più tenderà ad applicare metodi coercitivi per ottenere l’obbedienza dei figli8. È noto come Melvin Kohn abbia dimostrato che i genitori appartenenti alla classe operaia abbiano la tendenza a educare i figli al rispetto delle regole e dell’autorità - obiettivi perseguiti attraverso l’uso delle punizioni - mentre quelli di ceto medio, in particolare i “colletti bianchi”, desiderano che i figli si rendano autonomi, anche nelle proprie decisioni. Kohn avanza l’ipotesi che ciò sia, a sua volta, dovuto alle aspettative vissute dagli stessi genitori sul lavoro, spesso diverse da classe a classe. Dati generali confermati da altri ricercatori e a cui hanno fatto eco ulteriori dati di rilevanza internazionale, che dimostrano come le punizioni fisiche siano più diffuse nelle culture che valorizzano l’obbedienza, piuttosto che in quelle che valorizzano l’autonomia9.

Esiste, poi, la complessa questione della razza. Negli Stati Uniti gli afroamericani sembrano “meno propensi rispetto ai genitori di razza bianca ad
apprezzare l’autonomia nei figli, tendendo a preferire l’obbedienza”, nonostante un SSE costante. Le madri afroamericane hanno maggior tendenza, rispetto alle madri di razza bianca, ad apprezzare l’aggressività dei figli nei confronti dei coetanei10. Riguardo l’applicazione di una rigida disciplina, tra cui le punizioni fisiche, i dati portano a una duplice conclusione: il ceto avrebbe una maggior influenza rispetto alla razza, ma anche la razza conta. Quando (nel 1990) è stato chiesto a migliaia di genitori se avessero sculacciato i figli nel corso dell’ultima settimana, il 70 per cento circa degli afroamericani e il 60 per cento dei genitori di razza bianca hanno risposto sì. Il dato ammontava, rispettivamente, al 77 e 59 per cento in un secondo studio (del 1995), in cui veniva chiesto ai genitori se avessero sculacciato i figli nel corso dell’ultimo anno. Tenuto conto del SSE, la differenza, per quanto in parte ridotta, restava statisticamente rilevante11.

Quando (nel 1988) i genitori vengono interrogati in merito alla propria posizione rispetto alle punizioni fisiche, un numero appena superiore al 22 per cento dei bianchi si dice contrario, in confronto a meno del 9 per cento degli afroamericani. Particolarmente eclatante la disparità di evoluzione delle posizioni nel tempo. Nel 1968 le sculacciate venivano raccomandate da oltre il 90 per cento degli americani di ogni etnia. Da una serie di indagini condotte da allora fino al 1994 risulta una netta, e costante, riduzione del numero di bianchi favorevoli agli sculaccioni. Una riduzione pari, di fatto, a un terzo. Il dato si attesta al solo 14 per cento degli afroamericani nello stesso arco di tempo12.

Le prove a sfavore della cultura delle punizioni corporali sono piuttosto convincenti, tuttavia negli ultimi anni ha preso piede una tesi interessante secondo cui una determinata pratica non assume necessariamente lo stesso significato in tutti i contesti razziali. A tale proposito Kirby Deater-Deckard, Kenneth Dodge e altri due ricercatori hanno suscitato grande interesse nel sostenere che, essendo il ricorso alle punizioni fisiche molto più accettato dagli afroamericani, i bambini di razza nera potrebbero vivere le percosse dei genitori in maniera diversa rispetto ai bambini bianchi, subendone quindi conseguenze più lievi. Lo studio, condotto su 466 bambini bianchi e 100 bambini neri, rivela che livelli elevati di punizioni fisiche provocano aggressività e disturbi analoghi solo tra i bambini bianchi. I ricercatori - guarda caso tutti di razza bianca - ipotizzano che i figli degli afroamericani potrebbero non “interpretare le punizioni fisiche imposte dai genitori come un indicatore di scarso affetto e interesse” - premesso che le punizioni non raggiungano livelli di norma classificabili nell’ambito degli abusi13.

Si tratta di una provocazione forte per tutti coloro che considerano discutibile provocare volontariamente dolore al bambino, a prescindere da dove, chi e perché. Ci costringe a chiederci se il nostro sfavore sia basato su una serie di premesse non applicabili universalmente. Una massima del tipo “non si picchiano i bambini” riflette solo la ben nota arroganza di un gruppo dominante che vuole imporre il proprio codice etico su un gruppo più debole? O, al contrario, è possibile dichiarare che certe cose sono sbagliate e basta, e che è proprio il tentativo di mettere a tacere il giudizio a recare più offesa?

Ho già affermato che, in genere, gli effetti psicologici degli eventi che ci accadono non seguono una modalità di risposta meccanica agli stimoli.
In realtà a contare è il senso che diamo a ciò che accade. Non è il gesto in sé a predirne l’effetto; è il senso che il gesto assume per gli individui e le comunità14. Ma ecco la sfida estrema all’approccio interpretativo: esistono comportamenti, quali colpire un bambino o fargli volutamente del male, in nessun caso interpretabili come innocui (ancor meno affettuosi) indipendentemente dalle intenzioni del genitore? Noi - o, soprattutto, il bambino - potremmo combattere disperatamente per riuscire a vedere in un atto di violenza una manifestazione d’affetto, finendo però per considerare irrealizzabile un simile atto di alchimia emotiva. Quand’anche un bambino sapesse conciliare i due aspetti, è un bene mescolare tra loro amore e violenza?
Desideriamo davvero che i nostri figli crescano pensando che fare del male è un modo per esprimere interesse?

Naturalmente, il motivo per cui opporsi alle punizioni fisiche è, almeno in parte, pratico più che morale. I ricercatori che le considerano una pratica patologica di solito fanno riferimento alle conseguenze che ne derivano.
In tal senso è bene prendere in considerazione la tesi di Deater-Deckard e Dodge (D-D & D), secondo cui tali conseguenze non riguardano tutti i bambini. Ma per più di una ragione non ne sono molto convinto.

Prima di tutto la tesi (secondo cui i bambini di razza nera non subiscono gli stessi danni provocati dalle punizioni corporali sui bambini di razza bianca) si basa sul presupposto che le punizioni fisiche siano più diffuse all’interno della comunità afroamericana. Come si è visto è la verità, tuttavia ciò solleva il problema delle conclusioni da trarre circa gli effetti di questo tipo di punizioni. Considerate la seguente analogia: se volessimo valutare se il consumo di ingenti quantità di pesce può avere effetti benefici sulla salute, sarebbe saggio prendere in esame gruppi di persone che consumano grossi quantitativi di pesce, altri che ne consumano meno e altri ancora che non ne consumano affatto. A quel punto potremmo cercare eventuali relazioni tra salute e quantità di pesce consumato, dopo aver preso in considerazione altri fattori. Ma se prendessimo in esame un gruppo di individui la quasi totalità dei quali consuma regolarmente pesce, sarebbe più difficile valutarne lo stato di salute. Quindi in un gruppo di famiglie in cui si ricorre, di norma, alle punizioni corporali, è difficile individuarne le conseguenze. Il fatto che esista una minor variabilità nei sistemi punitivi adottati dagli afroamericani potrebbe spiegare la mancata correlazione tra punizioni fisiche ed effetti specifici15.

In realtà nei gruppi in cui per disciplina si intende sostanzialmente punizioni fisiche - e dove tali punizioni sono considerate, secondo la tesi di D-D & D, indicatori del coinvolgimento e dell’interesse dei genitori - la loro assenza evidenzia la mera assenza di tale coinvolgimento e interesse.
Non dovrebbe sorprendere, quindi, che i ragazzini non sottoposti a punizioni non venissero accuditi meglio di quelli che lo erano16.
Considerazioni queste applicabili ad altri studi a sostegno delle rivelazioni di D-D & D. Secondo uno di questi studi tra gli adolescenti afroamericani - ma non tra gli adolescenti americani di origine europea, asiatica o ispanica - “sistemi educativi per cui le decisioni vengono prese unilateralmente dai genitori producono un maggior adattamento: minori fenomeni di devianza e
migliori risultati scolastici”. Tuttavia anche il processo decisionale congiunto, che vede la collaborazione tra genitori e figli adolescenti, produce un minor tasso di devianza nei bambini di qualsiasi appartenenza etnica17.

Un ulteriore studio rivela che “non esiste alcuna correlazione tra punizioni corporali e disturbi della condotta all’interno delle comunità in cui tali punizioni sono nettamente prevalenti”. Tuttavia anche in questo caso è bene fare attenzione: anche all’interno di comunità come queste, tali punizioni “non risultavano determinanti nella prevenzione dei comportamenti antisociali… una volta presi in considerazione gli effetti del controllo e della disciplina esercitata dalle figure di accudimento”. Quindi, riconoscere l’esistenza di variabili legate ai danni provocati dalle punizioni fisiche sui bambini, non significa ammettere che picchiarli sia, in qualche caso, utile18.

Ancor più significativo il fatto che molti altri studi non sostengano la tesi di D-D & D. Una ricerca del 1997 rivela che le punizioni corporali sono responsabili di un aumento dei comportamenti antisociali sia nelle minoranze che tra gli adolescenti che nei bambini di razza bianca, e l’entità del fenomeno era direttamente riconducibile alle punizioni subite in precedenza19. Tre anni dopo un ulteriore studio conferma che la disciplina coercitiva è responsabile dei disturbi del comportamento registrati in bambini cresciuti in famiglie afroamericane a basso reddito. Gli psicologi che hanno reso noti questi risultati sottolineano chiaramente come essi “siano in contrasto” con i dati riportati da D-D & D20.

Il principio secondo cui picchiare i bambini non reca loro danno se appartenenti a una cultura in cui tale pratica viene considerata legittima potrebbe far supporre che i bambini stessi la considerino legittima. I bimbi di circa due anni sono troppo piccoli per elaborare un simile giudizio, che di per sé potrebbe costituire un ostacolo all’intera teoria. Ma nel corso di una ricerca è stato chiesto a individui più grandi (di età compresa tra i nove e i sedici anni) abitanti nelle Antille, dove si ricorre normalmente a dure punizioni corporali, che cosa ne pensassero. Ne è risultato che questo genere di punizioni producevano gli stessi effetti deleteri sia sui ragazzini che li consideravano legittimi che su quelli che non li condividevano: “L’adattamento psicologico dei giovani che credono giusto essere puniti fisicamente dai genitori subisce gli stessi danni riscontrabili nell’adattamento di quei giovani che non condividono tale principio culturale”21.

Tuttavia, proviamo a supporre, in ultima istanza e per pura ipotesi, che in realtà non si manifestino (almeno non nell’immediato) danni particolari, ad esempio disturbi del comportamento, nei ragazzi afroamericani sottoposti a punizioni corporali. Non sarebbe una prova effettiva dell’innocuità di certe pratiche. Se ho ragione circa gli effetti insidiosi che comporta spingere i bambini a equiparare amore e violenza, i ricercatori che hanno preso in esame un’ampia gamma di possibili esiti potrebbero in realtà mostrarmene gli effetti negativi registrati a tutti i livelli, di razza e di ceto.
Ripeto, i genitori che si impongono sui figli, o li picchiano, forse lo fanno per insegnar loro qualcosa, o forse per il loro stesso bene, specie in quei luoghi in cui tali pratiche sono diventate una modalità automatica di esprimere tale bene. Purtroppo, però, le migliori intenzioni non garantiscono l’esito più felice. Il male fatto per buoni motivi non ha neppur lontanamente l’utilità del bene fatto per buoni motivi.

Né è garanzia di buoni risultati il fatto che i bambini stessi arrivino ad accettare pratiche educative del genere come reale espressione d’amore - o a convincersene una volta cresciuti. Se le punizioni fisiche ci appaiono come l’unica alternativa all’indifferenza, impariamo ad accontentarci di quello che ci arriva. La domanda, tuttavia, è perché mai si presuppone che queste siano le uniche due possibilità. Domanda simile a quella già posta in merito alle lodi: se l’accettazione condizionata è l’unica alternativa, un bambino la sorbirà arrivando persino a dire di volerne di più. Questa, in realtà, non vuol essere una difesa convincente delle lodi. Non tutte le forme di accettazione - o d’amore, di motivazione, o le modalità con cui attirare l’attenzione del bambino che ha combinato qualcosa che non va - sono uguali, né altrettanto auspicabili.

Esiste un’altra tesi che spiega e giustifica tramite le differenze tra gruppi gli approcci specifici all’educazione dei figli. A volte si dice che le punizioni fisiche, insieme a un generale stile educativo più autoritario, siano una razionalizzazione del fatto di vivere in ambienti pericolosi. Argomentazione così sviluppata: forse le famiglie più abbienti si possono permettere il lusso di un’educazione più tranquilla, progressista o democratica, ma le cose sono ben diverse nei quartieri degradati, dove assicurarsi che i bambini rispettino le regole - rispettando la legge, rigando dritto e obbedendo alle figure che rappresentano l’autorità anche quando le loro richieste appaiono ingiuste - può letteralmente decidere della loro sopravvivenza da adulti. In quest’ottica, una disciplina ferrea è adattativa e forse anche necessaria. Michelle Kelley, ricercatrice della Old Dominion University, e i suoi colleghi, si esprimono in questi termini: “Le conseguenze della disobbedienza nei quartieri poveri… [in cui i bambini] rischiano più che altrove di venir coinvolti in attività antisociali (come vittime o come soggetti attivi)… potrebbero esser assai più gravi [che nei quartieri borghesi] con il rischio di dover ricorrere a interventi più drastici per la prevenzione di qualsiasi coinvolgimento a qualsiasi livello”22.
Teoria molto interessante, in parte perché suggerisce che fattori legati all’ambiente, più che agli individui che vivono in un determinato contesto (quali razza e ceto sociale) sono responsabili del ricorso a metodi disciplinari violenti; oltre a essere un monito rivolto a molti abitanti delle periferie “bianche” che non hanno idea della quotidianità affrontata dai cittadini di colore che vivono nei quartieri più poveri e ad altro tasso di criminalità.

Questa tesi presenta, tuttavia, diversi punti controversi: innanzitutto non è chiaro se sia suffragata da evidenze scientifiche. La stessa Kelley non ha trovato costante conferma del fatto che il modo di educare i figli adottato dalle “madri o dalle figure di accudimento di razza nera appartenenti alle classi più indigenti” subisca un’influenza proporzionale alla preoccupazione legata a tale contesto23. Altri fattori, diversi dall’oggettiva valutazione del pericolo, potrebbero essere responsabili della scelta di un particolare approccio educativo.

Per di più se la teoria del contesto pericoloso fosse vera dovremmo aspettarci che il legame tra tecniche punitive e coinvolgimento in comportamenti antisociali vari a seconda dell’ambiente in cui vivono i bambini.
Tuttavia due vasti studi - il primo condotto nel 1996 su oltre 3.000 adolescenti di diversa estrazione etnica, il secondo condotto nel 2002 su 841 famiglie afroamericane - hanno rivelato che gli effetti di uno stile educativo non variavano in funzione della comunità di appartenenza, né della diffusione di delinquenza e criminalità24.

Evidenze empiriche a parte, la tesi dei quartieri pericolosi pare basata su certe false dicotomie molto diffuse, tra cui “coercizione contro permissivismo”. I bambini in determinati contesti avranno, certo, bisogno di un surplus di protezione e di maggior controllo, il che non significa, tuttavia, che necessitino - o beneficino - di un’educazione autoritaria o di punizioni corporali25. Trarranno beneficio da una struttura, il che non significa che trarrebbero beneficio dal controllo. Richiederanno una maggior presenza da parte dei genitori, non la pretesa di obbedienza assoluta e indiscutibile (per la stessa ragione è bene non ironizzare su quello che definisco approccio “collaborativo”, prendendolo per permissivismo lassista. Individuare le lacune di quest’ultimo non significa contestare il primo).

Tornate alle ricerche che dimostrano i danni di un controllo troppo rigido e di punizioni violente, descritti ai capitoli III e IV. I bambini educati attraverso questi sistemi avranno una minor probabilità di acquisire una struttura morale complessa, maggiori difficoltà a sviluppare una certa flessibilità di approccio alla realtà, restando intrappolati nelle proprie egoistiche preoccupazioni.
È questo che conta: ricco senso morale, flessibilità cognitiva e capacità di preoccuparsi per gli altri non sono un lusso e, per venire al punto, non sono in alternativa rispetto alle capacità di sopravvivenza o alla saggezza della strada. Noi desideriamo che i nostri figli siano dotati di tutte queste qualità, ma l’educazione punitiva convenzionale rischia di comprometterle in toto. Se anche per obiettivo avessimo l’obbedienza, non sarebbe questa la strada più indicata per arrivarci. Ricordate che i figli di genitori autoritari spesso sono meno obbedienti, specie in assenza di mamma e papà. Fondamentalmente, però, ha senso mettere in dubbio l’obiettivo di insegnare loro soltanto a obbedire all’autorità, molto diverso da quello di svilupparne la responsabilità e la capacità di giudizio.

Vorrei persino spingermi più in là, sostenendo che l’approccio descritto nella seconda metà del libro - l’amore incondizionato, la relazione basata sulla fiducia e sul rispetto, il coinvolgimento dei figli nelle decisioni da prendere - potrebbe risultare assai più importante per i ragazzini cresciuti in ambienti difficili26. Ad ogni modo non troverete molti esempi di vita reale in cui i bambini finiscono per stare meglio perché costretti ad aver paura dei genitori.

Amarli senza se e senza ma
Amarli senza se e senza ma
Alfie Kohn
Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione.Un classico dell’amore incondizionato. Come crescere i figli eliminando finalmente i piccoli ricatti, le minacce, le promesse e i premi. Crescere un figlio non è un gioco da ragazzi!Diventare genitori è un esame costante sulle capacità di affrontare disordine e imprevedibilità, un ruolo per cui non ci si può preparare davvero.Una delle difficoltà maggiori è la tentazione di domare l’atteggiamento di opposizione dei figli alle nostre richieste, rischiando di trasformarli in burattini addomesticati o, al contrario, di provocare danni approvando tutto ciò che dicono e fanno.Allora, come farsi obbedire dai propri figli?Sistemi educativi quali punizioni, castighi, premi e altre forme di controllo inducono i nostri figli a credere di essere amati solo se ci compiacciono o ci colpiscono in modo favorevole.Nel suo libro Alfie Kohn si allontana dai messaggi veicolati da certi metodi convenzionali e ribalta la prospettiva, chiedendosi quali siano i bisogni dei nostri figli e come possiamo soddisfarli.L’autore suggerisce una serie di idee per allontanarsi da metodi abituali che prevedono l’imposizione di qualcosa ai bambini, per approcciarsi a modalità che portino invece alla collaborazione con loro.Amarli senza se e senza ma risponde a una domanda cruciale: le nostre azioni quotidiane possono contribuire a rendere nostro figlio l’adulto che vorremmo?Consigli utili affinché il bambino possa aspirare a diventare un adulto sano, responsabile ma allo stesso tempo sensibile e premuroso.Un libro rivoluzionario e illuminante per diventare a tutti gli effetti genitori senza se e senza ma, poiché uno dei bisogni fondamentali del bambino è proprio essere amato in maniera incondizionata ed essere accettato anche quando combina guai o fallisce: in sintesi, essere amato per quello che è e non per quello che fa. Conosci l’autore Alfie Kohn ha pubblicato diversi libri, tra cui Punished by Rewards e The Schools Our Children Deserve, che hanno dato un forte contributo all’operato di educatori e genitori. Vive con la famiglia nei pressi di Boston, dove tiene conferenze e seminari, ed è raggiungibile sul web all’indirizzo www.alfiekohn.org.